Ucraina 1930-1933: la Grande Fame

Stalin per stroncare il nazionalismo di Kiev non esitò ad affamare un popolo mietendo più di 10 milioni di vittime. Forse in questo si spiegano le ragioni di un conflitto che non si è mai concluso.

Alla fine non restarono che  i fantasmi e non se ne andarono più. Alla fine non restò più né tempo né voglia per progettare uno stato che avesse una parvenza di autonomia. Il senso di indipendenza di un popolo fu sepolto nelle fosse comuni, e da Mosca, poterono proclamare che il Pese era finalmente “normalizzato”. Si trattò della pagina più buia di una storia per troppo tempo rimasta sconosciuta perché, nel corso dei decenni successivi, i dirigenti stalinisti, distrussero migliaia di documenti, nel tentativo, riuscito solo in parte, di cancellare ogni memoria. 

Oggi diverse pubblicazioni, dopo anni di ricerche, tentano di far luce su quei fatti. Tra esse se ne possono segnalarne tre che hanno fornito spunto e materiale per quanto qui scritto. Non sono di facile lettura, ma danno, dopo una rigorosa ricerca storica, un quadro preciso di quello che accadde:

  • Vasyl’ Barka : Il Principe Giallo – Ed. Pentàgora – 2016
  • Ettore Cinnella: Ucraina il genocidio dimenticato 1932-1933 – Ed Della Porta -2015
  • Anne Applebaum: La grande Carestia- la guerra di Stalin all’Ucraina – Ed. Mondadori – 2019

Nel 1917 la caduta del regime zarista venne accolta come una grande occasione di affrancamento e di rilancio economico. Anche in Ucraina immaginarono un futuro federale dove l’identità nazionale potesse convivere dentro quell’utopia che era l’Unione Sovietica. E la gente si riversò nelle strade sventolando le bandiere rosse e quelle giallo e azzurre ucraine. Il primo di aprile, prese forma un Parlamento, affidato a Mykhailo Hrushevsky, un grande intellettuale dallo specchiato trascorso rivoluzionario. I progetti del nuovo Governo si dipanarono tra riforme sociali e valorizzazione della cultura e della lingua ucraina. Il 26 gennaio 1918 finalmente venne proclamata l’indipendenza del Paese ma “all’interno della Federazione Russa”.

L’Ucraina era però ancora uno Stato informe, con una amministrazione troppo approssimativa e soprattutto mancava di un esercito organizzato, in un contesto in cui milioni di soldati, animati da aspri sentimenti di rivalsa, tornavano dal fronte, armati sino ai denti. Le turbolenze iniziarono subito, al Governo eletto nel 1917, se ne sostituì uno filo tedesco, dopo di che Lenin tentò di far affermare un Soviet e alla fine la spuntò Pavlo Skoropadsky che riportò indietro le lancette della storia.

Skoropadsky era un generale, un po’ alla Pancho Villa con bandoliere a tracolla, pistole infiliate nella cinta dei pantaloni e medaglie d’ogni tipo appuntate al petto. Per lui niente socialismo, ma una difesa intransigente della proprietà e dei valori nazionali. I bolscevichi che erano una minoranza, seguirono il consiglio di Lenin, che a Mosca era impegnato a consolidare la rivoluzione e non trovava modi di occuparsi dell’Ucraina, si mimetizzarono aspettando il momento buono. 

La conquista degli Stati periferici arrivo con Stalin che fece adottare una serie di “misure attive” per sopraffare le istanze autonomistiche delle riottose comunità in modo da ricondurle al potere assoluto del Soviet supremo di Mosca. Ci vollero anni.

Molto spesso ad una frettolosa lettura della storia di quel periodo, si immagina che con la presa del Palazzo d’Inverno di Pietroburgo, il sistema socialista si sia subito e ovunque affermato. La realtà fu ben diversa, le ribellioni si susseguirono per almeno un decennio e per l’Ucraina arrivarono sino al 1933. 

A Kiev le prime disposizioni sulle confische ai contadini provocarono una rivolta capeggiata da Nestor Machno il quale difese l’autonomia ucraina sotto la nera bandiera dell’anarchia. Poi quando il suo governo venne travolto, l’opposizione venne rappresentata da iniziative individuali di contadini che, alla richiesta di consegnare gli animali, preferirono sgozzarli. Trockij li sbeffeggiava dicendo che gli ucraini erano “cittadini di uno stato scarsamente noto” e Molotov scriveva che gli Ucraini erano gente “che molto parla e molto si arrende”.

Il regime si mosse in fretta, arrivarono i Commissari dei Soviet, il gotha della burocrazia ottusa e cieca dell’apparato, scortati da decine di migliaia di soldati e cominciarono le requisizioni forzate. Il regime sostenne che la campagna di collettivizzazione era indirizzata contro i Kulaki, i contadini “ricchi”, responsabili di affamare i tesaurizzando i loro prodotti per trarne il massimo profitto. La realtà era diversa, la razzia fu attuata a 360 gradi e colpì non solo i grandi e medi proprietari ma anche chi di campo ne aveva uno solo da cui ricavava a mala pena di che vivere. Poi la requisizione forzata cambiò volto e divenne aperta rappresaglia contro chi era contrario al regime chi lo criticava o anche solo che si dimostrava poco sollecito ad apprezzarlo. Intellettuali e sacerdoti, professori e scrittori vennero deportati e fatti scomparire. Chi aveva studiato e chi si mostrava competente rappresentava per l’apparato un pericolo da eliminare e venne eliminato.  Ben presto tutti capirono che il regime di Mosca era tutt’altro che il “paradiso degli uguali”e iniziò una fiera resistenza che durò fino al 1930 quando gli espropri riuscirono a portare via tutto, comprese le sementi che dovevano servire per la lavorazione dei campi. E senza poter seminare non si sarebbe potuto coltivare e raccogliere. E fu la fame.

“Onorevole Compagno Stalin, non mangiamo pane dall’inizio di gennaio. Esiste forse una legge che obbliga i contadini a morir di fame? Come possiamo costruire in questo modo una economia socialista?”. 

Così è scritto in una lettera sfuggita alla meticolosa distruzione dei documenti da parte del regime.  Di pane non ne arrivo e neppure di sementi e la gente prese a girare per i boschi in cerca di erbe e radici si grattava la terra con le dita per trovare vermi da inghiottire per tacitare i morsi della fame. I bordi della strade si popolarono di morti per inedia o malattia, non li si seppelliva neppure più, mancavano le forze per farlo. 

L’inverno tra il 1932 e il 1933 fu terribile, si contarono decine di migliaia di suicidi, supremo atto di disperazione e protesta. Anche molti dirigenti bolscevichi si tolsero la vita dopo aver toccato con mano la distanza tra idea rivoluzionaria e la sua messa in pratica. Forse anche la morte (novembre 1932) della moglie di Stalin, Nadezda Alliluyeva che si suicidò con un colpo di pistola alla testa (il referto medico parlò però di peritonite), sarebbe, secondo la ricostruzione di Anne Applebaum,  collegata al genocidio ucraino. La “ragion di stato” pretese una ecatombe la portò a termine. In Ucraina i primi anni trenta del novecento vengono indicati come quelli del Holodomor, dello sterminio per fame. Il cibo arrivò quando ogni voce di dissenso si spense, a quel punto l’Ucraina era pacificata, sovietica e comunista.

3 pensieri su “Ucraina 1930-1933: la Grande Fame

  1. Penso sia giusto ricordare le migliaia di morti nei campi di prigionia tedeschi. Penso però che sia colpa grave dimenticare quanti morirono in quegli anni terribili : nei gulag sovietici, nelle foibe di Tito e sempre per colpa dei Sovietici in Ucraina , senza dimenticarci i nostri morti per colpa dei comunisti russi (e di qualche noto italiano).

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  2. N on capisco niente di politica ma mi sembra che oltre che a ripetersi la storia non insegna nulla. altro che San_remo le imagini sono premonitorie, a domani spero . sono triste ma inutile christiane Christiane Begonnet Mail: cbegonnet@outlook.it Mobile: +393387679795

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  3. Molte sono le cose che non so sui tempi moderni, ma la storia si ripete sempre (più o meno) uguale. Il genere umano ha inventiva nell’imitare e sfruttare sempre meglio le forze naturali, ma in fondo non ne ha alcuna per imparare a risolvere meglio i propri problemi.

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