Tutti parliamo dante

Quante volte ci siamo sentiti dire che la Commedia è il libro più importante della nostra Letteratura? Non so voi ma io ho perso il conto. A dire il vero credo che questa importanza non sia data dalle dotte disquisizioni dei letterati ma dalle reale influenza che l’opera di Dante ha avuto e ha sul nostro quotidiano.

La Divina Commedia illumina Firenze Domenico di Michelino (affresco - 1465)
La Divina Commedia illumina Firenze Domenico di Michelino (affresco – 1465)

Potremmo rimanere davvero stupiti da quante siano le espressioni presenti per la prima volta nei versi danteschi e rimaste nella nostra lingua, in questo breve articolo prendiamo in esame le dieci più comuni e la sorpresa è assicurata!

Fa tremar le vene e i polsi

Una delle prime espressioni di uso quotidiano ancora oggi presenti nella nostra lingua la possiamo trovare al verso 90 del Canto I dell’Inferno: ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi.

Dante si trova di fronte alla lupa. La sua paura è tangibile. Non a caso questa espressione oggi la usiamo per descrivere qualcosa che causa molta paura, quasi terrore.

Non mi tange

“Non m’importa” o “non m’interessa”. Queste sono solo dei tanti modi che abbiamo per esprimere la mancanza d’interesse per qualcosa o qualcuno.

Qui siamo di fronte ad una parola dall’eco latina e dal vago sapore evangelico (Noli me tangere) ma non dobbiamo pensare che possa essere in qualche modo una citazione, si tratta solo di un normale uso di una parola d’origine latina.

Ci troviamo al verso 92 del Canto II dell’Inferno: che la vostra miseria non mi tange. Queste parole sono pronunciate da Beatrice, quando incontra Virgilio per comunicargli che dovrà accompagnare Dante nel suo viaggio attraverso l’Inferno e il Purgatorio, e l’anima della donna tanto amata da Dante spiega come possa essere scesa negli Inferi per parlare con Virgilio seconda essere colpita dalla sofferenza che lì regna.

Lasciate ogni speranza voi ch’entrate

Questa celeberrima espressione compare al verso 9 del Canto III dell’Inferno. È l’iscrizione che le anime dei dannati possono leggere sulla porta del luogo della punizione e sofferenza eterna. Oggi, prevalentemente, questa espressione viene usata con toni scherzosi e spesso si riferisce a situazioni ostiche o ambienti disagiati.

Senza infamia e senza lode

Una lingua è un’entità viva, che cambia e si evolve. Questa frase oggi sta acquisendo la nuova versione: “Bene, ma non benissimo”. Si tratta della frase neutra per eccellenza per delineare qualcosa che non è degno di nota.

Possiamo trovare questa espressione nel verso 36 del Canto III dell’Inferno dantesco: che visser sanza infamia e sanza lodo. Qui incontriamo gli ignavi, quella folla di peccatori che non hanno mai preso una posizione chiara in vita.

Non ragioniam di loro, ma guarda e passa

Il girone degli ignavi è stato uno dei più prolifici per quanto riguarda le espressioni che sono rimaste vive nella nostra lingua. Come abbiamo visto parlando dell’espressione precedente, la condizione non degna di nota delle anime dei peccatori qui confinate, porta lo stesso Virgilio a pronunciare le seguenti parole nel verso 51: Non ragioniamo di loro, ma guarda e passa.

Inutile ricordarci, che sempre con una nota di ironia, nel caso si stia ragionando di una situazione, di persone o di cose per cui non vale la pena perder tempo, siamo portati a citare questo famoso verso dantesco.

Galeotto fu…

Questa frase non ha bisogno di presentazioni, come non ne hanno bisogno i due protagonisti di questa storia: Paolo e Francesca.

Dante ci racconta questa storia d’amore dannata nel Canto V dell’Inferno e il verso più famoso è senza dubbio il 37: Galeotto fu il libro e chi lo scrisse. Oggi tendiamo ad adattare questa frase in base alla necessità ma il suo significato originario non cambia, che sia un libro o qualsiasi altro oggetto (o situazione) per sottolinearne il ruolo di causa scatenante.

Una piccola precisazione: è Galeotto e non galeotto. Nel secondo caso stiamo parlando di un delinquente mentre nel primo caso ci riferiamo a Galehaut (tradotto in italiano come Galeotto), colui che è stato un intermediario tra l’amore di Lancillotto e Ginevra.

Fatti non foste a viver come bruti

Quando vogliamo incitare qualcuno a elevare la propria condizione di essere più umano e di essere meno bestia, in effetti usiamo ancora questa celebre espressione.

Siamo al canto XXVI ai versi il 119 e 120: Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza. A pronunciarla è il mitico Ulisse che esorta i suoi colleghi a seguirlo nell’ultimo folle viaggio della loro vita.

Cosa fatta capo ha

Questo detto è il risultato di un’inversione, nel verso 107 del Canto XXVIII dell’Inferno possiamo leggere: Capo ha cosa fatta. In effetti suona meglio grazie all’inversione.

In questo punto dell’Inferno viene citato Mosca dei Lamberti che secondo una diceria dell’epoca di Dante (quasi una leggenda) era stato lui ad incitare la famiglia degli Amidei a vendicarsi di Buondelmonto, creando così quella spaccatura che non verrà più sana tra Guelfi e Ghibellini.

Che l’impegno per la vendetta di Mosca dei Lamberti fosse completamente disinteressato non è certo. Non a cosa ancora oggi per significare che un’azione ha sempre un fine o uno scopo, utilizziamo questo verso dantesco.

Stai fresco

Il significato che oggi attribuiamo a questa espressione è duplice: “Andrà a finire male” o in modo ironico “Siamo a posto!”. Questa espressione proviene dal verso 117 del Canto XXXII dell’Inferno: là dove i peccatori stanno freschi.

Ci troviamo insieme a Dante e Virgilio sul lago di Cocito, dove le anime dei peccatori che qui sono punite sono costrette a rimanere conficcate nel ghiaccio, che si è creato a causa del movimento delle enormi ali di Lucifero che spostano un gran quantità d’aria gelata.

Non è strano? Nell’immaginario comune l’Inferno è un luogo avvolto nelle fiamme, per Dante invece è caratterizzato dal freddo e dal ghiaccio.

Il bel Paese

La nostra epoca, con questa espressione, ha creato un vero e proprio capolavoro, facendo diventare queste parole addirittura il nome di un prodotto caseario oggi passato di moda.

Tolto il nome proprio del formaggio, dobbiamo ricordarci che il mondo intero riconosce la nostra cara Italia con questo bel nome, che compare nel penultimo canto infernale (XXXIII) al verso 89: del bel paese là dove ‘l sì suona. Espressione usata anche da Petrarca nel suo Canzoniere, oltretutto.