Specchio dell’anima

Da quando sei morto mi addormento tardi e mi sveglio all’alba con il cuore che vorrebbe correre da te. Mi manchi di più la notte, quando non ho cancelli a chiudere fuori le urla di dolore che non sei riuscito a tacere, che non volevi farmi sentire. Il sollievo del silenzio alla tua fine si è intrecciato alla frustrazione per il tempo sprecato, per quello che non siamo riusciti a vivere insieme.

Sono davanti al forno crematorio dalle sei, è tutto grigio, nuvole, asfalto, edificio. Finalmente apre. Ho messo il vestito rosso, quello con la fascia che si incrocia sul seno, il tuo preferito.

Mr. Becchino mi mette in mano una scatola con quel suo sguardo stampato da: sono molto dispiaciuto. Ma so che appena si libererà le mani tornerà a chattare sui social. Mi irrita la dissonanza di quello che proviamo.

Ha una voce bassa da oltretomba che mi dice:

– Ha tempo un mese per spargere le ceneri.

– Grazie – rispondo, ma solo per cortesia, perché io non sono d’accordo, un mese è troppo poco.
Arrivo a casa in tempo record, ho anche passato qualche semaforo rosso.

Abbraccio la scatola, è liscia com’era la tua pelle, ma fredda e dura; come vorrebbe essere il mio cuore adesso. La porto dentro con la stessa smania di quando siamo entrati qui la prima volta, ci eravamo spogliati, allacciati, e siamo finiti sul tappeto persiano regalato da tua madre. Sento ancora il tuo odore di lievito inacidito, le labbra calde che toccano tutta la mia pelle e le emozioni che vagano ai confini di un mondo dove, quando raggiungi la vetta, puoi solo scendere e chiederti perché non puoi rimanere lì per sempre.

Ti metto sul tavolo. Tolgo il sigillo con la fretta con cui ti slacciavo i pantaloni, metto le mani dentro. Tocco la cenere che si sfoglia, sporca le mie mani. Chiudo gli occhi, i ricordi riaffiorano, accarezzano la tua pelle liscia, calda, profumata e umida di doccia appena fatta, ti sento, sei vicino a me: è l’inganno di un desiderio, uno specchio dell’anima.

Il sollievo c’è, anche se è solo per un attimo.

Come quando il medico mi aveva proibito di fumare i miei soliti due pacchetti di sigarette e io avevo obbedito.

Se volevo vivere dovevo smettere.

Ogni tanto raccoglievo da terra i mozziconi arrivati ormai alla fine. Tenere in mano il riverbero di quella che era stata la mia dipendenza mi ha ricollegata alla soddisfazione di qualcosa che avevo perso.

Come adesso.

Le mani sono grigie di cenere, ma non mi basta. Frugo la stanza con gli occhi e trovo una foto di noi due; la prendo e la infilo nella scatola, accarezzo l’immagine con la polvere di quello che sei stato fino a pochi giorni prima. Lacrime raggrumano la cenere. Lascio dentro la scatola noi due davanti al mare, la chiudo, e mi viene un’idea. Forse posso raggiungerti presto, forse non siamo così lontani. Esco e vado comperare un pacchetto di sigarette.

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