Il cielo di primavera (parte 1)

Astronomo di Veermer

“Ogni notte, una parata di personaggi della mitologia greca gira in tondo nel cielo. Perseo si lancia in soccorso di Andromeda, Orione affronta la carica del toro sbuffante, Boote raggruppa gli orsi attorno al polo, e la nave degli Argonauti salpa alla ricerca del vello d’oro.” – Ian Ridpath

Chi non ha mai alzato gli occhi al cielo durante una notte serena per ammirare lo spettacolo delle stelle? Fin dall’antichità l’uomo lo ha fatto, non solo per carpirne la bellezza e proiettarvi le proprie leggende, ma anche per scandire lo scorrere del tempo.

Il cielo sembra una volta semisferica sulla quale sono fissate le stelle. Ma, osservando più a lungo, notiamo che la volta celeste si muove da est verso ovest con regolarità, mentre la posizione reciproca delle stelle non cambia: per questo le chiamiamo “stelle fisse”. Se facciamo attenzione scopriamo però che ci sono delle “stelle” che si spostano rispetto alle stelle fisse e per questo sono chiamate “stelle vaganti”, cioè pianeti.

Un’osservazione ancora più accurata ci svela che ogni giorno e alla medesima ora la posizione delle stelle fisse è un po’ spostata verso ovest e che dopo un mese la volta celeste è ruotata di circa 30 gradi e che quindi dopo un anno avrà completato un intero giro.

La Luna, a sua volta, mostra le fasi con perfetta periodicità e avanza rispetto alle stelle di giorno in giorno: per la regolarità del suo comportamento, essa si presta molto bene ad essere un comodo orologio cosmico.

Non risulta difficile in una notte stellata, individuare una serie più o meno numerosa di stelle brillanti, alcune delle quali sembrano formare delle figure che l’occhio umano tende ad idealizzare. Fin dall’antichità l’uomo ha infatti individuato gruppi di stelle con conformazioni che ricordano oggetti della vita quotidiana, animali, personaggi legati ai miti e alle divinità e ha dato loro un nome: sono nate così le costellazioni. E sono nate quando l’uomo inizia ad essere stanziale, forma i primi villaggi e coltiva la terra, quando è spinto dalla necessità di stabilire un calendario per organizzare le attività agricole e civili, quando i mari iniziano ad essere solcati dalle navi e sorge la necessità di un riferimento per navigare.

Le costellazioni ci raccontano le civiltà più antiche, le loro leggende, la loro concezione del mondo e della storia, le loro credenze: guardare il cielo notturno significa anche fare un salto nel passato. Diamo allora un’occhiata al cielo.

Le costellazioni

Le costellazioni che vengono adottate oggi sono per la maggior parte ereditate dai Greci, per cui i nomi ed i miti ad esse collegati sono quasi sempre quelli dei protagonisti della mitologia ellenica. Ma nell’area mediterranea i primi a popolare il cielo di costellazioni non furono i greci, ma i Sumeri vissuti in Mesopotamia, che cominciarono a individuare e battezzare le costellazioni oltre 5.000 anni fa.

Dal 1922 la costellazione è una delle 88 parti in cui la sfera celeste è convenzionalmente suddivisa con lo scopo di dare un nome ed una collocazione alle stelle per poterle identificare. Nell’ambito di una costellazione le stelle più luminose sono identificate con le lettere dell’alfabeto greco seguito dal genitivo della costellazione, ad esempio la stella più luminosa della costellazione di Orione è detta aOrionis. Le stelle più brillanti hanno spesso anche un nome che deriva dall’arabo: aOrionis è detta Betelgeuse.

La stelle che formano le costellazioni sono accostate solo prospetticamente e spesso sono separate da distanze enormi.

Orientarsi nel cielo primaverile

Non è facile orientarsi nell’intrico della volta celeste, specialmente quando non sono visibili le costellazioni più evidenti, come la costellazione di Orione durante l’inverno o la “croce” del Cigno in estate. Ci sono però alcune costellazioni che sono visibili tutto l’anno: sono le costellazioni circumpolari e tra queste l’Orsa Maggiore. E noi cominceremo proprio da questa.

La figura dell’Orsa non è facile da riconoscere, ma è molto evidente l’asterismo (gruppo di stelle) che forma il Grande Carro: si tratta di sette stelle molto brillanti, quattro formano un trapezio che può sembrare appunto un carro, le altre tre formano il timone del carro.

Già i Sumeri attribuirono a questa costellazione il nome di “Carro” e i Romani chiamarono le sette stelle del Carro col nome di “sette buoi” cioè “Septem triones“,da cui deriva “settentrione”.

Se osserviamo il cielo verso mezzanotte in aprile troveremo il Grande Carro proprio sopra di noi (allo zenit).

Grazie alle stelle a(Dubhe) e b(Merak) del Carro riusciamo ad individuare facilmente la Stella Polare, la stella che indica il nord geografico e che ha una proprietà unica: rimane sempre ferma nel medesimo punto della volta celeste, anzi è proprio il perno sul quale sembra ruotare la volta celeste nel suo moto da est verso ovest.

Prolunghiamo dunque il segmento che unisce Merak a Dubhe di 5 volte la distanza tra le due stelle e noteremo una stella meno brillante delle 7 stelle del Carro, ma ancora ben visibile: è la Stella Polare che fa parte del timone de Piccolo Carro.

Grazie al Grande Carro possiamo individuare un’altra stella brillante: Arturo di Bootes: se osserviamo il cielo verso la mezzanotte, guardando a sud, per individuare Arturo bisogna prolungare il timone del carro di circa due volte la sua lunghezza.

Sotto il Grande Carro, scendendo verso l’orizzonte, possiamo osservare facilmente anche la stella “Regolo”, il piccolo Re, della costellazione del Leone.

Grazie a questi riferimenti possiamo ora orientarci con maggior facilità nell’osservare il cielo primaverile.

Taggato con: