Masada

Quella sera Calev non sarebbe rientrato presto, come doveva fare ogni volta che aveva la serata libera. Calev sarebbe invece uscito molto tardi e non avrebbe dormito. Quella non sarebbe stata una notte come le altre. C’era un clima di composta eccitazione tra i suoi compagni; lui era un po’ più taciturno del solito e si concentrò sugli anfibi da lucidare, sul proprio nome e numero di matricola da scrivere all’interno del berretto: rivoleva il suo, dopo che tutti li avrebbero lanciati in aria in un gesto liberatorio. Verso mezzanotte la partenza su un pullman. Poi il trasbordo su dei semicingolati: la strada da quel punto in poi non sarebbe più stata percorribile altrimenti. Arrivarono, infine. La luna piena rischiarava il deserto e permise di vedere dove ci si trovava. Lo sapevano, naturalmente; ma esserci davvero era diverso. Poco lontano potevano vedere i resti del principale campo della X Legione romana. Lì aveva alloggiato il loro comandante, Tito, che gestì l’assedio e poi guidò l’assalto

Masada – Resti del Campo della X Legione “Fretensis”

Poco dopo, distanti qualche metro l’uno dall’altro, presero a salire sulla “rampa”, il terrapieno costruito dai legionari per andare alla conquista della fortezza di Masada e sgominare i ribelli che da più di un anno cercavano di difenderla e, con essa, difendere sé stessi. Calev e i suoi compagni, uno alla volta, giunsero in cima.

Masada – La “rampa” romana

Conoscevano la storia di quel luogo ed entrarci, nel modo in cui erano entrati i legionari romani, dava un senso di sottile inquietudine. Percepivano il medesimo silenzio che doveva aver stupito e angosciato anche lo stesso Tito. Sembravano tutti un po’ spaesati, Calev provava disagio e un filo di angoscia. Si guardavano intorno alla luce della luna. I comandanti li lasciarono liberi di vagare per un po’. C’era un silenzio surreale, interrotto solo dallo scalpiccio degli anfibi sul terreno ghiaioso e da qualche frase appena sussurrata, quasi per non disturbare il riposo dei morti. Chi, in Italia, ha fatto il servizio militare di leva, ricorda il giorno del giuramento come un atto per lo più formale, un rito dovuto, per qualcuno futile. Si giurava di giorno, presenti amici e parenti, con i quali poi trascorrere il resto della giornata. Ma lì a Masada, tra quei futuri giovani ufficiali, tirava un’aria diversa. Certo, anche quello era un atto formale, ma c’era la consapevolezza che non sarebbe stato solo un pro-forma. Il cielo, infine, rischiarò. L’alba inizia molto presto in primavera da quelle parti di mondo. E venne il momento. Riuniti in una formazione a quadrato, si presentarono davanti ai loro comandanti, uno alla volta, in ordine alfabetico. Una mano su una bibbia, l’altra su un fucile, “il coraggio e la forza”, ognuno giurava che Masada non sarebbe caduta di nuovo, come accadde esattamente millenovecento anni prima.

C’era già sole pieno quando la cerimonia terminò. Una soldatessa istruttrice spiegava la storia di quel sito. 

Giuramento a Masada

Tra di loro vi erano dei nuovi immigrati naturalizzati e lei tenne a precisare che anche re David aveva ascendenti moabiti nella bisnonna, la biblica Ruth. Indicò le alture a est, oltre il mare, oggi giordane, tremila anni fa Terra di Moab. I giovani neo-ufficiali ridiscesero la rampa, salirono sui semicingolati e poi sul pullman. Avrebbero avuto davanti altri mesi di addestramento. Poco più che ragazzi, si addormentarono, finalmente, le teste degli uni sulle spalle degli altri….

Il pezzo forte di questa costa del mar Morto rimane la fortezza erodiana di Masada. Chi la conosce la può individuare tra le altre alture già a chilometri di distanza dalla statale 90. Chi si immagina una classica costruzione fortificata, rimane sorpreso dalle sue vere dimensioni e dal constatare che in realtà, oltre a quello che sembra, si tratta di una sorta di reggia dove svernare lontani dal freddo di Gerusalemme. Situata su un altopiano roccioso, a 400 metri di altitudine rispetto al sottostante mar Morto, è circondata da burroni in ogni lato. Le sue mura racchiudevano tutto l’altopiano. Includeva una villa su tre piani, un complesso termale, e poi magazzini, canalizzazioni per la raccolta dell’acqua, cisterne, colombari e diversi altri edifici. Dopo la distruzione di Gerusalemme da parte delle legioni romane nel 70 d.C., un folto gruppo di ribelli con le loro famiglie fuggì per rifugiarsi a Masada. Furono raggiunti dalla X Legione, che la posero sotto assedio. I legionari impiegarono poco più di un anno, se non di meno, ad erigere una rampa di accesso per poter entrare nella fortezza. Con un ariete spinto fino al suo culmine, sfondarono in quel punto le mura di cinta. Era l’anno 73 dopo Cristo. Aspettarono l’alba per dare l’assalto. Quando, attraverso la breccia, entrarono, pronti alla battaglia, trovarono solo un gran silenzio e circa 900 cadaveri tra uomini, donne e bambini. I ribelli preferirono darsi reciprocamente la morte piuttosto che finire schiavi dei romani o morire delle loro spade. Questa è la narrazione, il mito e forse la realtà dei fatti fu un po’ diversa, forse meno eroica e nobile, ma poco cambia della sostanza di quei tragici eventi. La fortezza rimase in mano romana e bizantina. Poi seguì il destino di altri luoghi di quei territori: vennero gli arabi e poi fu dimenticata, fino al secolo scorso. Con la costituzione dello Stato di Israele, ne divenne un’icona identitaria, simbolo della resistenza ebraica contro gli invasori. Per questo le reclute vengono qui a giurare che Masada non cadrà due volte.

Villa erodiamo su tre livelli

Al visitatore rimane lo stupore di vedere cosa doveva essere stata quella fortezza negli anni in cui era abitata. E di rendersi conto degli sforzi, della fatica di tante anonime persone per compiacere i potenti che la abitavano. A quel visitatore, se ha modo di fermarsi a riflettere solo un istante, rimane anche la percezione di quella sensazione di smarrimento, di paura e di angosciosa solitudine che tutta quella gente lì asserragliata, che sapeva di dover morire, doveva aver provato. 

Villa erodiana – riproduzione

…Era aprile. Né Calev né i suoi compagni potevano immaginare che sei mesi dopo avrebbero dovuto tener fede a quell’impegno appena preso. Qualcuno di loro non sopravvisse; altri riportarono cicatrici nel corpo e nell’anima. Ognuno di loro, con forza, coraggio, paura e sconforto, riuscì ancora ad impedire che Masada cadesse una seconda volta.

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