I bambini di Terezin

Il giardino

È piccolo il giardino
profumato di rose,
è stretto il sentiero
dove corre il bambino:
un bambino grazioso
come un bocciolo che si apre:
quando il bocciolo si aprirà
il bambino non ci sarà.

Franta Brass

Questa poesia è il primo modo di ricordare i bambini di Terezin nella Repubblica Ceca, un luogo in cui tra il 1941 e il 1945 vengono rinchiusi più di 15.000 minori ebrei (inclusi gli adolescenti), provenienti dai ghetti dell’Europa dell’est.

Hanno lasciato una testimonianza, attraverso la poesia, l’arte e la musica, di come la cultura è comunque un’arma: il loro destino è già segnato come testimonia la poesia in apertura, un destino non cercato, non voluto ma subito per una violenta, subdola propaganda antisemita.

Terezin è passato alla storia come modello di cultura grazie all’impegno di persone che, abbandonato il ruolo di maestri, professori, studiosi in seguito alla persecuzione antisemita, si impegnano a educare e istruire i bambini e i giovani presenti nel campo.

Il professor Valtz Eislinger dà vita a un settimanale “Vedem” (avanguardie), ovviamente pubblicato clandestinamente, con materiale anch’esso ottenuto clandestinamente, e letto il venerdì sera.

In questo progetto sono coinvolti molti adolescenti tra cui Hanus Hachenburg  e Petr Ginz, deportati e uccisi nelle camere a gas ad Auschwitz nel 1944.

Lo spirito del gruppo è ben sintetizzato in un brano tratto da uno degli articoli pubblicato da Petr Ginz su Vedem:

Ci hanno strappato dal terreno fertile del lavoro, della gioia, della cultura che doveva nutrire la nostra gioventù. Lo fanno con un solo scopo: distruggerci non fisicamente, ma spiritualmente e moralmente. Otterranno il loro scopo? Mai! Privati delle nostre vecchie fonti di cultura, ne creeremo di nuove. Separati dalle nostre vecchie sorgenti di gioia, creeremo per noi una gioiosamente radiante vita nuova.

Eppure la realtà è un’altra

 Un tempo ero un bambino
tre anni fa.
Quel bambino sognava altri mondi
Ma ora non sono più bambino
perché ho imparato a odiare.
Sono una persona adulta
ho conosciuto la paura...

Hanus Hachenburg

La pittura, grazie all’insegnante d’arte, Fredl Dicker-Brandeis, si esprime e esprime emozioni, speranze

Disegno di Margit Koretzova
Disegno di Margit Koretzova

ma anche momenti di vita vissuta in cattività

Disegno di Hana Grunfeldova
Disegno di Hana Grunfeldova

I disegni circa 4.000 bambini, chiusi in due valigie e nascosti dall’insegnante, anche lei deportata e uccisa nelle camere a gas, sono stati rinvenuti al termine della guerra e sono ora esposti nel museo ebraico di Praga a testimonianza dell’inumana sofferenza inflitta ai propri simili.

Anche la musica trova un maestro, il 23 settembre 1943 i bambini mettono in scena l’opera Brundibar di Hans Kràsa

Poster di Brundibár a Terezin Anonimo (acquerello)

La maggior parte degli interpreti principali dell’opera, i piccoli del coro e degli spettatori vengono, in seguito, assassinati ad Auschwitz nelle camere a gas.

La musica serve come “biglietto da visita” per la Croce Rossa , a dimostrazione della benevolenza di Hitler verso gli ebrei, infatti il loro intento propagandistico riesce: la Croce Rossa commenta in modo favorevole l’organizzazione del campo, non essendo al corrente che prima del loro arrivo molti, per lo più la metà, era stata deportata.

Forti del risultato ottenuto , le autorità naziste incaricano un attore-regista Kurt Gerron di girare un film propaganda che esalti le virtù del “ghetto modello”.

Il filmato dal titolo Theresienstadt. Ein Dokumentarfilm aus dem Judischen Siedlungsgebiet (Terezin: un documentario sul reinsiedamento degli ebrei) mostra bambini allegri e sorridenti, cui viene offerto cibo in abbondanza, persino scene di una rappresentazione di Brundibar.

Una macabra finzione. Terminate le riprese, la maggior parte dei piccoli interpreti viene deportata e uccisa nelle camere a gas di Auschwitz-Birkenau.

In questo orrore si eleva alta una voce

Vorrei andare sola
dove c'è un'altra gente migliore
in qualche posto sconosciuto
dove nessuno uccide

Ma forse ci andremo in tanti
verso questo sogno,
in mille forse
e perché non subito?

Alena Synkova

-9 a Natale: Natale a Roma 1956

In occasione del Natale nella scuola elementare “Emanuele Gianturco” detta La Palombella, a Roma, in quinta si organizzava la recita di Natale, naturalmente in classe, non erano previsti un teatrino o un’aula magna, si era appena usciti dalla guerra e l’Italia si stava riprendendo dalle profonde ferite inflitte.

I bambini, però, ignari del passato, si divertivano a impersonare sia la Madonna, sia San Giuseppe, persino mascherati da bue e da asinello, e da campanile che, secondo la poesia di Natale di Guido Gozzano, scoccava le ore nel lungo peregrinare dei due giovani sposi alla ricerca di un alloggio.

Il bambin Gesù era un bambolotto in celluloide, prestato a fatica da una bambina, che guardava con sospetto chi lo toccava. Qualcuno aveva richiesto una bambola in porcellana ma nessuno era disposto a portarla, soprattutto svestita, infatti era di solito agghindata con abiti sfarzosi, capigliatura folta e lunga che nulla aveva a che vedere con quel povero bambinello nudo sulla paglia.

Tutti i bambini erano felici, per un giorno avevano dimenticato il grembiulino nero, le punizioni, i compiti in classe, ognuno aveva la sua parte, infatti un folto numero di pastori era in attesa dell’evento che finalmente giungeva ed esplodeva in un grido di gioia: È Nato! Alleluja! Alleluja!

-10 a Natale: il canto di Charles Dickens

Intramontabile e indimenticabile è Il canto di Natale di Charles Dickens una favola raccontata con sobrietà che lascia, però, trapelare una profonda critica verso la società in cui è ambientata, è l’anno 1843.

Si svolge tutto in una notte, la vigilia di Natale, in un paese, non specificato, che richiama, però, alla mente una Londra piena di contraddizioni.

Scrooge, il protagonista, l’antieroe, uomo avaro e gretto riceve la visita inaspettata dei tre fantasmi del Natale, Passato, Presente e Futuro.

Un viaggio nel tempo lo attende, ripercorre la sua vita, e divenendone spettatore, si rende conto come il suo comportamento, gretto, egoista e indifferente abbia causato solo tristezza e odio.

Un viaggio interiore che lo porterà a guardare il futuro in maniera diversa, ad apprezzare anche le piccole cose come il calore che regala il Natale.

Il suo animo ora è pronto  per cominciare una nuova vita improntata alla solidarietà verso gli altri in particolare  verso gli emarginati della società del tempo, in particolare verso i minori pesantemente sfruttati, tema caro a Dickens.

È un messaggio di speranza che Dickens, attraverso il racconto, lancia a tutti coloro che sanno riflettere sulla propria vita e sanno cambiarla.

Bloomsday, ritratto di Joyce

Ogni anno, a Dublino, dal 1950, ad opera di un gruppo di scrittori irlandesi, ammiratori di Joyce, si festeggia il Bloomsday, per ricordare il  suo capolavoro Ulisse.

Quest’anno sarà rinviato: “I pub sono chiusi. Vuoi festeggiare Joyce senza bere?”

Infatti una gran folla si riversa nelle strade, con costumi d’inizio Novecento, tracanna pinte di birra e ripercorre i percorsi di Bloom attraverso le vie della città a cominciare dal Davy Byrne’s pub.

Al James Joyce Centre vengono rappresentate diverse scene del libro e nei pub si serve la “colazione alla Bloom”: salsicce, pudding e pancetta.

Al MoLI, acronimo di Museum of Literature Ireland, è conservata una registrazione di soli 4 minuti del 1924, di qualità scadente, della voce di Joyce che legge parte del suo capolavoro, tratto dal settimo episodio, Eolo.

L’opera di Joyce viene rappresentata in altre città del mondo: in Italia la festa più importante è a Trieste, dove Joyce visse per molti anni e che chiamò

la mia seconda patria.

La data è romantica: il 16 giugno 1904 Joyce esce per la prima volta con Nora Barnacle, la donna della sua vita.

Today 16 of June 1924 twenty years after. Will anybody remember this date? Oggi 16 giugno 1924 venti anni dopo. Qualcuno ricorderà questa data?

Ulisse, novello Odisseo, è pubblicato nel 1922 ma a causa di censure in ogni parte d’Europa è divulgato solo negli anni sessanta.

È un omaggio, senza dedica, alla moglie Nora che non si riconosce nella descrizione

non sono tanto grassa

e non lo legge neppure.

È Silvia Beach della libreria Shakespeare & C. a stampare le prime copie nel 1922 – attualmente del valore di 30.000,00 euro l’una e il doppio con dedica ed è sempre una donna Margaret Anderson della Little Rewiew a stampare i primi estratti, i primi incerti, avversi passi dell’Ulisse nel mondo.

Se non vale la pena leggere l’Ulisse, allora non vale la pena di vivere.

James Joice

Il romanzo è composto di 18 capitoli, divisi in 3 parti:

  • Telemachia (triade, tre episodi): viaggio di Telemaco alla ricerca del padre, protagonista Stephen Dedalus;
  • Odissea (4 triadi, dodici episodi): protagonista Leopold Bloom;
  • Nòstoi (triade, tre episodi): i ritorni;

ognuno dei quali ha caratteristiche stilistiche molto particolari e la storia raccontata è parallela a quella dell’Odissea di Omero, come pure i personaggi: Calipso, Lotofagi, Eolo, Scilla e Cariddi, Nausicaa, Circe, Penelope, per citarne alcuni, che sono delle parodie.

È il racconto di una giornata del protagonista Leopold Bloom, immaginata come una vera e propria Odissea, anche la struttura delle parti e dei capitoli segue il racconto omerico, con un forte simbolismo.

Joyce nell’Ulisse mette in pratica la tecnica del flusso di coscienza, stream of consciousness, libera rappresentazione dei pensieri  così come appaiono nella mente , non riorganizzati logicamente in frasi o introdotti da segni grafici né sintagmi di legamento.

…Scarpe strette? No, è zoppa! Oh! Povera ragazza (…) Mi pareva ci fosse alcunchè d’insolito nelle sue mosse esterne. Beltà di sciupata vaghezza. Un difetto in una donna vale dieci volte tanto. Ma le rende gentili (…) Però un’indiavolata, nonostante  tutto. Non mi spiacerebbe di. Curiosità (…) Oggi ho mal di testa! Dove ho messo la lettera? Ah, eccola. Hanno voglie matte di tutti i generi.

È una tecnica rivoluzionaria di scrittura – libera associazione di pensieri, mescolanza senza soluzione di continuità dell’attività conscia e inconscia, verbalizzata e non – che nasce  dal clima culturale a cavallo tra ‘800 e ‘900, con le avanguardie artistiche del ‘900, le teorie psicanalitiche, in particolare gli studi sull’inconscio di Freud.

Il saggista Gianni Celati, grande traduttore del romanzo così scrive:

Il punto focale della peregrinazione di Mr Bloom è la vita qualsiasi, la vita senza niente di speciale, la vita come un sogno o un lungo chiacchierare con se stessi.

Mr Bloom, rappresentazione dell’ebreo errante, è l’uomo comune che veste in modo tragicomico i panni dell’eroe greco. L’Ulisse omerico dopo 20 lunghi anni  approda ad Itaca, desideroso di riunirsi alla fedele sposa Penelope. Bloom, uscito per banali commissioni, trascorre la giornata a vagare per Dublino, evitando di rincasare in quanto la moglie si sta intrattenendo con l’amante.

Statua di James Joyce a Dublino

Proprio sua moglie Molly, grottesco ribaltamento della figura di Penelope, è una coprotagonista della vicenda insieme a Stephen Dedalus, già incontrato dai lettori di Joyce nel suo Ritratto dell’artista da giovane e qui incarnazione di Telemaco, il figlio putativo di Bloom.

E sarà Molly-Penelope a concludere il romanzo con un soliloquio, un flusso ininterrotto di oltre quaranta pagine che conta due soli segni di punteggiatura ed è costituito di otto enormi frasi.

Molly riflette, prima addormentarsi, sui propri amanti, su di sé, sugli altri personaggi in un flusso incessante di idee, memorie, sensazioni, percezioni che scorrono liberamente e senza pause o cesure, proprio come fanno i pensieri nella mente umana. Ripensa alla proposta di matrimonio di Bloom a Gibilterra, luogo delle mitiche colonne d’Ercole che l’Ulisse dantesco aveva oltrepassato.

fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtude e canoscenza

Dante Alighieri – Inferno XXVI

Proprio lì dove tutto aveva avuto inizio: con quel suo “sì”.

[…] e Gibilterra da ragazza dov’ero un Fior di montagna quando mi misi la rosa tra i capelli come facevano le ragazze andaluse o ne porterò una rossa sì e come mi baciò sotto il muro moresco e io pensavo be’ lui ne vale un altro e poi gli chiesi con gli occhi di chiedere ancora sì e allora mi chiese se allora io volevo sì dire di sì mio fior di montagna e per prima cosa gli misi le braccia intorno sì e me lo tirai addosso in modo che mi potesse sentire il petto tutto profumato sì e il suo cuore batteva come impazzito e sì dissi sì voglio Sì

È lei, davvero, la materna Terra da cui si parte e a cui si ritorna.

Le città invisibili

“Le città come i sogni sono costruite di desideri e di paure, anche se il filo del loro discorso è segreto, le loro regole assurde, le prospettive ingannevoli e ogni cosa ne nasconde un’altra”.

Le città invisibili è un’opera onirica, spiazzante: 55 sono le città invisibili costruite da Calvino con la leggerezza di un architetto fantastico. Il libro scritto ad intervalli di tempo anche molto lunghi, tra il 1964 e il 1970, durante il suo soggiorno a Parigi, viene pubblicato nel 1972.

“Un libro fatto a poliedro, e di conclusioni ne ha un po’ dappertutto, scritte lungo tutti suoi spigoli.” – Pier Paolo Pasolini

Ricardo Bonacho – Despina

Città immaginarie, “città mentali” con nomi di donna in un dialogo immaginario tra Kublai Khan, imperatore dei Tartari, padrone di un immenso territorio e Marco Polo, grande viaggiatore, padrone della mimica e della parola. Infatti Polo

“con gesti,  salti,  grida di meraviglia e di orrore, o imitando il latrato dello sciacallo e il chiurlio del barbagianni”

oppure con oggetti estratti dalle bisacce e disposti come pezzi di scacchi, crea connessioni tra un elemento, comprensibili all’imperatore:

“un turcasso pieno di frecce è l’approssimarsi d’una guerra o abbondanza di cacciaggione […], una clessidra è il tempo che passa o è passato […]”

Tranquillo da Cremona – Marco Polo alla Corte del Gran Khan (1863)

È un gioco “combinatorio”: lo scrittore sceglie di rendere “visibile” ai lettori la struttura della narrazione, formata da brevi testi che si susseguono all’interno di una cornice più ampia. Calvino lascia al lettore la possibilità di scegliere la direzione di lettura, o il susseguirsi di capitoli o la divisione in categorie delle città narrate.

Divertente è scorrere prima i paragrafi con lo stesso titolo, per una lettura tematica, oppure seguire l’ordine consueto, pagina dopo pagina, finendo col perdersi in un variegato labirinto dove temi e  soggetti intricandosi in un fantastico groviglio, si ricombinano tra di loro.

      “Le descrizioni delle città visitate da Marco Polo avevano questa dote: che ci si poteva girare in mezzo con il pensiero, perdercisi, fermare a prendere il fresco, o scappare via di corsa.” – Italo Calvino

Calvino si diverte con i suoi lettori: il gioco “combinatorio” è la fusione tra strutturalismo e  semiotica.

Lo strutturalismo mira a “scomporre” la narrazione in tanti piccoli tasselli da ricollegare fra loro fino ad assumere -e qui l’influenza della semiotica- un senso sia da soli, leggendo un paragrafo senza sentire incompletezza, oppure leggere il testo completo, in un senso di più ampio respiro.

Le città sono invisibili, esistono solo nella mente del viaggiatore, e il lettore rimane sospeso tra l’idea di qualcosa che non c’è e la realtà tangibile che le località trasmettono.

“D’una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda”.

Chiunque infatti può immedesimarsi nella descrizione offerta da Polo poiché

“le città sono un insieme […] di memoria, di desideri, di segni di un linguaggio; sono luoghi di scambio, come spiegano tutti i libri di storia dell’economia, ma questi scambi non sono soltanto di merci, sono scambi di parole, di desideri, di ricordi.”

La città e gli scambi

Nella città di Eufemia, dalla bella parola,

“i mercanti di sette nazioni convengono ad ogni solstizio ed equinozio, e dove a ogni parola che uno dice […] gli altri raccontano ognuno la sua storia.”

Le città e il desiderio

Anastasia dove

“i desideri si risvegliano tutti insieme e ti circondano. La città ti appare come un tutto in cui nessun desiderio va perduto e di cui tu fai parte, e poiché essa gode tutto quello che tu non godi, a te non resta che abitare questo desiderio ed esserne contento.”

Ricardo Bonacho – Despina

E Despina che si presenta

“differente a chi viene da terra e a chi dal mare. Il cammelliere e il marinaio giungono a Despina con il desiderio di trovare un luogo meraviglioso, diverso dalla realtà da cui provengono”.

Entrambi lo immaginano in maniera diversa come due modi differenti di percepire la realtà, quindi pregnante è l’aspetto di soggettività che ricorre in gran parte del libro: Despina è “confine tra due deserti”, la realtà vista da due punti di vista differenti e opposti che alla fine convergono.

“Io non ho desideri né paure, – dichiarò il Kan, – e i miei sogni sono composti o dalla mente o dal caso”.

Le città e la memoria

Isidora

“è la città dei suoi sogni: con una differenza. La città sognata conteneva lui giovane; a Isidora arriva in tarda età. Nella piazza c’è il muretto dei vecchi che guardano passare la gioventù; lui è seduto in fila con loro”.

“I desideri sono già ricordi”.

Zaira è

“la città che non dice il suo passato, lo contiene come le linee d’una mano, scritto negli spigoli delle vie, nelle griglie delle finestre […] nelle aste delle bandiere, ogni segmento rigato a sua volta di graffi, seghettature, intagli , svirgole.”

“La città è fatta di relazioni tra le misure del suo spazio e gli avvenimenti del suo passato”.
“Ne resta una di cui non parli mai….Venezia – disse il Kan”
“Ogni volta  – rispose Polo – che descrivo una città dico qualcosa di Venezia. Per distinguere le qualità delle altre, devo partire da una prima città che resta implicita. Per me è Venezia […] le immagini della memoria, una volta fissate con le parole, si cancellano, forse Venezia ho paura di perderla tutta in una volta, se ne parlo. O forse, parlando d’altre città, l’ho già perduta a poco a poco”.

Le città invisibili assurgono a simbolo della complessità e del disordine della realtà e della possibilità di viverci dentro e scamparne:

“L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà: se ce n’è uno è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”. – Italo Calvino

Lezione americana no. 5: la molteplicità

Quanno me chiammeno!…Già. Si me chiammano a me…può sta ssicure ch’è nu guaio

Un maledetto imbroglio
Locandina del film

così parla, tra dialetto napoletano e molisano, il commissario Ingravallo, don Ciccio, de Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana di Carlo Emilio Gadda, da questo il film Un maledetto imbroglio magistralmente diretto e interpretato da Pietro Germi.

… la decorosa quiete di un grigio palazzo, er palazzo d’oro, in Via Merulana scossa come se una vampa, calda, vorace, avventatasi fuori dall’inferno l’avesse d’improvviso investita – una vampa di cupidigia e brutale passione.

È il ritratto di una città e di una nazione, siamo nel 1927, degradate, dove si riversa a ondate tumultuose una realtà pertubata e molteplice.

Per il commissario le “inopitate” disgrazie

non sono mai la conseguenza o l’effetto d’un unico motivo […] ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali divergenti, un groviglio, un garbuglio o gnommero, gomitolo.

Il viaggio di Calvino  alla ricerca di esempi di molteplicità parte da Carlo Emilio Gadda,  ingegnere, con la passione per la scrittura: il suo romanzo è la rappresentazione di un mondo inteso come “sistema dei sistemi”, in cui ogni sistema singolo condiziona gli altri e ne è condizionato.

Ogni minimo oggetto è visto come il centro di una rete di relazioni di cui si moltiplicano i dettagli in modo che le descrizioni e divagazioni diventano infinite.

Un esempio nel capitolo 9: il ritrovamento dei gioielli:

relazioni di ogni pietra preziosa con la storia geologica, con la sua composizione chimica, con  i riferimenti storici e con tutte le destinazioni possibili, e con le associazioni di immagini che esse suscitano.

Molto prima di internet, Gadda aveva imparato a guardare al mondo come ad una rete, infinita e incontrollabile, che può arrivare a comprendere tutti gli aspetti della realtà stabilendo tra essi connessioni sottili ma fortissime.

Il più assoluto giallo che sia mai stato scritto, un giallo senza soluzione, un pasticciaccio.

Leonardo Sciascia

Un altro ingegnere Robert Musil, autore de L’uomo senza qualità, esprime la sua tensione tra esattezza matematica e approssimazione degli eventi umani attraverso una scrittura scorrevole, ironica e controllata. “Una matematica delle soluzioni” questo era il sogno di Musil.

La conoscenza per Musil è coscienza dell’inconciliabilità tra due polarità opposte, “esattezza e irrazionalità”, entrambe presenti nel suo romanzo che sembra disfarglisi tra le mani per il continuo cambiamento.

Gadda e Musil, scrittori e ingegneri

61nPvDKSxcLL’uno per cui comprendere era lasciarsi travolgere nella rete delle relazioni, l’altro che dà l’impressione di capire tutto nella molteplicità dei codici e dei livelli senza lasciarsi mai coinvolgere, hanno un dato in comune: l’incapacità a concludere.

Neanche Marcel Proust

riesce a vedere finito il suo romanzo-enciclopedia La recherce, non per mancanza di disegno […] ma perché l’opera va infoltendosi e dilatandosi dal di dentro in forza del suo stesso sistema vitale. […] Il mondo si dilata fino a diventare inafferrabile e per Proust la conoscenza passa attraverso la sofferenza di questa inafferrabilità.

In questo senso la gelosia per Albertine è una tipica esperienza di conoscenza:

[…] E comprendevo l’impossibilità contro la quale urta l’amore […]

e il procedere a tentoni alla ricerca dei punti spazio temporali provoca

la diffidenza, la gelosia, le persecuzioni.

Marcel Proust – La prisonniere

E ancora sul dilagare della modernità: i telefoni, gli aeroplani, la sostituzione delle carrozze con le automobili modificano il rapporto dello spazio con il tempo.

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L’opera di Proust: “A la recherche du temps perdu”

L’art en est aussi modifié” e così l’avvento della modernità non fa solo parte del “colore del tempo” ma della forma stessa dell’opera, “della sua ansia di dar fondo alla molteplicità dello scrivibile nella brevità della vita che si consuma”.

 La montagna incantata, capolavoro di Thomas Mann, è la summa dei temi che caratterizzeranno la cultura del nostro secolo:

Dal mondo chiuso di un sanatorio si dipartono tutti i fili che saranno svolti dai maitres à penser del secolo.

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Aveva consumato, si può dire, la settimana aspettando per sette giorni il ritorno di quella stessa ora, e aspettare significa precorrere, significa considerare il tempo non come dono, ma soltanto come un ostacolo, negarne il valore, annullarlo e scavalcarlo con la mente. Aspettare, si dice, è noioso, anzi propriamente , il contrario in quanto inghiotte periodi di tempo senza che siano vissuti e sfruttati per se stessi.

Thomas Mann – La montagna incantata

Calvino, a conclusione della sua ultima lezione, tira le fila del  suo pensiero, collegando Paul Valery a Jorge Louis Borges l’uno che

d’una letteratura ha fatto proprio il gusto dell’ordine mentale e della esattezza, l’intelligenza della poesia e nello stesso tempo della scienza e della filosofia

l’altro di cui

ogni testo contiene un modello dell’universo o d’un attributo dell’universo: l’infinito, l’innumerabile, il tempo, eterno o compresente o ciclico […]

Il saggio sul tempo El jardìn de los senderos que se bifurcan

si presenta come racconto di spionaggio, che include un racconto logico metafisico, che  include a sua volta la descrizione d’uno sterminato romanzo cinese, il tutto concentrato in una dozzina di pagine.

Calvino Nel castello dei destini incrociati tende a moltiplicare le narrazioni

partendo da elementi figurali dai molti significati possibili come un mazzo di tarocchi

e il risultato è

unire la concentrazione nell’invenzione e nell’espressione con il senso delle potenzialità infinite.

 

Chi siamo noi, chi è ciascuno di noi se non una combinatoria d’esperienze, d’informazioni, di letture, d’immaginazioni?

 

 Ogni vita è un’enceclopedia, una biblioteca, un inventario d’oggetti, un campionario di stili, dove tutto può essere rimescolato e riordinato in tutti i modi possibili.

Siamo nel nuovo millennio… ardua è la sentenza.

Lezione americana no. 4: la visibilità

V0047947 A cone-shaped mountain rises out of the sea, crowned by a trPoi piovve dentro all’alta fantasia

Dante Alighieri – Purgatorio XVII, 25

Siamo nel girone degli iracondi e Dante sta contemplando delle immagini che si formano direttamente nella sua mente, e che rappresentano esempi classici e biblici di ira punita; Dante capisce che queste immagini piovono dal cielo, cioè è Dio che gliele manda.

La visione di queste immagini è una visione interiore e si impone all’intelletto, e anche il cammino verso il Paradiso diventa, dunque, occasione per ragionare sulla fantasia, quella generata dalle parole e dalle immagini, in un movimento uguale e contrario.

Un “cinema mentale” che non cessa mai di proiettare immagini alla nostra visione interiore.

È significativa l’importanza che l’immaginazione visiva” riveste negli Esercizi spirituali di  Ignacio de Loyola che all’inizio del suo manuale prescrive la “composizione visiva” del luogo in cui contemplare Cristo, un luogo in cui perdersi ma entro una cornice disegnata, ben delimitata, mai mistica.

Visualizzare per giungere alla vicinanza di Dio, come se rivendicasse

per ogni cristiano la grandiosa dote visionaria di Dante e di Michelangelo.

       Dipingere il divino nella mente per raggiungerlo in senso quasi fisico

spiritual-exercises

il primo punto è vedere le persone, ossia vedere Nostra Signora e Giuseppe e l’ancella e il bambino Gesù appena nato, facendo di me stesso un poveretto, un infimo indegno schiavo, guardandoli, contemplandoli e servendoli nelle loro necessità, come mi trovassi lì presente, con tutta la devozione e riverenza possibile; e poi riflettere su me stesso per ricavarne qualche profitto.

Da Esercizi spirituali Ignacio de Loyola

Da questa idea scenografica del rapporto con il divino nasce la grandiosità dell’iconografia della controriforma, ma, dice Calvino

si trattava sempre di partire da un’immagine data, proposta dalla Chiesa stessa, non immaginata dal fedele.

Da dove viene l’immaginazione?”. Nel nuovo millennio ci saranno la “novità, l’originalità, l’invenzione”? Calvino parla e cita argomenti che riguardano le origini dell’immaginazione, come l’inconscio collettivo, concetto filosofico in cui ognuno può accedere a una conoscenza universale a tutta l’umanità, e l’anima del mondo, concetto neoplatonico in cui l’immaginazione viene vista come comunicazione con l’universo stesso.

C’è anche un altro tipo di immaginazione,

un repertorio del potenziale, dell’ipotetico, di ciò che non è né stato né forse sarà ma che avrebbe potuto essere.

Lo spiritus phantasticus di Giordano Bruno  ben definisce l’idea dell’immaginazione: un “mundus quidem et sinus inexplebilis formarum et specierum”, un mondo o un golfo, mai saturabile, di forme e d’immagini.

Quale sarà il futuro dell’immaginazione individuale in quella che si usa chiamare la civiltà dell’immagine? Oggi siamo bombardati da una tale quantità d’immagini da non saper più distinguere l’esperienza diretta da ciò che abbiamo visto per pochi secondi alla televisione.

La memoria è ricoperta da strati di frantumi d’immagini come un deposito di spazzatura, dove è sempre più difficile che una figura tra le tante riesca ad acquistare rilievo.

Il suo è  un messaggio di avvertimento:

il pericolo sta nel perdere il potere di mettere a fuoco visioni ad occhi chiusi, di far scaturire i colori e forme dall’allineamento di caratteri alfabetici neri su una pagina bianca, di pensare per immagini.

E un ricordo dell’infanzia si affaccia alla sua memoria: la lettura del Corriere dei piccoli, in Italia si disegnavano senza senza balloons, sostituiti da due o quattro versi rimati sotto ogni cartoon.

Corrierino-dei-piccoliDa piccolo, non sapendo leggere, gli erano sufficienti le immagini, da grande preferiva fantasticare “dentro le figure e nella loro successione”.

Da questa operazione, di ricavare delle storie dalla successione delle immagini, nasce il Castello dei destini incrociati in cui Calvino, oltre a “giocare” con i tarocchi, “gioca” con i quadri della grande pittura: Carpaccio a San Giorgio degli Schiavoni a Venezia, e

seguendo i cicli di San Giorgio e di San Girolamo come fossero una storia unica, la vita di una sola persona e di identificare la mia vita con quella del Giorgio-Girolamo.

ci invita alla prossima e ultima lezione: La molteplicità.

Vittore-Carpaccio-San-Giorgio-e-il-drago-e-quattro-episodi-della-vita-del-Santo-San-Giorgio-Maggiore-Venezia

Lezione americana no. 3: L’esattezza

Maat
La dea Maat

Maat, la dea della bilancia nell’antico Egitto apre la terza lezione sull’esattezza: Maat è una piuma usata come peso sul piatto della bilancia su cui si pesano le anime.

Da questa immagine scaturisce il discorso di Calvino sull’esattezza; per lui esattezza è:

  • un disegno dell’opera ben definito e ben calcolato;
  • l’evocazione d’immagini nitide, incisive, memorabili;
  • un linguaggio il più preciso possibile come lessico e come resa delle sfumature del pensiero e dell’immaginazione.

L’esattezza è un valore necessario a fronte di un uso sempre più vago, approssimativo del linguaggio e la letteratura è l’unico ambito che può contrastare il livellamento del linguaggio, ovvero l’imbarbarimento dell’uso della parola come una pestilenza.

Per rafforzare la sua teoria sull’esattezza, Calvino prende come esempio Giacomo Leopardi nonostante il poeta ritenga che il linguaggio poetico per essere tale deve essere vago, impreciso:

Le parole lontano, antico sono poeticissime e piacevoli, perchè destano idee vaste, e indefinite…

Le parole notte e notturno “evocano” un’immagine vaga, indistinta, incompleta…

Giacomo Leopardi – Zibaldone

All’uomo, infatti, piace immaginarsi l’ignoto, l’indefinito ma per descriverlo occorre una grandissima precisione, meticolosità e minuziosità nei dettagli e Leopardi è quindi un testimone a favore dell’esattezza:

la ricerca dell’indeterminato diventa l’osservazione del molteplice, del formicolante, del pulviscolare…

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s’annega il pensier mio:
E il naufragar m’è dolce in questo mare.

Giacomo Leopardi – L’infinito

Dal poeta del “vago” a Robert Musil autore de “L’uomo senza qualità”: Musil sostiene che esattezza e indeterminatezza sono i poli tra cui oscillano le congetture filosofiche e ironiche di Ulrich, protagonista del libro: l’uomo

possiede quella incorruttibile, voluta freddezza che rappresenta il temperamento che coincide con la perfezione; ma all’infuori di tale qualità tutto il resto è indefinito.

(vol.1, parte II,cap.61)

Ulrich è rassegnato di fronte alle sconfitte ma sostenuto dall’esattezza, Monsieur Teste, altro personaggio creato da Paul Valery è convinto che

lo spirito umano possa realizzarsi nella forma più esatta e rigorosa

e affronta il dolore fisico attraverso un esercizio di astrazione geometrica.

[…] Allora traggo dalla mia memoria una domanda, un problema qualsiasi… e mi concentro. Conto dei granelli di sabbia e finché li vedo… il dolore crescendo esige tutta la mia attenzione: Ci penso!-Attendo…

Calvino si chiede se non sono proprio le cose più precise ed esatte, i numeri, le forme geometriche, a dare la più grande vaghezza, i numeri e le rette sono infinite!

Il gusto della composizione geometrizzante ha sullo sfondo l’opposizione ordine-disordine: nell’universo, simbolo del caos, si possono individuare delle zone d’ordine: la letteratura è una di queste, l’esistente prende forma, si cristallizza.

george-batchvarov-firecrystal-160907Il cristallo, con la sua esatta sfaccettatura è il modello di perfezione, l’immagine di invarianza e regolarità delle strutture che si contrappone alla fiamma, immagine di costanza di una forma globale esteriore, malgrado l’incessante agitazione interna: queste due figure sono categorie per classificare fatti, idee, stili, sentimenti ed entrambe non vanno dimenticate.

Le città invisibili rappresentano il libro-esattezza di Calvino: la città simbolo in cui si concentra la razionalità geometrica e il “groviglio delle esistenze umane”.

Le città invisibili

Calvino, nello scrivere questo libro, si accorge che la ricerca dell’esattezza si biforca in due direzioni: da una parte

la riduzione degli avvenimenti contingenti a schemi astratti con cui si possano compiere operazioni e dimostrare teoremi dall’altra lo sforzo delle parole per render conto con la maggior precisione possibile dell’aspetto sensibile delle cose.

Calvino si rende conto che non raggiungerà mai questi obiettivi, per questi motivi da una parte il linguaggio rappresenta già di per sé una specie di filtro, che comunque modifica la realtà dall’altra il linguaggio dirà sempre qualcosa in meno rispetto alla totalità dell’inesprimibile.

Da queste riflessioni nasce il libro Palomar che riflette sui problemi di conoscenza minimale, per stabilire relazioni con il mondo.

Per la stesura di questo libro si è ispirato alla poesia L’anguilla di Eugenio Montale,

una poesia di una sola lunghissima frase che ha la forma dell’anguilla, segue tutta la vita dell’anguilla e fa dell’anguilla un simbolo morale

e a Le parti pris des choses di Francis Ponge, intenti a ricostruire la fisicità del mondo attraverso le parole, trasformando il semplice linguaggio in “linguaggio delle cose”.

La parola collega la traccia visibile alla cosa invisibile, alla cosa assente, alla cosa desiderata o temuta come un fragile ponte di fortuna gettato sul vuoto.

Un esempio di lotta con la lingua per comunicare al meglio è data da Leonardo da Vinci “omo sanza lettere” come lui stesso si definiva, preferiva trasmettere i suoi pensieri con la pittura ma a volte sentiva il bisogno di scrivere,

di usare la scrittura per indagare il mondo nelle sue manifestazioni multiformi e nei suoi segreti e anche per dare forma alle sue fantasie, alle sue emozioni, ai suoi rancori.

Nel foglio 265 del Codice Atlantico Leonardo comincia ad annotare prove per dimostrare le tesi della crescita della terra, fa esempi di città sepolte, passa ai fossili marini, alle ossa di un dinosauro e lo immagina fluttuare tra le onde, a quel punto lo disegna e cerca le parole per descriverlo.

O quante volte fusti tu veduto in fra le onde del gonfiato e grande oceano, col setoluto e nero dosso, a guisa di montagna e con grave e superbo andamento!

Poi cerca di movimentare l’andamento del mostro, introducendo il verbo volteggiare che, però, gli sembra attenui l’impressione di imponenza e di maestà che vuole evocare quindi sceglie il verbo solcare.

L’inseguimento di questa apparizione che si presenta quasi come simbolo della forza solenne della natura ci apre uno spiraglio su come funzionava l’immaginazione di Leonardo.

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