Hebron tra sangue e preghiere

L’accesso all’edificio erodiano fu consentito a tutti i credenti senza particolari restrizioni. Fino al 1994. Dopo quella data si produsse una frattura mai rimarginata e l’assetto interno dell’edificio, così come l’ho visto e provato a descrivere, è diretta conseguenza di quanto accadde in quell’anno. 

Sono sempre stato riluttante a parlare di quello che è accaduto a Hebron, più di quanto non lo sia già normalmente quando, per dovere di cronaca e di verità, racconto di fatti di sangue. L’episodio che si verificò quell’anno è ai miei occhi ancora più canagliesco, poiché fu un ufficiale medico dell’esercito israeliano a metterlo in atto. Non ho mai voluto nemmeno citare il suo nome, che pure ho ben impresso nella mia mente; quell’uomo, non il suo gesto che invece va ricordato come monito, merita per me una damnatio memoriae, deve essere dimenticato e anche la sua tomba, meta di sciagurati pellegrinaggi da parte di chi è come lui, dovrebbe essere distrutta. Un soldato non ha la licenza di uccidere come, chi e quando gli pare; un medico deve sanare, salvare vite, non uccidere, tantomeno assassinare. Ed è quello che quel medico militare invece ha fatto. Membro di un piccolo gruppo estremista e violento facente parte del movimento dei coloni, quell’uomo entrò, in uniforme e armato di mitra e bombe a mano, nella parte dell’edificio riservato ai musulmani. Poteva farlo liberamente; fino ad allora non vi erano vincoli né specifici divieti, o percorsi obbligati. Vi era in corso una funzione religiosa; per questo vi si trovavano tante persone. Ne uccise ventinove a freddo, prima di essere linciato dagli altri presenti. La reazione della città fu immediata e altrettanto folle. I cittadini arabi di Hebron tentarono l’assalto al quartiere ebraico. Per fermarli, l’esercito sparò, causando la morte di altre ventisei persone. Ma non riuscì ad evitare l’uccisione a calci e pugni di altri cinque ebrei presi a caso tra coloro che cercavano di sottrarsi a quella folla inferocita.

Come abbiamo visto, non fu quello il primo massacro e nemmeno l’ultimo che, ora gli uni ora gli altri, misero in atto. Ma ogni volta che sono entrato a portare qualcuno in visita a quel sito; ogni volta che mi sono trovato a dover calcare quei tappeti, di cui il pavimento è coperto, avverto un brivido, un’inquietudine nell’immaginare quegli scoppi, le grida, la rabbia e la concitazione che trasudano da quegli stessi tappeti e dai muri. Poi passa e mi quieto. E mi chiedo che senso possa mai avere tutto questo, che relazione vi possa mai essere con quei cenotafi e ciò che essi rappresentano. Chevron, Al Khalil: amicizia. 

A seguito di quella strage, d’accordo con l’Autorità Palestinese, Israele divise la città in due settori: circa il 20% dell’area urbana, dove si trova la comunità ebraica, passò sotto diretto controllo dell’esercito israeliano, mentre il restante 80% fu affidato a quello alle forze di polizia dell’Autorità Palestinese, con, inoltre, una presenza internazionale, a cui partecipa anche un contingente militare italiano, allo scopo di cercare di abbassare i toni e il livello di conflittualità della città. 

La prima volta che andai a Hebron, fu con due coppie di amici e noleggiammo due auto. Gli autisti si offersero di accompagnarci anche nel tratto che avremmo dovuto percorrere a piedi. 

Uno dei due fungeva da cicerone, era un uomo sui trentacinque/quarant’anni, vigoroso, deciso, lo sguardo sicuro. L’altro, poteva essere un suo coetaneo, era invece taciturno, un ragazzo semplice e cordiale. Li ho immaginati adolescenti, a tirar sassi contro gli israeliani durante la prima Intifada. Vedevo il primo dei due affrontare fiero i soldati, mentre l’altro al più poteva essere uno di quelli che andavano a cercar pietre da passare a chi le avrebbe lanciate. Volevano libertà, indipendenza. Chi ero io per dar loro torto?

Il più vigoroso dei due, una volta arrivati all’edificio erodiano, mi si avvicinò per dirmi che quello non poteva che essere un sito musulmano. Cosa volevano gli ebrei? Non era evidente che, con quei due minareti, si trattava di una moschea? La storia la sapevo anch’io e quelle pietre profilate secondo i voleri di Erode per tutte le pietre delle costruzioni da lui volute, erano testimoni mute ma assolutamente affidabili. Non obiettai, non mi pareva il caso, anche se voleva vendermi una bufala. E commentai soltanto con un “oouh” quanto più british possibile.

Della mia seconda visita, fatta stavolta in autonomia, ricordo solo di aver chiesto all’autista del taxi collettivo di farci scendere nei pressi della “moschea di Ibrahim”, evitando di indicare quel sito come “Tombe dei Patriarchi” definizione ebraica che ritenevo non sarebbe stata gradita. Scendemmo all’inizio del suq e fummo presto circondati da ragazzini che chiedevano soldi o caramelle. Un barbuto uomo sulla cinquantina con il classico ematoma blu tra le sopracciglia, dovuto al cinque volte quotidiano gesto di sottomissione ad Allah, messo in atto appoggiando la fronte a terra, ci offrì del tè bollente, comperato di tasca sua da un ambulate in fez rosso, prima di farci strada tra le viuzze del mercato, tenendo alla larga i ragazzini un po’ invadenti.

Una terza volta ci andai senza aiuto di alcuno. Attraversato il suq, giunti che fummo nei pressi dell’area delle Tombe dei Patriarchi, trovammo il consueto piccolo posto di blocco. Il giovane soldato, capelli biondissimi, un viso slavato che circondava due occhi grigi e freddi, con aria annoiata chiese in ebraico al primo di noi che si fece avanti, se fosse ebreo ed egli, prima di avvertire la trappola, in quella lingua rispose “sì”. Quello si attaccò al radiotelefono e capii che stava informando qualcuno della sua presenza. Una ragazzina minuta in uniforme, di certo aveva barato sull’età per farsi arruolare, venne a prenderlo in consegna e, “per la sua sicurezza”, lo piantonò bloccandolo sul posto dove si trovava, mentre io con le altre persone del piccolo gruppo entravamo in visita all’edificio.  Ma non finì qui. Terminata la visita raggiungemmo il nostro amico per tornare indietro insieme. La mini soldatessa lo impedì: sarebbe stato riaccompagnato, lui solo, scortato dentro un’auto militare. Mi opposi, protestai. Mi fecero infine parlare con l’ufficiale in servizio e dopo qualche insistenza riuscii a convincerlo, sotto la mia responsabilità, a lasciarci andare via tutti insieme e senza scorta.

Negli anni a seguire si sarebbero verificati altri episodi di violenza, altri morti, altre sofferenze, altri torti da entrambe le parti e sembra ormai davvero impossibile mettere un punto fermo, trovare un accordo, un ragionevole compromesso. Hebron, intanto, rimane sempre lì immobile in questo tempo ostile, con le sue sante tombe, indifferenti e mute.

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