L’Italia è una selva oscura

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita.

Inferno – Dante Alighieri

L’incipit della Divina Commedia è forse uno dei più famosi in tutto il globo terrestre; come moltissimi altri versi di quest’opera è stato sottoposto ad attente analisi da un vero e proprio esercito di studiosi.

L’Arte, quanto è vera, ha un gran brutto vizio: è incomprensibile. Questa sua caratteristica può essere esternata attraverso un elemento criptico (e di solito ci chiediamo: ma vuol dire qualcosa?) oppure attraverso una profondità non banale che si apre a molte diverse interpretazioni (e qui ci chiediamo: qual è la chiave di lettura da seguire?). La Commedia rientra in questo secondo gruppo.

Le sue chiavi di lettura sono molteplici, tutte esatte e possibili, e a noi viene offerta una possibilità unica: godere dell’opera a nostro piacimento, leggendola e rileggendola decidendo di volta in volta quale percorso intraprendere.

Per questo viaggio in Italia in compagnia del Sommo Poeta tralascerei l’aspetto morale e teologico della Commedia, che mi sembra anche il più conosciuto e battuto. Forse siamo tentati di scegliere la chiave “morale-teologica” in riferimento al titolo: “Divina” Commedia. Va ricordato che questo non è il titolo scelto da Dante per la sua opera ma è stato usato circa 40 anni dopo la fine della stesura dell’opera da Giovanni Boccaccio nel suo Trattatello in laude di Dante. Il titolo è cambiato “ufficialmente” solo nel 1555 quando l’editore veneziano Ludovico Dolce stampò la sua edizione usando il titolo alla Boccaccio… e da lì è diventata la Divina Commedia per tutti noi.

Ritorniamo alle origini: Commedia o Comedia. L’origine di questa parola è greca: κωμῳδία (kōmōdía). È una parola composta da κώμη, che in greco vuol dire villaggio, e da ᾠδή, canto.

Il canto del villaggio.

Forse è solo una suggestione ma già a partire dal titolo vengono suggerite almeno due chiavi di lettura possibile: una storia che inizia male ma finisce bene (dalla selva oscura al Paradiso) o un poema del villaggio (che per estensione e unità può intendersi l’Italia)? Inutile ribadirlo ma questa volta vorrei seguire la seconda chiave di lettura.

La Commedia diventa ancor più interessante se la leggiamo agli occhi della biografia dell’autore. Non è un obbligo, ben s’intenda, ma è un’ulteriore possibilità.

Alcuni dati sono arcinoti. Tutti noi sappiamo che la musa più importante per Dante è stata Beatrice, che ha quasi totalmente oscurato la memoria della povera consorte del Poeta (quanti di noi si ricordano il suo nome? Pochi… comunque era Gemma Donati). Altre coincidenze storiche invece sono meno conosciute ma ugualmente importanti. Vediamone qualcuna.

Secondo gli studi più accreditati Dante ha iniziato la stesura della Commedia tra il 1304 e il 1305, un momento molto significativo nella vita dell’autore. Qualche anno prima, nel 1302, Dante riceve ben due condanne di forte valore “politico”: la prima il 27 gennaio e la seconda il 10 marzo. Presso l’Archivio di Stato di Firenze è possibile leggere la seconda condanna riportata nel Libro del chiodo (non pensiate chissà a cosa, è un semplice registro chiamato così perché la rilegatura è a chiodi di ferro):

Alighieri Dante è condannato per baratteria, frode, falsità, dolo, malizia, inique pratiche estortive, proventi illeciti, pederastia, e lo si condanna a 5000 fiorini di multa, interdizione perpetua dai pubblici uffici, esilio perpetuo (in contumacia), e se lo si prende, al rogo, così che muoia

Un bell’esempio di ingiustizia a fine politici in cui si distrugge l’immagine sociale e pubblica di un avversario.

Gō Nagai – Inferno dalla Divina Commedia di Dante Alighieri (1994)

Ed ecco che agli occhi di questo fatto la selva oscura in cui Dante si trova a passeggiare può essere vista come un’Italia in cui la corruzione è arrivata ad un livello tale da oscurare la luce della giustizia.

Il suo cammino in questo luogo soffocante e privo di luce è sbarrato dalle famose tre fiere: una lonza, un leone e una lupa. Questi tre animali sono veri e propri impedimenti per l’uscita di Dante dalla foresta. Anche in questo caso siamo di fronte ad un bivio interpretativo. Sembra quasi che il Poeta fiorentino voglia offrirci la possibilità di confermare la nostra scelta precedente legata al nome Commedia o cambiare direzione. Questi tre impedimenti possono essere considerati degli impedimenta, parola latina usata in ambito teologico, o possono essere viste come la disposizione al male e al peccato. Cosa scegliamo: una chiave prettamente teologica o una più generale? Io confermo la mia scelta, per questa volta, di proseguire la lettura usando una chiave più generale e meno teologica.

La lince presente anche in Europa
è probabilmente la lonza dantesca

Pensando alla lonza, viene da ricordare un fatto nel 1285: Dante si spaventò vedendone una tenuta in gabbia presso Palazzo Vecchio. Questo animale è legato a doppio filo con il nostro Poeta perché anche il suo maestro di riferimento, Virgilio, ne parla nel primo libro dell’Eneide. Insomma, non poteva proprio mancare nella sua opera. La lonza è da sempre simbolo di lussuria. Uno dei peccati forse più in voga nella Firenze di Dante, un’attitudine peccaminosa che ha portato a commettere molti delitti e uccisioni. Un peccato imputabile un po’ a tutto lo Stivale, dove le pulsioni sessuali hanno rovinato (e continuano a rovinare) persone e società.

Con il leone è semplice. Il re della foresta è stato preso a simbolo della superbia. Un peccato di cui si sono macchiati gli avversari politici di Dante e che in generale si insidiava tra le persone che detenevano il potere. Se volete, potete rileggere l’ultima frase al presente e noterete come mantenga intatta la sua verità.

Per ultima, la più pericolosa: la lupa. Simbolo di cupidigia e avarizia, troppo spesso è messa in relazione solo con il denaro. Dovremmo ampliare la visuale e ricordarci che gli uomini possono bramare anche gli onori oltre ai beni terreni. Per Dante questa fiera è la più pericolosa di tutte perché da essa hanno origine tutti i mali che affliggono Firenze e l’Italia in generale. Il suo esilio affonda la sua radice in questo peccato, le sedie parlamentari hanno spesso negli anni sopportato questo peso. Quello che è peggio è che per Dante neanche la Chiesa è esente da questo atto peccaminoso e più volte durante il suo viaggio infernale ce lo ricorderà; d’altronde la Storia della Chiesa e quella dell’Italia si sono incrociate molto spesso e a volte sono state anche coincidenti.

Dopo questa idea generale sulla situazione italiana, con quella che possiamo considerare a tutti gli effetti un’invettiva contro il nostro Paese, ha inizio il nostro viaggio insieme a Dante Alighieri.