Oltre lo sguardo: la visione dell’infinito

Dall’occhio che guarda al pensiero che vede: da Mosè a Dante, da Leopardi alla nostra epoca, un viaggio tra immaginazione, fede e ragione per interrogarsi su ciò che gli occhi non possono mostrare e la mente tenta di afferrare. Perché guardare è facile, ma vedere è un’altra cosa.


Cos’è la visione?

Tommaso d’Aquino sostiene che la vista, tra tutti i nostri sensi, è quella che più serve all’invenzione; Aristotele, dal canto suo, osserva che gli uomini desiderano conoscere e prediligono le sensazioni visive, perché è soprattutto attraverso la vista che acquisiamo conoscenza. Il vedere, dunque, può diventare qualcosa di più del semplice guardare: può trasformarsi in visione, nella percezione di qualcosa che non appare immediatamente ai sensi. Pensare, immaginare.

Mosè (1664)
Guido Reni
Galleria Borghese – Roma

L’immaginazione è da sempre una peculiare caratteristica dell’uomo e l’immaginazione si fa racconto mitico, leggenda; la visione diventa manifestazione del divino. Gli dèi dell’Olimpo, così come l’unico Dio del Libro, si manifestano nel racconto attraverso visioni. Molte sono le visioni della Bibbia: da Abramo a Mosè, quando Dio, sull’Horeb, gli rivela la propria presenza attraverso un roveto che arde senza consumarsi. Mosè avrà poi la visione dell’immagine di Dio, ma senza poterne vedere il volto: «passerò davanti a te e mi potrai vedere da dietro». Il Dio inesprimibile dalla parola umana apparirà in immensi cerchi di luce, così potenti da confondere la mente e persino la memoria del profeta.

Nel clima culturale del VI secolo a.C. si sviluppa in Grecia una sorta di illuminismo primigenio. Si afferma progressivamente il concetto di una razionalità scientifica e filosofica e comincia la contrapposizione tra mythos e logos. La ragione pretende che la verità risponda ai principi di identità e di non contraddizione, mettendo in discussione l’ambivalenza del linguaggio mitico, mimetico, mistico, immaginifico e simbolico.

Purtroppo non è facile liberarsi dell’immaginazione. Come si possono esprimere quei concetti che prendono forma nella mente, se il pensiero stesso è anche immaginazione?

Platone è partecipe di questa contraddizione e, proprio nel tentativo di non contraddirsi, finisce per esserne coinvolto. Le sue opere, fortemente ispirate alla razionalità, sono infatti ricche di narrazioni mimetiche. La mimesi è la maniera attraverso cui entriamo in contatto con la realtà e la esprimiamo attraverso il nostro personale e originale modo di sentirla.

Nella Repubblica, Platone distingue il progetto educativo, che chiama didakton, e lo enuncia secondo i canoni di una rigorosa razionalità filosofica. Quando deve descrivere il disegno legislativo, la «giusta legge», la «giustizia giusta», non può fare a meno di ricorrere al linguaggio simbolico: lo chiama mythologhein e propone un modello, un mito di perfezione al quale la realtà dovrebbe tendere.

Anche Lucrezio, nel De rerum natura, supplisce alla difficoltà di rappresentare ciò che sfugge all’esperienza attraverso la visione di un concetto astratto: l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande. La sua opera nasce così dall’ambizione di costruire una sorta di visione dell’infinito in versi.

Paradiso (1855-1861)
Gustave Doré

La stessa tensione mimetica, il tentativo cioè di rendere il linguaggio adeguato a ciò che si vuole descrivere, attraversa tutta la Commedia dantesca. Nel Paradiso, in particolare, tutto diventa una vera e propria «ascesa del vedere», insieme didascalica e allegorica.

La visione e la contemplazione di Dio e dell’unità dell’universo in Dio — in sé ineffabile, dunque indescrivibile attraverso le parole — conducono Dante verso la rappresentazione dell’inesprimibile. È la visione dell’Eterno, dell’Assoluto, dell’Infinito, di ciò che non possiede un’immagine sensibile. Dante stesso riconosce che, da quel momento in poi, la sua visione sarà maggiore di quanto la sua parola possa esprimere, anche perché la memoria non riesce a conservare ciò che ha visto.

L’immagine di Dio è allora l’insieme delle immagini del mondo, di tutto ciò che nell’universo si squaderna. Nella profonda luce, Dante sembra vedere tre cerchi di colore diverso, che si rispecchiano l’uno nell’altro come i colori dell’arcobaleno; guardandoli, scorge un’immagine dalle sembianze umane. È una visione incomprensibile che soltanto la Grazia, premio della Fede, gli permette di intuire, senza tuttavia consentirgli di comunicare a parole ciò che ha compreso.

Tutto si chiude con la visione delle stelle e con Dante che viene avvolto nell’immagine stessa che sta contemplando.

Anche Mosè, come Dante, ha visto l’immagine di un Dio inesprimibile, totalmente rispecchiato nell’umano: il Dio indescrivibile entro il cerchio della luce, l’immagine compiuta dell’uomo, la fine che si ricongiunge al proprio inizio. Bellezza estetica e pienezza spirituale, dimensione metafisica ed entità puramente spirituale. Itinerarium in mentis Deum: l’estetico chiamato a trapassare nell’estatico.

In Dante, però, c’è anche una visione più terrena. La Commedia non è soltanto una delle più alte opere poetiche mai prodotte: è anche una delle opere decisive nella formazione della letteratura in una lingua moderna. Mentre il Medioevo europeo volge al termine, Dante abbandona il latino, la lingua della «scrittura alta», e sceglie l’italiano: una lingua che alla fine del Duecento esiste ancora soprattutto come idioma volgare dell’uso quotidiano, povero di lessico e privo di regole grammaticali e sintattiche codificate.

Dante ne fa lo strumento linguistico della sua grande opera.

L’età moderna si sta faticosamente schiudendo e Dante riesce a condensare nella Commedia la straordinaria sintesi della realtà storica e culturale medievale: quella cultura che, nell’arco di quasi un millennio, aveva assimilato e trasformato l’eredità classica greca e latina, preparandola a diventare la nuova cultura dell’Occidente.

Poi arriva Leopardi.

Aveva vent’anni Giacomo Leopardi quando venne rapito dalla visione dell’infinito, non in un luogo straordinario, ma a due passi da casa, nel suo «natio borgo selvaggio» di Recanati. Ai grandi non sono necessari luoghi straordinari per generare grandezza, perché la grandezza ce l’hanno dentro. Non servono esperienze eccezionali per cogliere la visione dell’universo e il brivido spaesato davanti al suo spalancarsi.

Noi quale esperienza abbiamo oggi dell’infinito?

È facile dedurre che, presi come siamo dal simulacro di infinito rappresentato dal web, dell’infinito metafisico ci importi poco o nulla. Eppure, rispetto a Leopardi, abbiamo alle spalle due secoli di studi scientifici e astrofisici, siamo immersi in un’epoca ad alta tecnologia e dell’infinito non possediamo un’idea più chiara, né meno vertiginosa, di quella che poteva avere lui.

Siamo, forse, addirittura più lontani.

Sottratti al romanticismo di quell’epoca, dell’infinito abbiamo oggi un’idea meno lirica e più angosciosa. Sulla visione leopardiana dell’infinito sono stati scritti fiumi di parole, sono state invocate teorie filosofiche e teologiche. La verità è che la visione di Leopardi è insieme meraviglia e vuoto, brivido di rivelazione e orrore, tremore davanti a una verità che non porta con sé alcun annuncio di salvezza.

Non c’è speranza: c’è sgomento, al quale non resta che abbandonarsi, senza una grazia capace di redimere.

Anche per i Greci l’infinito è dannazione, perdita di sé e del mondo, caos, hybris: una crepa spaventosa nell’ordine dell’universo dalla quale è necessario tenersi lontani.

Jorge Luis Borges scrive:

C’è un concetto che altera tutti gli altri: non è il male, il cui impero è limitato dall’etica; parlo dell’infinito.

Paolo Zellini, nell’incipit della sua Breve storia dell’infinito, avverte:

Nulla è più pericoloso della perdita del limite e della misura.

Torniamo allora al nostro rapporto con l’infinito.

Forse non ne abbiamo più nemmeno la visione leopardiana: quella degli spazi interminabili, del silenzio spaventoso, della quiete. E forse non ne abbiamo neppure più la visione mistico-religiosa che, nell’epoca di Leopardi, pur con tutte le differenze, era ancora presente.

Oggi l’infinito viene spesso vissuto come negazione del limite, vertigine delle possibilità, libertà da tutto, desiderio di essere ciò che si vuole, eccedenza del possibile sul reale, rifiuto del destino.

Allora l’infinito non è più visione: diventa malattia, delirio d’onnipotenza, dolore d’impotenza. Diventa la hybris, la maledizione dei Greci.

Attenti a questa visione.

L’uomo vive, infatti, in una condizione tragica: non può accettare la finitudine ma non riesce neppure a concepire l’infinito; trova assurda la morte, ma anche l’immortalità; non riesce a pensare che il tempo e lo spazio finiscano e, nello stesso tempo, non riesce a pensare che non finiscano mai.

L’uomo è inchiodato a questa alternativa.

Deve esistere dentro il limite e può avere la visione soltanto attraverso il pensiero o attraverso la fede.

Robert Musil scrive:

La felicità senza limiti non esiste, il confine è l’arcano.

La perfezione è il cerchio concluso, quello nel quale la fine si ricongiunge all’inizio.

Forse è questa la visione: il pensiero che si fa assoluto, anelito alla vita, ricerca dell’io che tenta di ricongiungersi al sé e, infine, comprensione del senso del limite.

Gli occhi sono capaci di guardare, ma non bastano per vedere.

Guardare è facile. Vedere, spesso, non lo è.