La forma del Tempo

Ogni epoca ha il proprio ritmo, le proprie immagini, le proprie forme. Il Tempo è una presenza che entra nell’Arte come memoria e come cambiamento, ha il potere di influenzare i linguaggi e trasforma il modo in cui il pubblico osserva, ascolta e interpreta. Arte, Teatro e Musica diventano così luoghi privilegiati per comprendere non soltanto il Tempo ma il modo in cui lo viviamo.


Il tempo è forse l’aspetto più presente nella nostra vita e, allo stesso tempo, quella che conosciamo meno.

Lo misuriamo, lo organizziamo, lo dividiamo in ore, giorni, stagioni, anni. Costruiamo calendari, orologi, archivi. Parliamo di passato, presente e futuro come se fossero luoghi nei quali poterci muovere con sicurezza. Eppure, quando proviamo a definire che cosa sia il Tempo, qualcosa sfugge.

Il tempo non si lascia vedere.

Possiamo vedere ciò che cambia, ciò che nasce e ciò che muore, ciò che si deteriora e ciò che cresce. Il Tempo in sé, però, rimane invisibile. È forse proprio questa invisibilità ad averlo reso una delle più grandi ossessioni dell’Umanità.

L’abbiamo cercato nella Filosofia, nella Scienza, nella Religione. Lo abbiamo trasformato in racconto, in mito, in calendario. Disperati, siamo arrivati a rappresentarlo attraverso l’Arte.

Perché l’Arte?

L’Arte ha con il Tempo un rapporto particolare: non si limita a vivere dentro il tempo ma può trasformarlo in una materia espressiva.

Un’immagine può fermare un istante. Una brano musicale può dilatarlo. Un’opera teatrale può rendere il passato un presente. L’Arte può conservare la memoria di un’epoca e, attraversando le generazioni, diventare parte della memoria collettiva.

La persistenza della memoria (1931)
Salvador Dalí
Museum of Modern Art di New York

Il tempo che passa

Ogni opera d’arte nasce dentro un presente.

Non importa quanto possa sembrare lontana dalla realtà: un dipinto, una scultura, una composizione musicale, uno spettacolo teatrale appartengono sempre a un determinato momento storico.

Portano con sé una lingua, una sensibilità, una tecnologia, un sistema di valori, una concezione del corpo, della Bellezza ed anche della società.

Anche quando l’artista cerca di fuggire dal proprio tempo, il proprio tempo finisce per seguirlo ed incatenarlo a sé.

È uno dei paradossi della creazione artistica.

L’artista può cercare il passato, immaginare il futuro, inventare mondi inesistenti ma lo fa sempre e solo dal proprio presente.

Per questo conoscere la Storia dell’Arte significa conoscere la trasformazione del modo in cui l’umanità ha percepito il Tempo. Le diverse epoche non hanno avuto semplicemente stili diversi; hanno avuto diverse idee del mondo e, quindi, diverse idee del Tempo.

Il tempo ciclico delle società legate alle stagioni non è lo stesso tempo lineare della modernità. Il tempo religioso non coincide con quello industriale. Il tempo della fabbrica non è quello della società digitale.

Non dimentichiamo che le Arti registrano queste trasformazioni. A volte lentamente. A volte in anticipo. A volte attraverso una vera e propria rottura.

Memoria (1948)
Magritte
Bruxel

L’Arte diventa memoria

Una delle funzioni più antiche dell’Arte è quella di conservare; un volto dipinto continua a esistere quando il volto reale è scomparso, un monumento ricorda un nome quando le generazioni cambiano, un’immagine può sopravvivere a una civiltà.

In questo senso, l’arte sembra offrire all’essere umano una possibilità straordinaria: sottrarsi dal Tempo.

Una possibilità che, purtroppo, è soltanto parziale. Un’opera non conserva mai completamente ciò che è stato. Conserva una forma. Un frammento. Un punto di vista. Un’interpretazione.

Quando guardiamo un’immagine del passato, non vediamo semplicemente il passato. Vediamo il modo in cui qualcuno, in quel passato, ha scelto di rappresentarlo.

È una differenza fondamentale.

L’Arte non è un archivio neutrale. È memoria trasformata. È memoria seleziona: ciò che viene rappresentato acquista importanza, ciò che non viene rappresentato scomparirà.

Per questo la Storia dell’Arte è anche, inevitabilmente, una storia di ciò che le società hanno scelto di ricordare. È, anche, una storia di ciò che hanno scelto di dimenticare.

Il Teatro: il tempo che accade

Fra tutte le Arti, il Teatro ha un rapporto particolarmente intimo con il Tempo.

Uno spettacolo non è semplicemente un oggetto. È un evento: ha un inizio, una durata e una fine. Esiste nel momento in cui accade.

Una rappresentazione teatrale non può essere separata completamente dal Tempo e dallo spazio in cui viene vissuta. Anche la stessa opera, rappresentata cento volte, non è mai veramente la stessa. Cambiano gli interpreti, il pubblico, l’atmosfera, il luogo, la sensibilità.

Un silenzio può durare un secondo in più.

Una battuta può assumere un significato diverso.

Il pubblico può reagire in modo inatteso.

Il Teatro vive quindi di una particolare fragilità: è destinato a scomparire mentre accade e proprio questa caratteristica lo rende irripetibile.

In un’epoca in cui quasi tutto può essere registrato, archiviato e riprodotto, il Teatro continua a ricordarci che esistono esperienze il cui valore risiede anche nella loro impossibilità di permanere; nella sua impermanenza.

Lo spettacolo finisce. Ciò che è accaduto nella relazione fra scena e pubblico, però, rimane nella memoria.

La musica: ascoltare il tempo

La Musica porta questa relazione ancora più lontano.

La Musica non può esistere senza durata. Un suono ha bisogno di un prima e di un dopo. Una melodia vive nella memoria di ciò che abbiamo appena ascoltato e nell’attesa di ciò che sta per arrivare.

Il ritmo organizza il Tempo.

La ripetizione crea riconoscimento.

La pausa crea attesa.

L’accelerazione produce tensione.

Il rallentamento può generare sospensione.

Il silenzio diventa parte della composizione.

Ascoltare Musica significa quindi vivere una particolare esperienza temporale. Non siamo completamente nel presente. Ricordiamo il suono appena passato e immaginiamo quello successivo. La Musica crea una forma di presente che contiene già memoria e anticipazione.

Forse è per questo che una canzone può restituirci, dopo decenni, non soltanto un ricordo, ma una sensazione. Ci riporta in un tempo che credevamo perduto.

Abbazia nel querceto (1808-10)
Caspar David Friedrich
Alte Nationalgalerie, Berlino

Il passato non è mai completamente passato

C’è poi un altro paradosso.

Quando osserviamo un’opera del passato, non possiamo mai farlo con gli occhi di chi l’ha vista per la prima volta. Il nostro sguardo è inevitabilmente contemporaneo.

Un’opera cambia significato quando cambia il pubblico che la osserva. Questo vale per la Pittura, per il Teatro, per la Musica, per la Letteratura, per il Cinema.

Un’opera può essere dimenticata e poi riscoperta. Può essere celebrata in un’epoca e contestata in un’altra. Può diventare simbolo di qualcosa che il suo autore non aveva previsto.

La Storia dell’Arte non è quindi soltanto una successione di opere. È anche la storia delle interpretazioni che cambiano nel Tempo.

Il passato non è immobile. Ogni generazione lo riscrive attraverso il proprio sguardo.

Il nostro tempo

Arriviamo al presente.

Forse la caratteristica più evidente del nostro tempo è la velocità. Produciamo e consumiamo immagini in quantità mai viste. Ascoltiamo Musica continuamente. Assistiamo a spettacoli attraverso schermi. Conserviamo fotografie e video di quasi ogni momento della nostra vita. Possiamo conoscere in pochi secondi ciò che accade dall’altra parte del mondo.

Eppure questa accelerazione sembra produrre un paradosso: più strumenti abbiamo per risparmiare Tempo, più spesso percepiamo di non averne abbastanza.

Il Tempo è diventato una risorsa economica, sociale, psicologica. La nostra attenzione è diventata una merce.

In questo contesto, l’Arte può assumere un ruolo particolare.

Può diventare uno spazio nel quale il Tempo non viene semplicemente consumato. Viene abitato.

Un’opera può chiederci di rallentare. Un concerto può restituirci la durata. Un museo può costringerci a osservare. Il Teatro può obbligarci a rimanere presenti. La Musica può restituirci il silenzio.

Non è poco.

In una società che tende a trasformare ogni momento in qualcosa da utilizzare, dedicare Tempo a un’opera può diventare una forma di libertà.

Il futuro?

Anche il futuro appartiene all’Arte.

Ogni artista che crea immagina, in qualche misura, qualcuno che ancora non esiste: lo spettatore futuro. Un’opera nasce nel presente ma può essere compresa davvero soltanto da un’altra epoca.

Questo rende la creazione artistica una forma particolare di dialogo con il Tempo.

L’artista parla a persone che non conosce. Non sa quali saranno i loro valori, le loro paure, le loro domande. Non sa se comprenderanno il proprio lavoro. Non sa nemmeno se l’opera sopravviverà.

Eppure crea.

Forse perché ogni atto creativo contiene una piccola forma di fiducia nel futuro. La convinzione che ciò che facciamo oggi possa avere un significato domani.

Il sonno della ragione genera mostri (1797)
Francisco Goya
Biblioteca Nacional de España, Madrid

Ciò che resta

Alla fine, forse, il rapporto fra Tempo e Arte può essere ricondotto a una contraddizione essenziale.

L’arte nasce perché tutto passa.

Se il mondo fosse immobile, non avremmo bisogno di rappresentarlo. Se le persone fossero eterne, forse non avremmo bisogno di ritrarle. Se i ricordi non svanissero, forse non avremmo bisogno di conservarli.

È proprio la consapevolezza della caducità a spingerci verso la creazione.

L’artista non sconfigge il tempo. Nessuno può farlo. Può però trasformare il passaggio del Tempo in una forma.

Un istante può diventare immagine. Una durata può diventare spettacolo. Un ritmo può diventare musica. Un’esperienza individuale può diventare memoria collettiva.

Un’opera, attraversando le epoche, può incontrare persone che il suo autore non avrebbe mai potuto immaginare.

Forse è questo il vero rapporto fra Arte e Tempo. Non la possibilità di fermarlo, ma quella di renderlo percepibile.

L’Arte ci mostra ciò che normalmente non vediamo: il Tempo che passa attraverso i corpi, le società, le città, le idee, i linguaggi. Ci ricorda che ogni presente è destinato a diventare passato e che ogni passato, quando viene nuovamente guardato, ascoltato o rappresentato, può tornare a essere presente.

In questo continuo movimento fra ciò che è stato, ciò che è e ciò che ancora deve accadere, Arte, Teatro e Musica diventano non soltanto espressioni della cultura, ma forme della nostra esperienza del Tempo.

Forse è per questo che continuiamo a crearle.

Per lasciare una traccia.

Per ricordare.

Per comprendere.

Per immaginare.

Soprattutto, per dare una forma a qualcosa che forma non ne ha: il Tempo.