Il dono della parola

L’aspirazione ad una lingua perfetta

La parola. Il superbo dono fatto agli uomini che consente di comunicare tra loro e con Dio. 

La creazione è stata un atto di parola. Il solo nominare le cose conferì loro di essere: “Sia la luce” disse Dio e “fu la luce” e Dio chiamò la luce “giorno” e la tenebra “notte” e dichiarò il firmamento “cielo”.

Dio parlava ad Adamo, quale lingua utilizzasse non si può sapere, ma si può intendere una sorta di illuminazione interiore, intraducibile, comprensibile solo a chi ha avuto un dono divino. Poi Dio affidò ad Adamo, il compito di dar nome a ciascun essere vivente e nacque il mito fondante del Nomoteta: del primo creatore del linguaggio.

Separazione della luce dalle tenebre
Michelangelo (1512 circa)

Il linguaggio si confuse, poi, nella confusio linguarum di Babele e della sua torre costruita dagli uomini per giungere a Dio, che li punì per il loro atto di superbia confondendo l’unica lingua che parlavano creandone settanta come ci dice la tradizione.

Nel periodo classico i greci identificavano nella propria lingua il linguaggio della ragione e chiamavano bàrbaroi quelli che non parlavano la parlavano e che pareva balbettassero in maniera incomprensibile.

Nell’epoca seguente alle conquiste di Alessandro Magno si diffuse un greco comune, la Koinè che diventò la lingua dell’area mediterranea. Il latino di Roma si impose come lingua culturale ma la Koinè continuò a dominare come lingua dell’Impero ed usata in tutti i territori dominata da Roma come lingua universale, oltre a diventare la lingua del cristianesimo nell’Impero d’Occidente.

Verso la fine del V secolo il popolo non parlava più latino ma un misto di latino e gallo, o un italo-latino, un ispanico-latino o un latino- balcanico. La confusio linguarum, non castigo divino ma semplice umana tendenza, si diffuse nuovamente e l’Europa con la nascita dei suoi “volgari” iniziò a riflettere sulla frammentazione linguistica e sul proprio destino di civiltà multilingue.

La Divina Commedia illumina Firenze Domenico di Michelino (affresco - 1465)
La Divina Commedia illumina Firenze Domenico di Michelino (affresco – 1465)

Dante affermava essere il “volgare” la lingua più nobile perché adoperata per prima, una lingua naturale dunque perché imparata sin da piccoli e il suo “volgare illustre” divenne l’esempio massimo con cui superare la ferita di Babele.

Da sempre è ispirazione umana la ricerca di una lingua universale e perfetta, una lingua filosofica capace di superare le barriere che hanno da sempre ottenebrato la mente tenendola lontana dal progresso scientifico.

Tra la fine del Cinquecento e i primi decenni del Seicento, si fece strada tra i filosofi e gli scienziati come Bacone, Cartesio e Leibniz, la convinzione dell’inadeguatezza del linguaggio comune, per esprimere i contenuti della nuova visione scientifica e nacque l’esigenza di un“linguaggio universale e perfetto” funzionale alla nuova scienza. 

In una lettera all’abate Mersenne (teologo, filosofo e matematico francese) datata novembre 1629, René Descartes spiegava come avrebbe dovuto essere una lingua universale capace di mettere in pratica le caratteristiche della nuova epoca scientifica. Una lingua rigorosa come la matematica, in grado di esprimere il pensiero umano in maniera chiara e priva di ogni filtro linguistico ma, allo stesso tempo facile da scrivere, pronunciare ed apprendere. 

Anche Leibniz nel 1678 stila una“Lingua generalis” che avrebbe dovuto prevedere una drastica semplificazione della grammatica nell’intento di creare un linguaggio logico: una lingua scientifica in grado di esprimere solo verità di ragione.

Arrivando ancora più vicini a noi è significativa la proposta di Charles K. Ogden, che negli anni trenta del novecento teorizzò una forma estremamente semplificata di inglese, con appena 850 lessemi di base: il Basic English. Ne derivarono numerose proposte, l’ultima in ordine di tempo è quella del “Globish” (global più english) proposta nel 1998 dall’ingegnere francese Jean-Paul Nerrière. 

L’idea di una lingua universale pare comunque destinata a restare una utopia, anche se non cesserà mai di esercitare il suo fascino. Cento anni fa moriva a Varsavia Ludwik Zamenhof, il geniale inventore dell’Esperanto. Zamenhof chiamò la sua invenzione “Lingwe uniwersala” e a fine Ottocento ne pubblicò la grammatica firmandosi con lo pseudonimo “Doktor Esperanto”. Ma la sua idea di un mondo e di un linguaggio senza confini non è arrivata alle masse, l’Esperanto è morto sul nascere e i moderni sviluppi politici non gli lasciano grandi speranze di resurrezione.

Sono in molti a sostenere che l’Esperanto è fallito perché era di una lingua codice, senza una sottostante cultura, sempre e solo lingua seconda, mai lingua avvertita nell’animo. Forse, più semplicemente, l’Esperanto è stato, sin da subito, condannato per il suo carattere anti-statuale. Infatti la prima cosa negata dall’Esperanto è lo Stato-nazione che si appropria della lingua, ne fa un elemento identitario e pone la frontiera a sua guardia e limite. Dopo la Prima guerra mondiale l’ideale di “Primavera delle nazioni” abortì e sorsero, ancor più radicali e radicati i nazionalismi ove la lingua è una e sacra e le lingue diverse sono percepite come minacce. 

Ancora oggi, nonostante le magniloquenti dichiarazioni comunitarie, non c’è posto per una lingua universale che pretende di unire i popoli e così ancora andiamo come i figli di Noè dopo il diluvio:

… questi furono i suoi figli nei loro territori, ciascuno secondo la sua lingua, secondo le loro famiglie, nelle loro rispettive nazioni.

Troviamo comunque un messaggio di speranza, perché il sogno di una lingua universale non morirà mai fintanto che l’umanità continuerà ad esprimersi attraverso quel dono che è il suono dei suoi molteplici linguaggi.