Comunicare con il corpo

Gli esseri viventi, come ben sappiamo, possono permettersi il lusso di comunicare senza usare le parole. Ciò può avvenire grazie all’uso del nostro corpo che può dire molto di più di quanto possiamo controllare con la nostra volontà; e questo potrebbe essere un problema a volte.

Verso la metà del 1900 viene ufficializzato il nome della scienza che studia il linguaggio del corpo: cinesica. Il primo ad usare questa parola è stato lo studioso di antropologia americano Ray Birdwhistell. Il fatto che questa nuova scienza trovi le sue radici nell’antropologia ci deve far suonare un campanello di allarme: senza alcun dubbio ci saranno messaggi del corpo naturali e di più semplice interpretazione e ne incontreremo anche altri legati allo sviluppo delle culture, qui l’interpretazione si farà di sicuro più complicata. Uno dei più importanti studiosi di questo campo oggi è lo psicologo americano James Russell che ha dedicato gran parte della sua ricerca all’interpretazione di questi aspetti comunicativi e la loro relativa interpretazione (giusto per avere un’idea, gli esiti e le considerazione di Russell sono tra le più citate in questo campo tra gli studiosi).

In uno dei sui articoli, pubblicato nel 1994, Russell mette in evidenza quali siano le maggiori difficoltà dovute all’interpretazione della comunicazione non verbale attraverso il corpo: ovviamente il sistema culturale e sociale influisce in modo predominante, tanto che nello studio risulta che le difficoltà maggiori di “capirsi” sono tra le persone occidentali e quelle orientali, il tutto aggravato dal livello culturale.

La cinesica ci racconta che l’essere umano comunica anche attraverso il proprio corpo (in particolare con le mani, le braccia e le gambe) e il viso (occhi, sorriso e microespressioni). Conoscere ogni singolo aspetto richiederebbe uno studio di molte ore, insieme ne scopriremo solo alcuni.

Per quanto riguarda il viso, indubbiamente uno dei canali principi della comunicazione non verbale è dato dagli occhi. Tutti noi sappiamo che il contatto visivo può trasmettere una grande varietà di segnali e messaggi che possono andare dall’estremo interesse alla più feroce sfida, nella lunga serie di sfumature di sentimenti e messaggi non dobbiamo dimenticare l’innamoramento, lo stupore, la noia… Purtroppo, dobbiamo ricordare che il messaggio “oculare” può essere influenzato anche dall’aspetto sociale e dal contesto in cui ci troviamo: un esempio su tutti, abbassare lo sguardo può comunicare un forte senso di disagio ma anche di paura e “guardare il pavimento” può essere un modo per cercare rifugio o una via di fuga.

Un aspetto molto affascinante è senza dubbio rappresentato dalla mimica facciale; forse qualcuno di voi ricorderà la serie TV “Lie to me” andata in onda dal 2009 al 2011, in cui il protagonista Cal Lightman (interpretato dall’attore Tim Roth) ha messo a servizio della giustizia le sue infallibili capacità di esperto della comunicazione non verbale, grazie alle quali era in grado di smascherare anche il più abile delinquente.

La mimica facciale può avvalersi delle microespressioni (quasi sempre involontarie) ma anche di eventi “macro” espressivi, alcuni di essi volontari e altri che possono sfuggire al nostro controllo (l’arrossire o l’impallidire). Il volto è una miniera d’oro di espressioni non verbali, tanto che i due studiosi Paul Ekman e Wallace Freiesen hanno individuato la bellezza di oltre 40 possibili movimenti del viso umano. Uno degli aspetti più complicati delle espressioni facciali è che sono adattabili, in base alla situazione e al contesto possono essere interpretate in modo diverso e quindi si devono mettere in gioco varie abilità, che solitamente acquisiamo nel corso della nostra vita. Un esempio concreto potrebbe essere rappresentato dall’arrossire: segno di imbarazzo, rabbia, vergogna o eccitamento? Ovviamente, dipende…

La postura è un altro canale di comunicazione attraverso il quale possiamo comunicare aspetti fondamentali nella vita sociale e nelle varie situazioni. È facile pensare alla postura di un soldato sull’attenti o di un alunno seduto in modo corretto sulla sedia, nel primo caso si vuole rappresentare il rispetto davanti ad un superiore e nel secondo oltre al rispetto anche la partecipazione. Al contrario, una persona seduta in modo scomposto sulla sedia comunica scarsa attenzione e rispetto. Non è un caso che la postura rientri nell’ambito della buona educazione, se riflettiamo.

L’ultimo aspetto che prendiamo in considerazione, anche se ce ne sarebbero molti altri, è quello dei gesti, in modo particolare quello delle mani e della testa. Gesticolare durante un discorso serve prevalentemente a due scopi, sottolineare il significato e il peso delle parole che stiamo usando, rafforzandone quindi la presenza (e su questo, noi italiani siamo veri e propri maestri) o anche indicare la necessità di applicare una chiave di lettura diversa alle parole che stiamo utilizzando (quando viene proposto il classico segno delle virgolette ad altezza della testa). La gestualità può interessare anche la testa, pensiamo a quando rispondiamo con enfasi in modo affermativo o negativo e accompagniamo la risposta con un movimento di assenso o diniego della testa.

Anche per quanto riguarda i gesti dobbiamo fare molta attenzione, infatti, la loro interpretazione è soggetta non solo al contesto ma anche alla cultura di riferimento. Il gesto diventa un modo talmente naturale di esprimersi da poter essere considerato come una vera e propria parola, con tanto di definizione e significato. Così come capita per il linguaggio verbale, anche i segni possono avere un significato diverso nelle varie culture sparse per il mondo. Visitando la Bulgaria, per esempio, dobbiamo ricordarci che dicono “no” con la testa per dire “sì”. Nel Regno Unito, invece, dobbiamo prestare attenzione a non insultare nessuno pensando di dire che abbiamo vinto; il segno a V con le dita in questa nazione deve essere sempre fatto con il palmo della mano verso l’osservatore, perché al contrario (con il dorso verso l’osservatore) è un insulto.

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