I capelli sono grigi e ricciuti, il viso stanco e grinzoso, le gambe gonfie di una massaia che ha la saggezza di chi ha sgobbato tanto nella vita

Oriana Fallaci descriveva così Golda Meir. Sembrava davvero una nonna ingrigita con gli occhi tristi e il naso importante, che per l’occasione si è messa l’abito migliore ma non vede l’ora di toglierselo per rimettersi il grembiule e tornare alla sue faccende.

Ma l’accostamento è fuorviante, porta fuori strada, perché dietro quella maschera si celava una tempra di diamante, “Lady di ferro” la chiamavano e di lei David Ben Gurrion diceva: “è l’unico uomo al governo”.

Quella signora dall’apparenza dimessa ha tenuto nelle sue mani i destini di una nazione e la rinascita di un popolo che si era calato in una terra difficile, dura, a volte spietata. Proprio questa apparente contraddizione tra ciò che è e ciò che appare è l’esatta cifra del personaggio e della sua complessità, perché a  ben guardare, Golda Meir più che di una nonna aveva l’aspetto e lo spirito di una matriarca uscita dall’Antico Testamento.

Per le cancellerie del mondo era “la leonessa”, conoscevano bene la sua tenacia e la sua determinazione, sapevano che era stata lei, dopo i tragici fatti di Monaco del 1972 ad ordinare l’eliminazione sistematica dei terroristi responsabili di quell’eccidio, “Collera di Dio” fu chiamata quella operazione di cui si assunse l’intera responsabilità.

Era nata in Ucraina a Kiev il 3 Maggio 1898, il suo nome era Golda Mabovič, sarà David ben Gurrion, il padre del moderno Stato di Israele, nel 1955 a darle un cognome più tipico: Meir, che in ebraico significa  illuminato. Una infanzia dura la sua, miseria, fame e persecuzioni, l’Ucraina era parte dell’impero russo ed essere una famiglia ebrea dove per giunta si professavano idee socialisteggianti non aiutava. Per i Mabovič non restava altra via  che emigrare  in America per tentare un futuro migliore. Si stabilirono a Milwaukee nel Wisconsin e per Golda, bambina di otto anni, fu davvero la scoperta dell’America: quel mondo nuovo, così diverso dall’abbandonata Europa, terra di libertà ancora intrisa di pionierismo le rimarrà per sempre nel cuore. Golda cresceva e faceva tutto in fretta: la scuola, l’università, la passione per  il socialismo e la dedizione al sionismo, poi l’ incontro con Morris Meyerson che sposa a diciannove anni il 24 dicembre 1917. Nel 1921 i Meyerson emigrarono in Palestina, allora protettorato inglese, per andare a vivere il Sionismo in un Kibbutz; lei ricorderà sempre quel periodo come il più felice della sua vita. Per anni il loro fu un matrimonio felice, poi diverrà un tasto dolente: la famiglia trascurata per troppo lavoro e troppa politica e quando Morris morì  d’infarto nel 1950, lei con amarezza disse: “con una donna diversa da me avrebbe potuto essere felice”.

Il suo impegno politico e sociale non venne mai meno e durante gli anni della Seconda guerra mondiale si dedicò anima e corpo all’immigrazione illegale dei profughi che giungevano dall’Europa. Finito il conflitto iniziò a lavorare al progetto di istituzionalizzazione dello Stato d’Israele, e in tale veste tornò negli Stati Uniti alla ricerca di fondi e di appoggi alla causa.  Il 14 maggio 1948 nacque finalmente lo Stato cui tanto agognava e lei fu tra i ventiquattro firmatari della dichiarazione d’indipendenza e divenne anche membro del Consiglio provvisorio dello Stato.  Quello spirito pionieristico che tanto l’aveva affascinata negli anni dell’infanzia e dell’adolescenza, l’aveva portata ad essere una pioniera della indipendenza d’Israele. Sarà la prima ambasciatrice israeliana a Mosca, poi ministro del Lavoro e della Previdenza Sociale e quindi Ministro degli Esteri e in tale veste nel 1956 si trovò a gestire la crisi di Suez, ossia il conflitto derivante dalla occupazione della più importante via di collegamento al mondo, da parte di Gran Bretagna, Francia e Israele.  L’Egitto, sostenuto dalla Unione Sovietica si oppose con forza e quando, preoccupati dal possibile allargamento del conflitto, intervennero gli Stati Uniti, costrinsero gli inglesi e i loro  alleati a retrocedere. Dopo un momentaneo ritiro, per motivi di salute, dagli incarichi istituzionali, il 17 marzo 1969 venne nominata Primo Ministro. La curiosità che la sua nomina suscitò fu notevole e lei sin da subito diede prova del suo temperamento stringendo ancora di più i rapporti con gli Stati Uniti di Nixon e con la potente ed influente comunità ebraica americana. Poi arrivarono i giorni drammatici di Monaco 1972 e quelli della guerra dello Yom Kippur. Il 6 Ottobre 1973, durante la solenne festività ebraica dell’Espiazione, Israele fu attaccato simultaneamente su due fronti: gli Egiziani dal Sinai e i Siriani dal Golan. I giorni che seguirono furono drammatici, il giovane stato rischiava l’annientamento, poi, grazie alla forza e alla determinazione dei comandanti sul campo, l’attacco venne respinto. La guerra terminò il 26 ottobre grazie all’intervento diplomatico di Stati Uniti e Unione Sovietica, in Israele però il contraccolpo psicologico dell’attacco, che aveva colto impreparati politici e alti gradi dell’esercito, fu pesante: Golda Meir, Moshe Dayan ministro della difesa e il capo di Stato maggiore David Elazar furono costretti a dimettersi.

Rimase, però, ancora nella politica attiva fino a che nel 1974, affaticata e malata,  si ritirò definitivamente dalla scena pubblica per dedicarsi alla sua biografia, “My Life” pubblicata in Italia da Mondadori. L’8 dicembre 1978 la vita di una delle donne più coraggiose del ‘900 si spense, di lei restò il ricordo ed una delle sue più celebri frasi: “Essere o non essere non è la questione, o sei o non sei”.

Lei certamente è stata, ed è ancora.