Beethoven – Capitolo 7: la fine di un genio

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Beethoven che cammina in campagna, Julius Schmid

Nell’ultimo articolo abbiamo visto che nonostante il periodo estremamente difficile che Beethoven ha dovuto affrontare negli ultimi anni della sua vita, la sua produzione è stata estremamente viva e straordinaria.

Il suo modo di comporre era abbastanza paradossale. Infatti, non vuole abbandonare la forma classica del passato (quella del Settecento, per intenderci) ma allo stesso tempo inserisce delle novità tali che durante l’Ottocento non riescono ad essere comprese a pieno, si dovrà aspettare il Novecento per attribuirgli tutta la grandezza che merita.

Un grande musicista (e critico) come Robert Schumann proporrà di costruire un monumento in suo onore degno della sua grandezza, dando diverse idee (suggerendo di ispirarsi al nostro San Carlone):

Se fossi un principe costrurrei per lui un tempio nello stile del Palladio: vi sarebbero dieci statue; Thorwaidsen e Dannecker non potrebbero crearle tutte, ma almeno potrebbero farle finire sotto i loro occhi; nove sarebbero le statue, come le Muse, per le sue sinfonie: Clio sarebbe l’Eroica, Talia la Quarta, Euterpe la Pastorale e così via, Egli il divino Musagete. Là dovrebbe raccogliersi di tempo in tempo il popolo dei cantori tedeschi, là dovrebbero tenersi gare, feste, là dovrebbero essere eseguite le sue opere nel modo più perfetto. Oppure, un’altra cosa: prendete centinaia di querce centenarie e servitevene per scrivere sul terreno con tale scrittura gigantesca il suo nome. Oppure scolpitelo in una forma colossale come il san Carlo Borromeo al Lago Maggiore, affinché Egli possa, come già faceva nella vita, guardare al di sopra di tutte le montagne, – e quando i battelli del Reno scorreranno e gli stranieri chiederanno che cosa significhi quel gigante, ogni fanciullo potrà rispondere: è Beethoven, – ed essi

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San Carlo Borromeo ad Arona sul Lago Maggiore

penseranno che sia un imperatore tedesco. O se volete esser utili ai viventi, fondate in suo onore un’Accademia intitolata “Accademia della musica tedesca”, in cui avanti tutto sia insegnato, il suo Verbo, il Verbo secondo il quale la musica non debba essere coltivata come un mestiere comune da chiunque; ma dischiusa dai sacerdoti come un mondo meraviglioso agli eletti; una scuola di poeti, più ancora, una scuola di musica nel significato greco. In una parola: sollevatevi una buona volta, lasciate la vostra flemma e pensate che questo monumento sarà ben pur il vostro!

Con la composizione della sua Grande fuga in si bemolle maggiore (op. 133) possiamo decretare la nascita ufficiale del Romanticismo. Tutto il pezzo è pervaso da uno stupendo dialogo fra i vari strumenti. Il quartetto Alban Berg ha registrato un’interpretazione davvero di grande livello, Buon ascolto:

In occasione delle festività natalizie nel 1823, Johanna gli invia gli auguri di Natale. La risposta non sarà delle migliori a causa dei suoi dolori lancinanti. Secondo la donna:

il maestro è diventato quasi pazzo.

La sua ultima estate, quella del 1826, la passerà in compagnia; ormai deve convivere con una sordità quasi totale e con dei dolori addominali diventati cronici. La sua condizione umana così dolente (spiritualmente e fisicamente) è descritta molto bene dalle pesanti parole di un medico dopo una visita;

scosso da brividi e da tremiti, e piegato in due dai dolori che gli torcono il fegato e l’intestino. I piedi appaiono tumefatti, si sviluppa l’idropisia.

Il 26 marzo 1827 entra in coma. Secondo la leggenda, pare che anche la sua amata/odiata Johanna corra al suo capezzale. I suoi funerali sono imponenti; si celebrarono alla presenta di 30.000 persone tra le quali c’era anche Franz Schubert, che sarebbe morto l’anno dopo, a soli 31 anni.


Pubblicato su Latelier91 il 23 marzo 2020 (https://latelier91.wordpress.com/2020/03/23/beethoven-capitolo-7-la-fine-di-un-genio/)

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