Dante Alighieri Sandro Botticelli (tempera su tela, 1495, Ginevra, collezione privata)

La bella Firenze di Dante, malata di triplice vizio

Dante si presta a tanti livelli di lettura, ha ragione Davide (che con i suoi articoli mi fornisce un buon aggancio;). Continuiamo lungo la strada che vede Dante in balia delle tre fiere, proprio all’inizio del suo viaggio. Già Davide ci ha spiegato che si tratta di tre simboli, di allegorie di vizi e di atteggiamenti molto diffusi ai tempi del Nostro (leggi l’articolo di Davide). Guardiamo più da vicino ciascuna di esse e proviamo anche a calarci nella realtà dei tempi del Poeta. 

La lonza, il leone e la lupa richiedono alcune puntualizzazioni, rispetto ad un primo approccio. Intanto, che animale è la lonza? Dante ce la presenta come un felino e probabilmente il suo nome è un francesismo per indicare la lince; ci dice che la fiera ha una gaetta pelle, cioè ha il pelo maculato, come se si trattasse di un leopardo, più che di una lince marroncina a tinta unita. Il felino è un animale furbo ed agile, proverbialmente inaffidabile. Fermiamoci qui per un momento.

Il leone sappiamo tutti com’è fatto e la postura che Dante gli attribuisce (con la test’alta e con rabbiosa fame) lo qualifica come animale superbo, forte, dominatore.

La lupa viene descritta da Dante con dovizia di particolari: è famelica, desiderosa di cibo, magra, temibile (e molte genti fe’ già viver grame); mette paura e ansia al Poeta. Inoltre, più avanti nel canto I dell’Inferno, quando Dante sta ormai parlando con Virgilio, egli viene a sapere che questa bestia si ammoglia con molti animali, come se (anche a causa della mentalità fantastica del Medioevo) dalla lupa potessero nascere creature immaginarie e mostruose.

Le interpretazioni allegoriche delle tre fiere, per le ragioni già esposte da Davide nel suo articolo e ribadite nelle righe precedenti, ci dicono e ci suggeriscono che si tratti di tre vizi: lussuria, superbia, avarizia

William Blake – Illustrazioni per la Divina Commedia (1824)

Ma c’è dell’altro.

Addentrandoci nell’Inferno, scopriamo, ad esempio, che i peccatori sono ripartiti in tre grandi zone: incontinenti, violenti, fraudolenti. 

I primi sono quelli che non si seppero trattenerepur non dirigendosi verso oggetti sbagliati: un goloso, ad esempio, mangia e non fa nulla di male ingerendo cibo, che non è un oggetto sbagliato; sbaglia però l’intensità e la misura con cui si dedica a questo oggetto. Quindi è un incontinente, non si trattiene, non si contiene.

All’incontinenza fa pensare la magrezza della lupa, che desidera oltre misura, che brama e non è mai sazia e che si ammoglia con tanti animali: questo potrebbe significare che l’incontinenza è radice di tanti peccati diversi (gola, ma anche lussuria, avarizia, accidia, ira).

Poi ci sono i violenti, nell’Inferno: il leone potrebbe ragionevolmente indicare questa seconda tendenza negativa.

Infine, i fraudolenti, divisi in tante categorie: il felino, la lince dalla pelle maculata potrebbe esserne simbolo.

Ma, allora, perché Dante ha incontrato le tre fiere nell’ordine lince-leone-lupa per poi ribaltarne la disposizione nel riferimento alle tre zone dell’Inferno (lupa-leone-lince)? Questo quesito resta aperto e non può essere qui risolto. 

Proseguiamo nel nostro viaggio, considerando altri elementi: sappiamo che Dante è fiorentino, molto legato alla sua città, con la quale non ebbe un rapporto facile. 

Da un lato, ci dice con orgoglio: 

I’ fui nato e cresciuto
sovra’l bel fiume d’Arno a la gran villa

Inferno XXIII, 94-95

Dante riferisce cioè di essere nato a Firenze, città costruita sul fiume Arno. Possiamo anche provare a ricostruire come fosse al tempo di Dante partendo da quando afferma:

Fiorenza dentro da la cerchia antica,
ond’ ella toglie ancora e terza e nona,
si stava in pace, sobria e pudica.

PARadiso XV, 97-99

Grazie alle mappe antiche sappiamo che Firenze aveva avuto diverse cerchie di mura, segno che negli anni si era ingrandita fino ad arrivare a 40.000 abitanti, che i quartieri erano suddivisi fra arti e mestieri, che le strade e i vicoli erano stretti, che c’erano case e torri ma che popolani e nobili abitavano negli stessi quartieri. Come scrive Santagata

La Firenze di Dante è una città medievale: un intrico di vie strette, di case di pietra e di legno addossate le une alle altre, un insieme disordinato di abitazioni, fondaci, botteghe e magazzini, intervallati qua e là da orti, vigneti e giardini. Le chiese sono numerose ma piccole: le torri numerosissime e a volte di dimensioni notevoli.

Per mostrare meglio la situazione della Firenze del tempo di Dante, pensiamo alla vicenda di Geri del Bello, cugino di Dante, ucciso da uno della famiglia Sacchetti, ghibellino. Dante incontra Geri nelle Malebolge dell’Inferno, tra i seminatori di discordie; il cugino lo minaccia col dito e il poeta spiega a Virgilio le motivazioni di questa minaccia: nessuno della sua famiglia ha ancora vendicato la sua morte.

Siamo dunque di fronte a una società piena di tensioni, violenta, vendicativa, in cui era possibile essere ucciso per uno sguardo di troppo: forse oggi Guelfi e Ghibellini non ci dicono nulla, ma le dinamiche di potere, sopraffazione e violenza del tempo possono essere facilmente ricostruite.

La Divina Commedia illumina Firenze Domenico di Michelino (affresco - 1465)
La Divina Commedia illumina Firenze Domenico di Michelino (affresco – 1465)

Per esempio, a Firenze i priori scelsero di mandare in esilio le più importanti famiglie della città (01/05/1300 un gruppo di giovani della casata Donati assalta un gruppo della famiglia Cerchi; 23/06/1300 un gruppo di Magnati aggredisce e bastona i consoli delle Arti), come si trattasse di una decisione necessaria, ma da cui dipese tutto il resto della vita di Dante.

L’esilio significa la povertà, la perdita dei beni, la divisione dalla famiglia e dagli amici, la continua ricerca di mecenati che lo ospitassero gratuitamente, correndo il rischio di inimicarsi Firenze, e la difficoltà a spostarsi sulle strade dell’Italia medievale.

Dante amava Firenze, ma non le risparmia il suo lucido sguardo, che mette in rilievo i vizi che la attanagliano. Pensiamo a cosa fa dire Dante al fiorentino Ciacco, nel VI canto dell’Inferno: 

[…]

Ed elli a me: "La tua città, ch’è piena
d’invidiasì che già trabocca il sacco,
seco mi tenne in la vita serena.

[…]

E quelli a me: "Dopo lunga tencione
verranno al sangue, e la parte selvaggia
caccerà l’altra con molta offensione.

Poi appresso convien che questa caggia
infra tre soli, e che l’altra sormonti
con la forza di tal che testé piaggia.

Alte terrà lungo tempo le fronti,
tenendo l’altra sotto gravi pesi,
come che di ciò pianga o che n’aonti.

(vengono descritte e prefigurate future lotte politiche a Firenze)

Giusti son due, e non vi sono intesi;

(si salvano in pochissimi)

superbia, invidia e avariziasono
le tre faville c’ hanno i cuori accesi”.

(ritorna il riferimento a tre vizi che caratterizzano la città: sembra chiaro, di nuovo, il richiamo alle tre fiere dell’inizio, anche se in ordine mutato rispetto all’incontro)