Il Natale speciale di Papa Panov

Tratto da una storia di Lev Tolstoj


In un Paese lontano, dove l’inverno è lungo e gelido, c’era un piccolo villaggio innevato: erano bianchi i tetti delle casette e la strada che lo attraversava.

Nonostante il freddo, nel paese si respirava un clima gioioso, perché era la vigilia di Natale e ci si preparava a festeggiare.

Durante la mattinata erano stati tutti molto indaffarati: c’era chi si era affrettato nella stalla per mungere le mucche, chi si era alzato all’alba per infornare il pane e addobbare la casa, chi era corso a salutare gli amici e a comprare frutta secca o dolcetti.

Come trascorrevano le ore del pomeriggio, però, gli abitanti del paese si affrettavano a tornare a casa, perché le giornate invernali erano corte e presto il sole sarebbe calato all’orizzonte.

Le ombre si allungarono, le prime stelle fecero capolino nel cielo e la notte incombente rese l’aria gelida. Allora le donne accesero le candele sui davanzali delle finestre, i bambini smisero di giocare e corsero a casa, impazientiti di incominciare la festa tanto attesa.

Dopo l’allegro trambusto della mattinata, le strade del villaggio tornarono calme. Da dietro le finestre ben chiuse per il freddo si sentivano le chiacchiere e le risate delle persone, impegnate negli ultimi preparativi della magica sera che precede il Natale. Si sentiva il rumore dei piatti sistemati sul tavolo e delle pentole messe sul fuoco.

C’era una sola casetta in cui, al contrario di tutte le altre, regnava il silenzio. Lì, nessuno rideva o si scambiava auguri. Era quella dove viveva il vecchio Papa Panov, il calzolaio del paese.

Ormai mancava poco all’ora di cena e Papa Panov aprì la porta della sua bottega si affacciò fuori a osservare il paese. Ascoltò il suono delle allegre risate che provenivano dalle altre case, ammirò la luce tenue delle candele che tremolava oltre i vetri delle finestre e un profumo delizioso arrivò al suo naso.

La gioia del Natale gli ricordò dei tempi passati, quando c’era ancora con lui la sua amata moglie e il loro filgio era bambino e non aveva ancora lasciato il paese, per cercare fortuna lontano. “Erano anni felici” pensò il buon Papa Panov sospirando. E il sorriso gioioso che solitamente illuminava la sua faccia si spense, mentre i suoi occhi si fecero tristi. Sistemò gli occhiali sul naso e tornò in casa con passo deciso.

Il buon Papa Panov si assicurò che tutto fosse in ordine, scaldò una tazza di caffè sul fornello della cucina e si sistemò in poltrona, con un grande sospiro, preparandosi a trascorrere così la Vigilia, in solitudine. Poi, per passare il tempo, recuperò dalla piccola libreria di casa la vecchia Bibbia di famiglia e cominciò a sfogliarla. Lesse la storia di Giuseppe e Maria che, in viaggio verso Betlemme, non trovarono posto in alcuna locanda e si fermarono in una stalla, dove nacque il loro bambino.

Popa Panov si commosse molto, al pensiero di quel piccolo venuto al mondo su un letto fatto di paglia, tra un bue e un asinello.

“Se solo fossero arrivati qui!” esclamò a voce alta. “Li avrei ospitati tanto volentieri, e avrei potuto proteggere il bimbo dal freddo con la mia coperta di lana.”

Poi continuò a leggere, e scoprì dei tre uomini arrivati per vedere il bambino appena nato, che portarono splendidi doni. Allora il viso del buon Papa Panov si fece scuro. “Io non avrei alcun regalo per il piccolo” disse preoccupato. Poi si guardò intonro, osservando ogni angolo della sua piccola casetta, finché non gli venne un’idea.

Balzò su dalla poltrona e, in punta di piedi, allungò le braccia per raggiungere una mensola sistemata in alto, vicino al soffitto. Recuperò una piccola scatola polverosa, che aprì con delicatezza. Dentro c’era un minuscolo paio di scarpine. Il calzolaio sorrise soddisfatto: era il suo lavoro meglio riuscito. “Gli avrei regalato queste!” disse. Poi le mise da parte e tornò a sedersi.

Ormai era notte e cominciò a sentirsi stanco. A ogni riga che leggeva le palpebre diventavano più pesanti. Faceva sempre più fatica a tenere in mano il vecchio libro, così decise di chiudere gli occhi. “Solo per un momento” disse.

Papa Panov si addormentò profondamente e sognò che c’era qualcuno nella sua piccola casa. Lo riconobbe immediatamente: era Gesù Bambino! “Hai sperato di potermi incontrare e io voglio accontentarti” gli disse. Papa Panov ascoltava in silenzio, emozionato. “Domani sarà Natale e io verrò a trovarti. Ma fai attenzione, perché avrò un aspetto diverso da quello che ti aspetti e dovrai riconoscermi.” Detto questo, Gesù Bambino scomparve.

Quando Papa Panov riaprì gli occhi le campane stavano suonando allegramente per il villaggio. La mattina del giorno di Natale era arrivata! Si alzò dalla poltrona, stiracchiandosi. Poi sentì il cuore riempirsi di gioia, perché quello sarebbe stato un Natale speciale. Gesù Bambino sarebbe arrivato a fargli visita!

Si diede da fare per apparecchiare la tavola e preparare la colazione, poi sbirciò fuori dalla finestra domandandosi che aspetto avrebbe avuto Gesù. Sarebbe stato un bambino, come in quella notte a Betlemme, o avrebbe avuto la magnificenza di un re?

Fuori le strade del paese erano deserte, tutto era calmo e silenzio. C’era solo un povero spazzino, impegnato a spalare la neve. Aveva davvero un’aria misera e infreddolita.

Allora Papa Panov si dispiacque per lui e aprì la porta di casa. “Vieni dentro e bevi un po’ di caffè” disse allo spazzino, invitandolo a riposarsi un po’ al calduccio di casa. In fondo, era Natale! Il pover’uomo quasi non poteva credere alle sue orecchie. Lasciò cadere la scopa e si affrettò nella casa del calzolaio, felice di poter mettere i suoi vestiti ad asciugare e scaldarsi le mani sulla tazza di caffè bollente.

Quando si fu assicurato che lo spazzino stesse bene, Papa Panov riprese a lanciare occhiate fuori dalla finestra. Aveva paura di perdere l’arrivo di Gesù.

Poiché il pover’uomo gli domandò se stesse aspettando qualcuno, il calzolaio raccontò del sogno. “Ti auguro che venga davvero, perché un uomo generoso come te merita che il suo sogno più grande sia realizzato” disse lo spazzino, finendo il caffè e alzandosi per tornare al lavoro.

Rimasto solo, Papa Panov affettò le verdure per la zuppa di cavolo e le sistemò nel pentolone sul fuoco. Quindi tornò alla finestra, per osservare la strada. E lì vide che qualcuno si avvicinava alla sua casetta. Era una ragazza, che avanzava un passettino alla volta. Sembrava molto stanca e portava qualcosa tra le braccia…

La giovane si avvicinò ancora, e Papa Panov scoprì che portava stretto al petto un bambino infreddolito, avvolto in un vecchio scialle. Aveva un’aria così triste, che il calzolaio non riuscì a trattenersi: corse alla porta, la spalancò e chiamò la ragazza. “Entra qui da me, riposati un po’ sulla mia poltrona e scaldati davanti al fuoco” le disse.

Come mamma e bambino furono sistemati al calduccio, Papa Panov preparò una tazza di latte per entrambi, poi scaldò i piedini del bambino con le mani. “Sono proprio freddi, avrebbe bisogno di un paio di scarpe” commentò preoccupato.

“Non ho i soldi per comprarle, ero diretta al prossimo villaggio in cerca di lavoro” spiegò la giovane. A sentire quelle parole un pensiero si accese nella testa del calzolaio: guardò le scarpette che aveva deciso di donare a Gesù, poi guardò i piedini infreddoliti del bambino. E subito seppe che cosa era giusto fare.

“Prendi queste” disse, porgendole alla mamma. Calzavano perfettamente e subito il bimbo sorrise felice. “Siete stato gentile, con noi. Vi auguro che il Natale esaudisca i vostri desideri” disse la giovane al calzolaio, prima di rimettersi in viaggio.

Papa Panov, però, cominciava a dubitare che il suo sogno si sarebbe realizzato. Si domandò perfino se Gesù fosse arrivato e lui non l’avesse visto. Guardò con impazienza per la strada ma Gesù Bambino proprio non c’era. Vide vicini di casa e paesani, che attraversavano il paese per fare visita ad amici e parenti, e a ciascuno di loro il calzolaio augurò un felice Natale. Vide anche qualche povero che chiedeva l’elemosina e in quei casi riempiva un piatto di zuppa e tagliava una fetta di pane, affrettandosi sempre a tornare alla finestra, per non perdere l’arrivo di Gesù.

Finché per le strade non rimase più nessuno. Erano tornati tutti a casa e la notte stava calando di nuovo sul villaggio.

Il calzolaio lasciò la finestra e tornò a sedersi sulla poltrona. “Dunque si è trattato solo di un sogno” pensò con un po’ di tristezza. Il giorno di Natale stava finendo e Gesù non era venuto a fargli visita.

Fu proprio allora che scoprì di non essere solo in casa. Con lui c’erano lo spazzino, la madre con ilsuo bambino e tutti i mendicanti a cui aveva offerto da mangiare durante il giorno. Papa Panov si passò più volte le mani sugli occhi, incredulo. Non poteva essere un sogno, perché non stava affatto dormendo. “Non mi hai visto, Papa Panov?” cominciarono a bisbigliare dolcemente.

“Chi siete?” domandò il calzolaio, stupito e incredulo. A rispondere si sollevò un’altra voce, che il suo cuore subito riconobbe. Era la voce di Gesù.

“Ero affamto e tu mi hai dato da mangiare, ero nudo e mi hai vestito, ero infreddolito e mi ha permesso di scaldarmi davanti al tuo fuoco. Oggi sono venuto da te, con tutte le persone che hai aiutato” spiegò Gesù. Poi nella stanza tornò il silenzio e Papa Panov era di nuovo solo, con una grande felicità che il suo cuore faticava a contenere, tanto che gli venne voglia di ridere e ballare per la gioia. “Quindi è venuto!” disse.

Era stato il Natale più bello della sua vita.

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