Il legno degli dèi e degli uomini: la betulla

Dalla betulla delle Gallie alle torce nuziali di biancospino, le piante nella cultura romana non erano semplici elementi della natura: diventavano simboli di autorità, strumenti rituali e custodi di antiche memorie mitologiche.


Nella Roma antica anche un albero poteva raccontare una storia.

Un ramo, una corteccia o anche solo una semplice spina non appartenevano soltanto al mondo della Natura: potevano entrare nel linguaggio della religione, del potere e della vita privata, caricandosi di significati che attraversavano generazioni. Lo testimonia con particolare efficacia Plinio il Vecchio, che nella Naturalis Historia dedica ampio spazio alle piante, alle loro proprietà e agli usi che gli uomini ne hanno fatto, intrecciando continuamente osservazione della natura, tradizioni popolari, storia e mito.

Tra le sue pagine si incontra un particolare curioso: una pianta proveniente dalla Gallia viene utilizzata per realizzare le verghe dei fasci dei magistrati, mentre un’altra, spinosa, fornisce il legno per le torce nuziali, considerate di buon auspicio.

Due piante. Due riti. Due mondi apparentemente lontani.

Da una parte troviamo il potere di Roma e dall’altra una istituzione come il matrimonio. Eppure, dietro entrambi, si nasconde la stessa idea: quella di una Natura capace di accompagnare e proteggere i momenti di passaggio della vita degli esseri umani.

La betulla che arrivava dalla Gallia

Nel libro XVI della Naturalis Historia, Plinio parla della betulla, che sarebbe originaria della Gallia. La descrive come un albero dai rami sottili e flessibili, caratteristiche che ne rendevano il legno particolarmente adatto a essere lavorato.

La betulla, che in latino si chiama betula, non era però destinata soltanto a un uso pratico.

Con le sue verghe si realizzavano infatti i fasci littori, quei fasci di bastoni che i littori portavano davanti ai magistrati romani come insegna della loro autorità.

Il fascio era uno degli oggetti più riconoscibili del potere romano. Un magistrato accompagnato dai littori non aveva bisogno di proclamare la propria autorità: era sufficiente la processione stessa, con quei fasci portati davanti a lui, per mostrare il prestigio e l’importanza sociale.

Il simbolo conteneva anche un’idea semplice e potente. Una singola verga può essere spezzata facilmente; molte verghe riunite insieme diventano invece resistenti.

Il fascio rendeva dunque visibile l’idea della forza dell’unità e dell’autorità istituzionale.

È significativo che Plinio colleghi questo simbolo della potenza romana a una pianta considerata straniera, proveniente da una terra posta oltre i confini dell’Italia. La Natura delle regioni periferiche entra, in questo modo, nel cuore stesso della rappresentazione del potere di Roma.

Una pianta straniera al servizio di Roma

La storia della betulla è, sotto questo aspetto, quasi una piccola metafora della storia romana.

Roma incorpora ciò che proviene da fuori, lo trasforma e gli attribuisce un nuovo significato. Così la betulla della Gallia diventa parte del cerimoniale dei magistrati.

La Naturalis Historia è piena di episodi di questo genere. Per Plinio il mondo naturale non è separato dalla storia degli uomini: le specie vegetali sono legate ai territori, ai popoli, alle guerre, ai commerci e alle consuetudini.

Ogni pianta può avere, oltre alla propria identità naturale, una vera e propria biografia culturale e quella della betulla passa anche attraverso il potere.

La pianta delle nozze

Continuando a leggere l’opera di Plinio, ci rendiamo conto che il tono del suo racconto cambia drasticamente. Dalla severità dei fasci magistratuali si passa alle fiaccole nuziali.

È importante precisare, però, che in questo passaggio non si fa riferimento necessariamente alla stessa pianta. Nel passo di Plinio vengono ricordate specie differenti e a volte si corre il rischio di confonderle: alla betulla sono associate le verghe, mentre una pianta spinosa, generalmente identificata con il biancospino, è collegata alle torce del matrimonio.

Il legno del biancospino era considerato particolarmente favorevole per le faces nuptiales, le fiaccole che accompagnavano la sposa.

Il dettaglio è tutt’altro che marginale.

Nella società romana il matrimonio non era soltanto una celebrazione privata, ma un vero e proprio rito di passaggio. La donna lasciava la casa paterna per entrare in quella del marito e assumere una nuova posizione all’interno della struttura familiare.

La torcia illuminava materialmente il corteo ma aveva anche un valore simbolico: accompagnava il passaggio dalla vecchia condizione alla nuova e, con la sua luce, proteggeva coloro che percorrevano questo nuovo sentiero.

Il mito dietro la torcia

Matrimonio romano
Frammento di sarcofago romano
(180-190 d.C.)
Museo di Capodimonte

La botanica incontra il mito.

Plinio riferisce una tradizione attribuita a Massurio Sabino secondo la quale il legno della pianta era particolarmente adatto alle torce nuziali perché era stato utilizzato, secondo il racconto tradizionale, dagli uomini che avevano partecipato al ratto delle Sabine.

Questo riferimento è molto importante perché conduce direttamente alle origini leggendarie di Roma.

Secondo il mito, dopo la fondazione della città Romolo organizzò il rapimento delle donne sabine per assicurare mogli alla comunità romana. La vicenda, raccontata da diversi autori antichi con varianti differenti, sarebbe diventata uno degli episodi fondamentali della memoria delle origini romane.

È singolare che un episodio segnato dalla violenza possa essere collegato, attraverso la tradizione, a un oggetto destinato a rappresentare la buona sorte delle nozze ma, dobbiamo sempre ricordarci, che il mito non funziona come una cronaca moderna. Non conserva necessariamente gli eventi nella loro successione storica; conserva piuttosto oggetti, gesti e significati.

Per questo motivo una pianta può diventare il filo che collega un passato mitico ad un rito della vita quotidiana come potrebbe essere quello del matrimonio.

Il biancospino e la protezione della soglia

Il legame del biancospino con le nozze diventa ancora più interessante se si considera la sua presenza nel patrimonio rituale romano.

Nella tradizione riportata da Ovidio nei Fasti, il biancospino è associato anche alla figura di Giano, il dio bifronte protettore delle porte e dei passaggi.

Per questo motivo, la funzione simbolica di questa pianta appare particolarmente coerente: il matrimonio è una soglia.

La sposa lascia una casa ed entra in un’altra. Cambia famiglia, cambia ruolo, attraversa un confine simbolico. Non sorprende quindi che una pianta collegata alla protezione delle porte e all’allontanamento delle forze ostili possa trovare posto anche nella ritualità matrimoniale.

La spina, inoltre, possiede una caratteristica che l’uomo antico non poteva ignorare: protegge.

La pianta spinosa respinge, ferisce, tiene a distanza. In questo senso il suo utilizzo rituale assume una forza quasi intuitiva: ciò che protegge la casa può essere anche ciò che tiene lontano il pericolo.

Giano, il dio dei passaggi

Il riferimento a Giano aggiunge un altro livello alla storia.

Il dio, raffigurato tradizionalmente con due volti, guarda simbolicamente in due direzioni: verso ciò che è stato e verso ciò che deve ancora venire. È, a tutti gli effetti, il dio degli inizi, delle porte, dei passaggi.

La sua presenza nella simbologia della pianta permette quindi di leggere sotto una nuova luce anche la torcia nuziale.

Il matrimonio è un inizio, ma è anche una separazione.

C’è un prima e c’è un dopo.

C’è una casa che viene lasciata e una nuova casa nella quale si entra.

La fiaccola illumina proprio questo momento di transizione.

La natura, attraverso il legno e il fuoco, diventa così parte di una grammatica rituale che permette ai Romani di dare forma visibile al cambiamento.

Giano
Statua greco romana
Museo di Chiaramonti

Tra potere e matrimonio

A prima vista, il fascio del magistrato e la torcia della sposa non potrebbero sembrare più diversi.

Il primo accompagna l’autorità pubblica; la seconda una cerimonia familiare. Il primo parla di imperium; la seconda di unione e continuità. Eppure entrambi appartengono alla stessa cultura simbolica.

In entrambi i casi, un semplice materiale naturale viene sottratto alla sua dimensione quotidiana e trasformato in un segno.

La verga non è più soltanto legno: diventa autorità.

La torcia non è più soltanto fuoco: diventa auspicio.

La pianta non è più soltanto una pianta: diventa memoria.

È forse questo uno degli aspetti più affascinanti della mentalità romana: la capacità di trasformare gli oggetti comuni in segni di un ordine più vasto, nel quale natura, religione, politica e mito comunicano continuamente.