A futura memoria

Son morto con altri cento, son morto
che ero bambino, passato per il camino e
ora sono nel vento
Ad Auschwitz c’era la neve
un solo grande silenzio…

Il 27 gennaio 1945 i cancelli di Auschwitz si spalancano   L ‘orrore del campo di sterminio appare in tutto il suo abominio: migliaia di persone denutrite, scheletriche, lasciate a morire, spogliate di ogni dignità tendono le mani con sguardo implorante, incredulo.

Un mondo offeso, un’umanità offesa.

È una tragedia voluta dall’uomo contro altri uomini, una ferocia che ha annientato milioni di persone e spento l’innocenza di tanti bambini.

Il freddo e la neve, presenti nella canzone “Auschwitz, il bambino nel vento”, scritta da Francesco Guccini nel 1964, non sono motivo di gioia e di festa per il bambino ma la raffigurazione della inaudita sofferenza di persone, rinchiuse in un unico posto, in un ”non luogo”, abbandonate al loro destino in un silenzio assordante.

“Non ho mai perdonato, come non ho dimenticato” dice Liliana Segre, deportata bambina, sopravvissuta alla Shoa e per lungo tempo rimasta in silenzio.

Così come Sami Modiano

Quel giorno ho perso la mia innocenza. Quella mattina mi ero svegliato come un bambino. La notte mi addormentai come un ebreo.

A 13 anni, nell’inferno di Auschwitz vede morire familiari, amici fino a rimanere solo nella lotta per la sopravvivenza, ne uscirà a 17 anni per affrontare un’altra realtà non migliore, subita senza poter protestare, senza potersi opporre.

Come dare voce al dolore di un’adolescenza bruciata, di una famiglia annientata, di un’intera comunità spazzata via dall’odio e dalla discriminazione?

“Perchè io? Perchè io?”

Domanda che continua a porsi, durante il racconto che ferisce l’anima e dilania il cuore: è il racconto di un bambino diventato uomo nel campo di sterminio: disarmato, abbandonato e condannato alla memoria nel ricordo doloroso dei sommersi e nell’incubo feroce dei salvati.

Sami sceglie di farsi “memoria” con la sua stessa vita e il suo corpo marchiato con il numero B7456, dopo anni di lungo silenzio.

Primo Levi, alla liberazione, invece, sente il bisogno, la necessità di rendere testimonianza immediata dell’orrore vissuto ma

Accade facilmente, a chi ha perso tutto, di perdere se stesso

Molti sopravvissuti hanno perso molto di sé e dopo la liberazione sono stati tormentati dal senso di colpa.

Primo Levi, per il peso di essere libero si è suicidato… schiacciato dal fantasma dei lager.

E Nedo Fiano

Il tempo si è fermato ad Auschwitz…

dopo una visita, quel “non luogo” appare duro, arcigno, severo come allora

… sono lì in visita
io sono cambiato, lui no…

Parole come lame: l’orrore resta impresso e opprime.

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