La breccia che portò Roma da caput mundi a caput italie

La storia a frammenti 
Si inaugura con questo articolo una collana intitolata “La storia a frammenti”. L’intento, che si spera gradito, è quello di divulgare, in un momento come quello attuale, ove pare contare solo il presente, la conoscenza di personaggi, eventi, fatti e talora misfatti del nostro passato. Si pensa ne valga la pena in quanto siamo sempre più convinti che l’oggi è figlio dell’ieri e scordare la storia equivale a perdere la memoria del nostro passato.
Buona lettura a tutti!

Il 20 settembre 2020 la breccia di Porta Pia ha compiuto centocinquant’anni, quel giorno del 1870 cadde il nostro muro e si riunificarono le due Italie: quella laica e quella cattolica e Roma rimpicciolì. Da caput mundi passò a caput Italiae anche se, a ben vedere, perso l’impero, oscurata la grandezza ecumenica medioevale, tramontata la bellezza artistica rinascimentale e barocca, la città eterna, di fatto, si era già  rimpicciolita.  

Il passaggio dalla Roma del Papa Re al Regno d’Italia non fu senza problemi; con Garibaldi che inveiva contro il Papa chiamandolo “metro cubo di letame” e i “papalini” che invocavano l’ira Divina sul capo dei profanatori responsabili della autoimposta prigionia di Pio IX “sub hostili potestate constitutus”(soggiogato ad un potere ostile).

Certo non vi fu alcun intervento dall’alto, ma il 28 dicembre di quello stesso anno Roma patì una tremenda alluvione, il Tevere tracimò e sott’acqua finirono le vie Ripetta, il Corso, il Babbuino, piazza del Popolo, piazza Navona, il Foro Romano e tutte le vie dei quartieri San Paolo e Testaccio. Ai Prati di Castello l’acqua arrivava a tre metri d’altezza. La ricostruzione, con relative speculazioni, portò alla nascita di quello che oggi conosciamo come quartiere Prati. Fu il ghetto a patire i danni maggiori, narra una cronaca dell’epoca:

si sentivano risuonare dolosamente per l’aria grida di gente che domandava soccorso contro le acque sempre crescenti… due case in quelle anguste stradine, presso la vecchia Pescheria, furono abbattute, facendo qualche vittima.

Dopo il 20 settembre gli ebrei romani furono pienamente integrati nella vita civile e sociale del Regno d’Italia. Era stato Paolo IV, Giovanni Pietro Caraffa, nel 1555 a confinare gli ebrei nel ghetto al rione di sant’Angelo (il serraglio dei giudei)  e a  privarli d’ogni diritto civile e sociale. Quasi trecento anni dopo nel 1848,  Pio IX ordinò di abbattere quelle mura abolendo così la segregazione dei suoi abitanti. Salvo poi, l’anno dopo, caduta la Repubblica Romana, imporre agli ebrei di rientrare nel quartiere sia pure privo di recinzione. Finito il potere temporale papale, il ghetto venne definitivamente abolito e gli ebrei assursero a pieno titolo al rango di cittadini del Regno d’Italia e Roma dal 1907 al 1913 ebbe anche un sindaco ebreo, Ernesto Nathan.

Dopo Porta Pia l’ostilità tra piemontesi occupanti e clericali non si smorzò, quando nel 1878 morì Pio IX la salma fu profanata dalle sassate contro il corteo funebre tirate da scalmanati che lanciavano bestemmie e maledizioni al feretro, senza curarsi delle legge delle Guarentigie che garantiva rispetto e incolumità al Papa. Nei primi anni del ‘900, i futuristi proclamavano di voler “svaticanizzare” l’Italia e le sinistre atee tuonavano contro preti e religione e ricevevano in cambio scomuniche.

Ci vollero i Patti Lateranensi per mettere un po’ di pace e, dopo la seconda guerra, l’avvento al potere della Democrazia Cristiana per sancire la completa ricucitura dello strappo provocato da quella breccia. Nel 1961 Giovanni XXIII celebrò il centenario dell’Unità d’Italia e dopo di lui Paolo VI, nel centenario di Roma capitale arrivò a definire provvidenziali quegli eventi che avevano liberato la Chiesa dal fardello del potere temporale permettendole di riprendere appieno la sua missione ecumenica urbi et orbi.

L’avvento di Roma capitale fu comunque un processo storico e politico epocale, solo con Roma si compì l’Unità d’Italia e il Sud si ricongiunse finalmente al Nord entrando nella storia comune del Paese. Solo con Roma l’Italia si ricompose geograficamente e il Centro-Sud iniziò ad integrarsi in quel processo unitario che fino ad allora era stato visto come una occupazione settentrionale. Con Roma capitale iniziava anche la faticosa integrazione del Mezzogiorno d’Italia, non più concepito come colonia ma come territorio a pieno titolo. Con Roma capitale nacque uno stato che iniziò ad attingere i suoi ranghi burocratici e dirigenziali in prevalenza al centro-sud e non più solo dal Piemonte sabaudo, sorse quella borghesia di Stato che almeno fino agli anni settanta del Novecento concorse assieme al vitalismo imprenditoriale del Nord a far cresce il Paese.

Quella spinta poi andò man mano attenuandosi fino a sembrare oggi quasi del tutto scomparsa; la vocazione industriale del Nord si è volta più alla finanza che alla fabbrica e la burocrazia ha virato allo statalismo parassitario.

Questa però non è più storia ma cronaca politica di oggi.