Mengele – Capitolo 1: premessa

Per trattare di medicina e Shoah occorre risalire assai indietro nel tempo. Soltanto cosi sarà possibile comprendere l’impatto e le conseguenze di secolari preconcetti, nell’ambito delle pratiche medico sanitarie, degli ebrei e sugli ebrei e delle malattie supposte come ricorrenti nella popolazione di origine ebraica.

Oltre che avvelenatori gli ebrei erano ritenuti pericolosi per la salute dei cristiani poiché considerati infettanti, portatori di malattie contagiose quali, lebbra, peste, sifilide, scabbia, vaiolo, tubercolosi e perversioni sessuali, mentre da un altro lato erano visti e operavano come guaritori, ecco nascere l’ambiguità, ovvero il medico ebreo è capace di curare ma anche di infettare. Di fatti, però, molti medici ebrei furono protagonisti della medicina del passato, essendo chiamati ripetutamente ad assistere Papi e Sovrani. Sappiamo che la maggior parte di loro si era laureata a Padova.

Intorno al 1400/1500 in Spagna vennero emanati i primi editti come quello intitolato : “limpiezza de sangre” al fine di impedire l’inserimento egualitario nella società cristiana. Già in quest’epoca si parlava di ereditarietà. Intorno al 1516 venne creato il primo ghetto veneziano al fine di salvaguardare le persone dalla contaminazione ebrea. Nel 1700, Bernardino Ramazzini (fondatore della “medicina del lavoro”) si dissociò dalla percezione comune che collegava alle caratteristiche razziali (e dunque innate) degli ebrei specifici morbi e caratteristiche fisiche negative. Concluse dicendo che le malattie degli ebrei erano causate dai mestieri da loro svolti e dalle loro anguste e malsane abitazioni e che pertanto avrebbero potuto colpire anche i Cristiani. Sostenne però che rogna e lebbra erano tipiche caratteristiche patologie degli ebrei. Sempre nel 1700 intervenne nel dibattito medico scientifico anche il medico Rabbino Benedetto Frizzi ma il suo sforzo unito a quello di Ramazzini di smentire la percezione degli ebrei quali portatori di malattie, fisiche e morali, non riuscì.

Restò cosi ben evidente una visione negativa del gruppo ebraico sul piano igienico-sanitario. Nel 1800 maturò l’idea che le patologie fisiche fossero trasmissibili per via ereditaria e, a seguito delle teorie biologiche evoluzionistiche ed eugenetiche, si cominciò ad assistere a una sorta di classificazione del genere umano secondo una scala gerarchica tra superiori e inferiori, tra puri e impuri, tra sani e insani, tra adatti e inadatti e tutti coloro che si discostavano dal perfetto modello sano vennero considerati un ostacolo per il progresso di un popolo. Ricordiamo che nel 1880 Charles Darwin arrivò a considerare il progresso della razza umana dipendente dal miglioramento della trasmissione selettiva delle caratteristiche ereditarie della popolazione alle generazioni future. Sempre nello stesso periodo si aggiunsero le “leggi di Mendel” sull’ereditarietà.

Arriviamo così ai primi del 1900, anni in cui cominciò a trovare sempre più spazio l’Eugenetica Negativa finalizzata alla crescita e alla costruzione delle razze e dei popoli, impedendo la riproduzione di tutti quegli individui ritenuti patologici per impurità e inferiorità biologica e morale. Si arrivò così ad adottare leggi per la sterilizzazione forzata al fine di non inquinare la razza eletta.

Eugenetica: deriva dal greco eu=bene e genos=nascita, stirpe, razza. È lo studio dei metodi volti al miglioramento della specie umana, attraverso la selezione di caratteri favorevole (positiva) e la rimozione di quelli sfavorevoli (negativa).

Furono i vari movimenti eugenetici e le pratiche di igiene razziale a contribuire, anche se indirettamente, a rendere possibile la politica nazista. Con l’avvento di nuove discipline mediche come la batteriologia, negli USA vennero avviate sperimentazioni selvagge su individui appartenenti a sfere deboli della società, indicando così che le sperimentazioni non furono prerogative del solo regime nazista. Si sperimentarono vaccini e terapie che a volte indussero gravi malformazioni o la stessa morte del paziente.

Nel 1931 la Repubblica di Weimar emanò a seguito del “disastro di Lubecca” (70 bambini morirono per testare un vaccino antitubercolare) una regolamentazione per le nuove terapie e per la sperimentazione sull’uomo. Con questa nuova regolamentazione, le prove cliniche sull’uomo avrebbero dovuto essere precedute dalla sperimentazione su animali, si rese necessario inoltre il consenso del soggetto debitamente informato su rischi e procedure.

La Germania, in quel tempo, era il paese in cui maggiormente venivano rispettati i diritti dei malati e dove i medici avevano l’obbligo di curare tutti quale scopo primario della medicina. Con l’avvento del nazismo però tutto cambiò e proprio in Germania si fece forte e concreta, più che in altri paesi, la disumanizzazione degli inadatti, dei disabili e delle razze considerate inferiori. Da questo momento i medici nazisti curarono solo i cittadini ariani, poiché salvare un tedesco puro, significava rafforzare la popolazione nazista.

Il progetto eugenetico trovò quindi vigore nella Germania del Terzo Reich. Da qui riemerse anche l’antico antisemitismo. I medici nazisti usarono i prigionieri come cavie umane per condurre sperimentazioni di ogni genere. Non si giurò più su Ippocrate ma su Adolf Hitler. Solamente nel 1948 l’associazione medica mondiale aggiornerà il giuramento di Ippocrate che impegnerà il medico a non impiegare neppure sotto costrizione la sua scienza contro i diritti dell’uomo. Nel 1964 poi l’OMS, Organizzazione Mondiale della Sanità, approvò la dichiarazione di Helsinki dove si ribadì e rafforzò il principio della centralità del consenso volontario. Va ricordato che la sperimentazione su cavie umane non fu una prerogativa del regime nazista, è infatti noto che anche gli americani la condussero su prigionieri di guerra giapponesi (malattie contagiose) e a sua volta, l’esercito giapponese la effettuò in Cina (Manciuria) per mano della famigerata unità 731. Durante la Prima Guerra Mondiale, inoltre, alcuni medici tra cui qualche ebreo come l’ematologo Hirszfelfd approfittarono della concentrazione di prigionieri di guerra provenienti da diversi paesi per svolgere personali ricerche tra gruppi sanguigni e razze.

Detto ciò andiamo invece a parlare della sperimentazione condotta nei campi nazisti. Fu un sistema ben strutturato e ramificato che vide coinvolti circa 350 medici, identificati come colpevoli ma anche da una serie di altri attori, di enti, di istituzioni intorno e al di sopra di loro, dai vertici del partito nazista e delle SS della Wehrmacht, agli istituti di ricerca, comprese le università e gli enti finanziatori dei progetti, fino alle case farmaceutiche che incentivarono e al tempo stesso beneficiarono della suddetta sperimentazione. Infine migliaia di altre persone tra infermieri, assistenti, impiegati, fornitori e medici non direttamente responsabili o complici ma sicuramente consapevoli di quanto stesse accadendo. Elementi del sistema andrebbero poi considerati anche tutti coloro che all’epoca si voltarono dall’altra parte, per potersi poi proclamare ignari o innocenti.

TIPOLOGIE DELLA SPERIMENTAZIONE:

  1. Esperimenti con finalità politiche (razza ariana)
  2. Esperimenti con finalità militari
  3. Esperimenti svolti x conto o in collaborazione con le industrie farmaceutiche
  4. Esperimenti svolti a solo fine pratico (nuovi medici)

Nell’ambito delle ricerche sulle differenze tra le razze e quindi sulla superiorità della razza ariana il personaggio più noto fu Josef Mengele considerato un: “fanatico dell’ideologia nazista”.