Lezione americana no. 2: la rapidità

La rapidità: un viaggio nel rapporto tra letteratura e tempo, una ricchezza di cui lo scrittore dispone con agio e distacco e per spiegare la sua idea, Calvino cita una vecchia leggenda che ha come protagonista Carlo Magno.

In questa leggenda

c’è una successione di avvenimenti che si incatenano l’uno all’altro: l’innamoramento d’un vecchio per una giovane, un’ossessione necrofila, una propensione omosessuale e alla fine tutto si placa in una contemplazione melanconica: il vecchio re assorto alla vista del lago.

Le vittime d’amore di Carlo Magno non sono amate in quanto tali bensì in quanto possessori di un anello magico che  pone il legame verbale, parola amore o passione, congiunto al legame narrativo espresso dall’anello magico.

L’anello magico è il vero protagonista della leggenda, sono i suoi spostamenti a determinare le scelte, i movimenti , gli stati d’animo : è l’anello che stabilisce i rapporti tra i personaggi.

Calvino preferisce la versione dello scrittore francese Barbey d’Aurevilly:

Il suo segreto sta nell’economia del racconto: gli avvenimenti, indipendentemente dalla loro durata, diventano puntiformi, collegati da segmenti rettilinei, in un disegno a zig zag che corrisponde a un movimento senza sosta.

Anche nell’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto sono gli oggetti, scudi, elmi, spade, cavalli a creare un rapporto tra i personaggi e a renderlo dunque vivo e funzionale alla storia narrata: storia di paladini, armi ed eroi, in fondo schiavi degli oggetti che detengono.

Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori,
le cortesie, l’audaci imprese io canto

   …  …   …   …   …

Indosso la corazza, l’elmo in testa,
la spada al fianco, e in braccio avea lo scudo

Orlando Furioso

La rapidità, per Calvino non va confusa con la velocità:

La rapidità dello stile e del pensiero vuol dire soprattutto agilità, mobilità, disinvoltura, tutte qualità che si accordano con una scrittura pronta alle divagazioni, a saltare da un argomento ad un altro, a perdere il filo cento volte e ritrovarlo dopo cento giravolte.

Ogni racconto è un’operazione sulla durata nel senso che il tempo narrativo può essere ritardante, ciclico agendo sullo scorrere del tempo, contraendolo o dilatandolo.

Mille e una notte

Prendiamo Le mille e una notte:

l’arte di Sheherazade di salvarsi la vita ogni notte sta nel saper incatenare una storia all’altra e nel sapersi interrompere al momento giusto: due operazioni sulla continuità e discontinuità del tempo.

E il disagio che si prova quando qualcuno pretende di raccontare una barzelletta, sbagliando gli effetti, soprattutto le concatenazioni e i ritmi.

Un esempio si trova in una novella del Decamerone di Boccaccio quando un giovane dell’allegra brigata sfuggita alla peste di Firenze si offre di raccontare una novella:

[…] egli or tre e quattro e sei volte replicando una medesima parola e tornando ora indietro e talvolta dicendo: “Io non dissi bene” e spesso nei nomi errando…”. Alla fine madonna Oretta, stremata e con un peso al cuore, gli si rivolge dicendo: “Messer, questo vostro cavallo ha troppo duro trotto, per che io vi priego che vi piaccia di pormi a piè”.

Decamerone, Novella VI,1

Decameron

La novella è un cavallo: un mezzo di trasporto, con una sua andatura, trotto o galoppo, secondo il percorso che deve compiere ma la velocità di cui si parla è una velocità mentale. I difetti del narratore maldestro sono soprattutto offese al ritmo

e all’agilità d’espressione e del pensiero.

Leopardi che condusse una vita sedentaria nello Zibaldone scrive:

La velocità, per esempio, dei cavalli o veduta, o sperimentata (…) è piacevolissima per sé sola, cioè per la vivacità, l’energia, la forza, la vita di tal sensazione. Essa desta realmente una quasi idea dell’infinito, sublima l’anima, la fortifica…

21 ottobre 1821

Cavallo

La metafora del cavallo per la velocità della mente è forse stata usata da Galileo Galilei  che nel Saggiatore disserta sul discorrere, discorso come ragionamento e in particolare deduttivo. Il discorrere per lui è come correre:

la rapidità, l’agilità del ragionamento, l’economia degli argomenti, ma anche la fantasia degli esempi sono qualità del pensar bene.

Il discorrere è come il correre, e non come il portare, ed un caval berbero solo correrà più che cento frisoni.

Galileo, 45

Nel Dialogo dei massimi sistemi sono contrapposti Sagredo e Salviati, l’uno velocissimo nel discorso, portato verso l’immaginazione verso “voli pindarici”, l’altro ragionatore metodologicamente rigoroso, prudente e cauto.

Sarà Salviati a definire la scala di valori in cui Galileo situa la velocità mentale,

il ragionamento istantaneo, senza passaggi, è quello della mente di Dio…

ma l’intervento di Sagredo sull’invenzione dell’alfabeto porterà Galileo a dissertare sulla combinatoria alfabetica che è lo strumento insuperabile della comunicazione.

In epoca recente Jorge Luis Borges, in difficoltà all’età di 40 anni a passare dalla prosa saggistica a quella narrativa, finge che il suo libro sia scritto da un altro e tutti vi credono e in questa “nuova” fase Borges realizza

le sue aperture verso l’infinito senza la minima congestione, nel periodare più cristallino e sobrio e arioso, la cui inventiva si manifesta nella varietà dei ritmi, delle movenze sintattiche, degli aggettivi sempre inaspettati e sorprendenti.

La concisione è un’arte: Borges e Bioy Casares hanno raccolto un’antologia di Racconti brevi e straordinari, composti anche di una sola riga, a parere di Calvino risulta straordinario lo scritto di Augusto Monterosso, guatemalteco:

Cuando despertò, el dinosaurio todavìa estaba allì

(traduzione: Quanto si svegliò, il dinosauro era ancora lì)

Calvino appassionato di mitologia, ci riporta a Mercurio e a Vulcano, l’uno con le ali ai piedi, leggero e aereo, abile e agile, adattabile e disinvolto, l’altro dio che non spazia nei cieli ma vive rintanato nella sua fucina, l’Etna, a fabbricare armi di ogni tipo e contrappone al volo aereo di Mercurio l’andatura claudicante e il battere cadenzato del martello.

Da un testo “Histoire de notre image” di André Virel, Calvino scopre che Mercurio rappresenta la sintonia, cioè la partecipazione al mondo intorno a noi, Vulcano la focalità, cioè la concentrazione costruttiva. Entrambi quindi contribuiscono alla scrittura: il tempo di Mercurio, un messaggio di immediatezza, intuizione istantanea, il tempo di Vulcano, utile perché i sentimenti e i pensieri maturino e si allontanino dall’impazienza e dalla contingenza effimera.

E a conclusione della seconda lezione una storia singolare, cinese, che ha come protagonisti il re e il pittore Chuang-Tzu. Il re commissiona il disegno di un granchio al pittore che chiede tempo di 5 anni, una villa e 12 servitori. Allo scadere dei 5 anni il disegno non era ancora pronto, il pittore chiese altri 5 anni, allo scadere dei 10 anni il pittore

prese il pennello e in un istante, con un solo gesto, disegnò un granchio, il più perfetto granchio che si fosse mai visto.

Granchio Cinese

Lezione americana no. 1: la leggerezza

Prendete la vita con leggerezza, che leggerezza non è superficialità ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore.

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Foglio autografo con le parole chiave per le lezioni

Alla data della sua morte avvenuta nel 1985, Calvino aveva terminato tutte le lezioni tranne la sesta,  preparate in vista di un ciclo di sei lezioni da tenere all’Università di Harvard, nell’ambito delle prestigiose “Poetry Lectures”: Six memos for the next millennium (ovvero, Lezioni americane) e le parole-chiave ormai passate alla storia: leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità e coerenza, quest’ultima non scritta.

Chi è ciascuno di noi se non una combinatoria di esperienze, di informazioni, di letture, di immaginazioni? Ogni vita è un’enciclopedia, una biblioteca, un inventario di oggetti, un campionario di stili, dove tutto può essere continuamente rimescolato e riordinato in tutti i modi possibili.

Le lezioni americane offrono appunti utili per orientarsi nelle trasformazioni che apparivano davanti ai suoi occhi, ogni lezione prende spunto da un valore della letteratura che Calvino considerava importante e alla base della letteratura del nuovo millennio.

L’ordine delle lezioni non è casuale, segue infatti una gerarchia decrescente; si comincia dalla caratteristica più importante, la leggerezza, e si procede con la trattazione delle meno essenziali.

Calvino, percependo la frequenza con cui ci si interroga sulla sorte del libro e della letteratura nell’era tecnologica, afferma:

La mia fiducia nel futuro della letteratura consiste nel sapere che ci sono cose che solo la letteratura può dare coi suoi mezzi specifici.

La leggerezza è un valore, non un difetto:

Nel momento in cui il regno dell’umano mi sembra condannato alla pesantezza, penso che dovrei volare come Perseo in un altro spazio. Non sto parlando di fughe nel sogno o nell’irrazionale. Voglio dire devo cambiare il mio approccio, devo guardare il mondo con un’altra ottica, un’altra logica.

Elevare l’intelletto verso orizzonti più ampi: l’arte e la scrittura ambiti di astrazione ed è lo stile più dei temi a produrre quelle

invenzioni letterarie memorabili per la suggestione verbale più che per le parole, l’uso di metafore altamente elaborate.

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René Magritte – La corde sensible (1960)

La leggerezza per me si associa con la precisione  e la determinazione, non con la vaghezza e l’abbandono al caos.

Paul Valery scrive: “Il faut etre léger comme l’oiseau, et non comme la plume.” (traduzione: bisogna essere leggere come un uccello, e non come la piuma)

Perseo, eroe con i sandali alati, per tagliare la testa alla Medusa e non rimaner pietrificato,

si sostiene su ciò che vi è di più leggero, i venti e le nuvole; e spinge  il suo sguardo…, su un’immagine catturata da uno specchio.

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Benvenuto Cellini – Particolare del Perseo con la testa di Medusa (1545-1554)

Perseo porterà con sé la testa mozzata chiusa in un sacco.

Ovidio nelle Metamorfosi ha dei versi straordinari per spiegare  la leggerezza di Perseo in un gesto di

rinfrescante gentilezza verso quell’essere mostruoso ma anche fragile.

Perché la ruvida sabbia non sciupi la testa anguicrinata, egli rende soffice il terreno con uno strato di foglie, vi stende sopra dei ramoscelli nati sott’acqua e vi depone la testa della Medusa a faccia in giù.

Un miracolo ne segue: i ramoscelli si trasformano in coralli e le ninfe accorrono per adornarsi con ramoscelli e coralli.

Non è una meraviglia questa leggerezza? Non sembra davvero un antidoto alla pietrificazione del mondo e alla sua opacizzazione?

E come non ricordare L’insostenibile leggerezza dell’essere di Milan Kundera,

amara constatazione dell’ineluttabile pesantezza del vivere, e forse solo la vivacità e la mobilità dell’intelligenza sfuggono a questa condanna.

In una novella di Boccaccio il poeta Guido Cavalcanti attorniato da una fastidiosa brigata si libera di loro scavalcando una balaustra di porfido appoggiandosi su una mano sola “come colui che leggerissimo era”.

In Shakespeare in Romeo e Giulietta quando Mercuzio entra in scena:

Tu sei innamorato: fatti prestare le ali da Cupido e levati più alto di un salto

contraddicendo Romeo che aveva appena detto

Io sprofondo sotto un peso d’amore.

Leopardi, nel suo ininterrotto ragionamento sull’insostenibile peso del vivere, dà alla felicità irraggiungibile immagini di leggerezza

Dolce e chiara è la notte e senza vento,
e questa sovra i tetti e in mezzo agli orti
posa la luna, e di lontan rivela
serena ogni montagna.

La sera del dì di festa

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La contemplazione del cielo notturno che ispirerà a Leopardi i suoi versi più belli non era solo un motivo lirico; quando parlava della luna Leopardi sapeva esattamente di cosa parlava

a quindici anni aveva scritto una storia dell’astronomia di straordinaria erudizione.

Che fai tu, luna, in ciel? Dimmi, che fai?
silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai,
contemplando i deserti; indi ti posi.

Canto notturno di un pastore errante nell’Asia

Emily Dickinson è un esempio di cui il linguaggio sia alleggerito convogliandolo “su un tessuto verbale come senza peso, fino ad assumere la stessa rarefatta consistenza”:

Un sepalo ed un petalo e una spina
In un comune mattino d’estate,
Un fiasco di rugiada, un’ape o due
Una brezza,
Un frullo in mezzo agli alberi.
Ed io sono una rosa!

La letteratura quindi come funzione esistenziale, la ricerca della leggerezza come reazione al peso di vivere: tutti i campi della conoscenza sono inclusi, dalla mitologia all’antropologia, all’etnologia, alla poesia ,al romanzo e al mondo delle fiabe. Nelle fiabe il volo in un altro mondo è una situazione che si ripete spesso: Propp nella Morfologia della fiaba parla di “trasferimento dell’eroe”:

L’eroe vola attraverso l’aria a dorso di cavallo o d’uccello, su una nave volante, su un tappeto volante, sulle spalle di un gigante…

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Oskar Herrfurth (1989)

E il barone di Munchausen che narrava di essere sfrecciato a volo d’uccello sul campo di battaglia su una palla di cannone, come da illustrazione di Gustavo Dorè o di aver salvato se stesso e il cavallo dalle sabbie mobili tirandosi su per la coda della parrucca o scende dalla luna tenendosi a una corda più volte tagliata e riannodata durante la discesa?

Lo sciamano per sopperire alla precarietà della vita della tribù rispondeva annullando il peso del suo corpo, lievitando, trasportandosi in altro mondo alla ricerca di forze “per modificare la realtà”: e nei villaggi dove le donne sopportavano il peso delle privazioni “le streghe volavano di notte sui manici di scopa” e queste visioni facevano parte dell’immaginario popolare e anche del vissuto: così si crea un nesso tra “levitazione desiderata e privazione sofferta”.

Ne “Il cavaliere del secchio”, breve racconto di Franz Kafka del 1917 si narra di un cavaliere alla ricerca di carbone per la stufa. All’inizio il secchio fa da cavallo sollevandolo fino ai primi piani, arrivato alla bottega del carbonaio viene cacciato e il secchio è così leggero che vola via con il cavaliere oltre le Montagne di Ghiaccio: il secchio vuoto è l’immagine della privazione, dell’egoismo degli altri ma anche del poter volare altrove, lontano verso un mondo “altro”.

Così a cavallo del nostro secchio, ci affacceremo al nuovo millennio, senza sperare di trovarvi nulla di più di quello che saremo capaci di portarvi: la leggerezza.

Gianni Rodari

Speranza

S’io avessi una botteguccia
fatta d’una sola stanza
vorrei mettermi a vendere
sai cosa? La speranza.

“Speranza a buon mercato!”
Per un soldo ne darei
ad un solo cliente
quanto basti per sei.

E alla povera gente
che non ha da campare
darei tutta la mia speranza
senza farla pagare.

  Da “Filastrocche in cielo e in terra” Gianni Rodari

Gianni Rodari, nato a Omegna nel 1920, durante l’occupazione nazista, insegnava ai bambini in casa di ebrei tedeschi che pensavano -lo credettero per pochi mesi- di aver trovato in Italia un rifugio contro le persecuzioni razziali.Rodari

Insegnava durante il giorno e il pomeriggio passeggiava nei boschi , durante una delle sue passeggiate trovò nei Frammenti di Novalis quello che dice “se avessimo anche una fantastica come una logica, sarebbe scoperta l’arte di inventare”.

Questa riflessione lo condusse, dopo diverse esperienze di insegnamento, alla stesura della “Grammatica della fantasia” che non è altro che la rielaborazione degli incontri tenuti a Reggio Emilia dal 6 marzo al 10 marzo 1972 e di cui ricordò sempre la felicità provata per i ragionamenti, le discussioni e la sperimentazione non solo sulla funzione dell’immaginazione e sulle tecniche per stimolarla ma anche sul modo di comunicare a tutti quelle tecniche, per esempio di farne uno strumento per l’educazione linguistica, ma non soltanto per i bambini.

La sua infanzia conobbe il dolore per la perdita del padre di cui ricorda l’immagine

di un uomo che tenta invano di scaldarsi la schiena contro il suo forno. È fradicio e trema. È uscito sotto il temporale per aiutare un gattino… Morirà dopo sette giorni, di broncopolmonite. A quei tempi non c’era la penicillina.

Era il 1929, Rodari aveva solo 9 anni.

Da questa tragica esperienza nascono “Le fiabe a ricalco” che non sono altro che nuove fiabe ricavate da altre:

Nino e Rita sono due fratellini che si perdono nel bosco, una strega li accoglie in casa progettando di cuocerli nel forno…

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Opera di Chicco Colombo

Dalla trama si ricava l’espressione: A e B si perdono nel bosco C, sono accolti in un luogo E, dove esiste anche un forno F….

Ed ecco la nuova trama:

Due fratellini (probabilmente figli di meridionali emigrati al nord) sono stati abbandonati nel Duomo di Milano dal padre, disperato perchè non può nutrirli e che intende affidarli alla carità pubblica. Essi si aggirano spaventati per la città. Di notte si rifugiano in un cortile, si addormentano in un mucchio di casse vuote. Sono scoperti da un fornaio, uscito per un motivo futile: ricoverati al caldo presso il forno…

E qui il riferimento al padre è evidente, affettuoso e nostalgico.

Ogni parola: forno, sasso, tavolo, ciao… danno vita a una pluralità di storiegiochi, coincidenze, concordanze e invitano alla riflessione, al ragionamento, alla costruzione logico-fantastico.

Chi non ricorda “Per fare un tavolo, ci vuole il legno….”? Una filastrocca musicata e cantata da Sergio Endrigo, che ancor oggi viene canticchiata dai grandi ai piccini.

Prendiamo la parola “sasso”: un sasso gettato nello stagno suscita onde concentriche sulla sua superficie così come gettata nella mente si trascina dietro o urta o evita, insomma, variamente si mette in contatto:

  • con tutte le parole che iniziano con s
  • con tutte le parole che iniziano con sa
  • con tutte le parole che rimano con asso
  • con tutte le parole sinonime

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    Eremo di Santa Caterina del Sasso sul Lago Maggiore

La parola “sasso” affonda nel passato di Rodari ed è Santa Caterina del Sasso dove andava in bicicletta con il suo amico Amedeo, che morirà in Russia. Era l’amico dei suoi sedici anni, quelli che lasciano i segni più profondi nella vita. Per lui quindi ogni parola evoca magicamente campi della memoria che giacciono sotto la polvere del tempo.

E come non ricordare come agiva il sapore delle madeleine nella memoria di Marcel Proust, e dopo di lui tutti gli “scrittori della memoria” hanno imparato “ad ascoltare gli echi sepolti delle parole, degli odori, dei suoni”.

E ancora la parola “sasso” suggerisce un altro “gioco”

S – sull’
– altalena
– saltano
– sette
– oche

E a questo punto si mette in moto la fantasia, la capacità di scrivere una frase di senso più o meno compiuto!

E i nonsense? Brevi racconti fantasiosi che seguono regole precise e derivano dai limerick ideati da Edward Lear

Una dama vicentina

Una nobile dama vicentina
andò a comprare sei uova in China.
“Laggiù costano un soldo di meno!”
esclamava salendo sul treno
quella risparmievole dama vicentina.

I nonsense derivano dai limerick, inventati da Edward Lear, poeta e scrittore inglese dell’800, e sono storielle strampalate, assurde come se fossero le cose più normali del mondo, ma seguono regole precise:

  1. il primo verso presenta il protagonista;
  2. il secondo verso indica una qualità o un’azione del protagonista;
  3. il terzo e il quarto verso indicano l’azione, il luogo, il pensiero;
  4. il quinto verso si conclude con un epiteto, cioè con un aggettivo o un sostantivo particolare, stravagante riferito al protagonista.

Scritti per divertire e stupire stimolano l’immaginazione nel costruire storie strampalate sì ma spassose che acuiscono la ricerca lessicale e strutturale.

Rodari è stato l’unico italiano insignito del prestigioso Premio Hans Christian Andersen nel 1970, grande riconoscimento per la sua attività di scrittore versatile.

Indimenticabile “Il binomio fantastico”:

La parola agisce solo quando ne incontra una seconda che la provoca, la costringe ad uscire dai binari dell’abitudine, a scoprirsi nuove capacità di significare.

E la mente nasce nella lotta, non nella quiete“. Ha scritto Henry Wallon, nel suo libro Le origini del pensiero nel bambino, che il pensiero si forma per coppie.

L’idea di “molle” non si forma prima o dopo l’idea di “duro” ma contemporaneamente, in uno scontro che è generazione:

L’elemento fondamentale del pensiero è questa struttura binaria, non i singoli elementi che la compongono. La coppia, il paio sono anteriori all’elemento isolato.

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Palloncino rosso (1922) Solomon R. Guggenheim Museum, New York

Paul Klee, nella sua “Teoria della forma e della figurazione” scrive che:

il concetto è impossibile senza il suo opposto. Non esistono concetti a sé stanti, ma di regola sono “binomi di concetti”.

Cane e armadio, due parole che sollevano dubbi sulla possibilità di binomio fantastico eppure la soluzione c’è ed è una sorpresa,  “una scoperta, un’invenzione, uno stimolo eccitante”.

Il cane nell’armadio
L’armadio del cane
Il cane sull’armadio
eccetera

Max Ernst, per spiegare il suo concetto di “spaesamento sistematico” si serviva proprio dell’immagine di un armadio, quello dipinto da Giorgio De Chirico nel bel mezzo di un paesaggio classico, tra ulivi e templi greci. Così “spaesato” precipitato in un contesto inedito, l’armadio diventava un oggetto misterioso. Forse era pieno di vestiti e forse no: ma certamente era pieno di fascino.

E se da un lapsus nascesse una filastrocca? Infatti è così e Rodari ce lo dimostra:

L’ago di Garda

C’era una volta un lago, e uno scolaro
un po’ somaro, un po’ mago,
con un piccolo apostrofo
lo trasformò in un ago.

“Oh, guarda, guarda”
la gente diceva
“l’ago di Garda!”
“Un ago importante:
è segnato perfino sull’atlante”.

“Dicono che è pescoso.
Il fatto è misterioso:
dove staranno i pesci, nella cruna?”
“E dove si specchierà la luna?”
“Sulla punta si pungerà,
si farà male…”
“Ho letto che si naviga un battello”.
“Sarà piuttosto un ditale”.

Da tante critiche punto sul vivo
il mago distratto cancellò l’errore,
ma lo fece con tanta furia
che, per colmo d’ingiuria,
si rovesciò l’inchiostro
formando un lago nero e senza apostrofo.

E per concludere una favola che racchiude un grande insegnamento di vita e un incoraggiamento a guardare avanti

“… Andrà lontano? Farà fortuna? Raddrizzerà le cose storte di questo mondo? Noi non lo sappiamo, perchè egli sta ancora marciando con il coraggio e la decisione del primo giorno. Possiamo solo augurargli, di tutto cuore: – Buon viaggio!”

Il giovane gambero da Favole al telefono

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Opera di Chicco Colombo

Dantedì: un omaggio al Divino Poeta

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi trovai per una selva oscura
ché la dritta via era smarrita

Inferno – Canto I

L’Inferno dantesco è la cantica, senza dubbio, più conosciuta tra le tre cantiche che compongono la Divina Commedia, e la più affascinante per i temi che affronta, attuali ed eterni, quali l’amore, la passione, l’invidia, i contrasti politici, il desiderio di conoscenza che va oltre lo scibile umano e che sfida Dio.

All’inizio del viaggio Dante incontra tre fiere, la lonza che rappresenta la lussuria, la lupa la cupidigia e l’avarizia e il leone la superbia.

Da lì inizia il suo viaggio attraverso l’inferno, tra peccatori e pene comminate secondo la legge del “contrappasso”, per Dante è la pena cui sono sottoposti i peccatori che riproduce i caratteri essenziali della colpa o alcuni di essi per analogia o per contrasto.

Pier delle Vigne, consigliere fidato di Federico II, suicida per essere stato condannato, pur innocente:

L’animo mio, per disdegnoso gusto,
credendo col morir fuggir disdegno,
ingiusto fece me contra me giusto.

Canto XIII

Ciacco, un fiorentino noto per la sua ingordigia:

Voi cittadini mi chiamaste Ciacco:
per la dannosa colpa de la gola,
come tu vedi, a la pioggia mi fiacco…”

Canto VI

I custodi e i giudici dell’Inferno:

Cerbero, fiera crudele e diversa con tre gola caninamente latra

Caron dimonio dagli occhi di bragia…

Stavvi Minòs, orribilmente ringhia: essamina le colpe ne
l’intrata; giudica e manda secondo ch’avvinghia

Il Conte Ugolino, tradito e proditoriamente rinchiuso in una torre assieme ai suoi figli, li vede morire ad uno ad uno finchè

più del dolor potè il digiuno

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Paolo e Francesca


Paolo
e Francesca, i due amanti trascinati da una bufera infernale, allo stesso modo della passione che li ha travolti in vita, trafitti da una stessa lama. Dante, pur condannando il peccato da loro commesso, esalta l’amor cortese

Amor che a nullo amato amor perdona

significando che l’amore deve essere corrisposto, ma nell’ascolto della narrazione:

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese di costui piacer sì forte
che, come vedi, ancor non m’abbandona

Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancilotto come amor lo strise;
soli eravamo e sanza alcun sospetto

Quando leggemmo il disiato riso
esser baciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,
la bicca mi baciò tutto tremante.
Galeotto fu ‘libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo
avante

Canto V

Il mitico Ulisse, eroe greco della Guerra di Troia, per soddisfare la sete di conoscenza:

l’ardore, ch’i ebbi a divenir del mondo esperto e delli vizi umani e del valore

osa sfidare gli dei oltrepassando le colonne d’Ercole, limite oltre al quale l’uomo, secondounnamed la tradizione, non può andare, con pochi compagni intraprende il viaggio convincendoli con

questa  orazion picciola

Fatti non foste a viver come bruti , ma per seguir virtute e canoscenza

Un vortice simile a un gorgo come “altrui piacque” li inghiotte

infin che’l mar fu sovra noi richiuso

Canto XXVI

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Poesia. Dimensioni umane e dell’oltre umano

Vi è mai capitato di sentire che state vivendo nell’epoca sbagliata? Vi è mai capitato di avere nostalgia per luoghi che non esistono? Avete mai pensato che a volte il confine tra realtà e sogno è così labile da confondersi?

Se avete risposto affermativamente alle tre domande non siete pazzi ma avete dentro di voi parte di quello spirito che a suo tempo mosse i poeti e gli artisti simbolisti.

I simbolisti, come antichi sacerdoti, si riunivano per proteggere il mistero di un mondo invisibile ai sensi, alcuni li consideravano folli, a mio parere erano sognatori.

Il Simbolismo, movimento artistico e culturale, nasce in Francia nella seconda metà dell’800 coinvolgendo arti figurative, poesia e musica. La sua data di nascita ufficiale è il 18 settembre 1886, data in cui il poeta Jean Moréas pubblica sul quotidiano francese “Le Figaro” il Manifesto Simbolista.

Il Simbolismo nasce in contrapposizione al Realismo, con l’obiettivo di penetrare al di là delle apparenze del reale, per i simbolisti la realtà autentica non va individuata nell’esistenza oggettiva delle cose ma nelle idee: per i simbolisti l’essenza della realtà non sta in ciò che si vede con gli occhi ma in ciò che si percepisce con l’anima.

1886 - L'isola Dei Morti (Quinta Versione)
Arnold Böcklin – L’isola Dei Morti (1886)

Il Simbolismo si avvale di temi legati alla religione, alla mitologia, al sogno e alla nostalgia decadente di un mondo antico, ormai cancellato dalla “tirannia” della ragione che impone una realtà unica imposta dall’oggettività della Scienza.

Il legame tra letteratura e opere d’arte simboliste è molto stretto, come le emozioni evocate dai sinistri racconti di E. A. Poe e dalle poesie dei “poeti maledetti”: Baudelaire, Verlaine, Mallarmé, che daranno ispirazione per le opere dei pittori simbolisti.

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Edwar Burne-Jones – La testa finestra (1885)

Baudelaire e la sua “Elevazione”, un inno assoluto per le menti libere e scatenate in voli infiniti

Al di sopra di laghi e di montagne,
del mare, dei boschi e delle nuvole,
al di sopra del sole, oltre lo spazio,
al di là dei confini delle sfere celesti

navighi, mio spirito con agilità.
Nuotatore eccellente che gode dell’onda,
solchi allegramente l’immensità profonda
con un’indicibile e maschia voluttà.

Innàlzati ben lontano dai miasmi pestiferi
vai a purificarti nell’aria superiore,
e bevi, come liquore puro e divino,
il limpido fuoco degli spazi cristallini.

Abbandonando le noie e le profonde tristezze
che rendono pesante l’esistenza brumosa,
felice colui che può con ali vigorose
slanciarsi verso campi luminosi e sereni,

colui i cui pensieri, simili alle allodole,
liberi si slanciano verso i cieli al mattino,
chi plana sulla vita e comprende senza sforzo
il linguaggio dei fiori e delle cose mute!

(Traduzione di Marcello Comitini)

Essere spesso “altrove” e solo anche in mezzo alla folla, compiere voli intergalattici stando in piedi su un autobus strapieno o accarezzare un gatto o un cane stando seduti sul divano: questi momenti, come tesori, non ci potranno mai essere tolti.

Per Baudelaire la ricerca di un “altrove” si riconduce all’aspirazione di una terra, aspirazione ora pacata, ora terribilmente inquieta: Non Importa Dove, Fuori Dal

Mondo (Charles Baudelaire).

L’invito al viaggio

Sorella mia, mio bene,
che dolce noi due insieme,
pensa, vivere là!
Amare a sazietà,
amare e morire
nel paese che tanto ti somiglia!
I soli infradiciati
di quei cieli imbronciati
hanno per il mio cuore
il misterioso incanto
dei tuoi occhi insidiosi
che brillano nel pianto.

Là non c’è nulla che non sia beltà,
ordine e lusso, calma e voluttà.

Mobili luccicanti
che gli anni han levigato
orneranno la stanza;
i più rari tra i fiori
che ai sentori dell’ambra
mischiano i loro odori,
i soffitti sontuosi,
le profonde specchiere, l’orientale
splendore, tutto là
con segreta dolcezza
al cuore parlerà
la sua lingua natale.

Là non c’è nulla che non sia beltà,
ordine e lusso, calma e voluttà.

Vedi su quei canali
dormire bastimenti
d’animo vagabondo,
qui a soddisfare i minimi
tuoi desideri accorsi
dai confini del mondo.
– Nel giacinto e nell’oro
avvolgono i calanti
soli canali e campi
e l’intera città
il mondo trova pace
in una calda luce.

Là non c’è nulla che non sia beltà,
ordine e lusso, calma e voluttà.

(traduzione di Giovanni Raboni)

Il viaggio come evasione nel mondo dei sensi e in quello incontaminato e puro dell’immaginazione, un disagio di vivere a contatto con una società in cui non si riconosce, aspirazione a un mondo “altro” (questa poesia è stata musicata da Franco Battiato intitolata appunto “Invito al viaggio”).

Tra i simbolisti francesi spicca Stéphane Mallarmé autore de L’aprés-midi du faune, musicato da Claude Debussy, fautore delle corrispondenze tra oggetti e stati d’animo, quindi sulla possibilità, attraverso la contemplazione, di utilizzare un oggetto per illustrare un sentimento o passare da una sensazione a una cosa, grazie alla

libera azione delle analogie

Un coup de dés jamais n’abolira le hasard
(Un colpo di dadi non abolirà mai il caso)

Paul Verlaine sceglie sapientemente la versificazione musicale e malinconica che traduce in sensazioni e moti interiori una vita travagliata, tra le sue poesie “Languore” è quella che assimila il suo languore interiore alla decadenza dell’impero romano

Sono l’Impero alla fine della decadenza, che guarda passare i grandi Barbari bianchi componendo acrostici indolenti dove danza il languore del sole in uno stile d’oro.

Arthur Rimbaud si dichiara un Prometeo che, dopo esserci spinto “oltre” con le sue sole forze e sfidando la divinità, deve creare un linguaggio per rendere la sua visione fruibile.

Nella poesia “Memoire” il poeta si serve di immagini e di analogie per tradurre in versi il sogno di un veggente

Oh, l’umido vetro distende le sue limpide bolle! l’acqua adorna d’oro pallido e senza sfondo i lettini pronti. Le vesti verdi e stinte delle bimbe fanno i salici da cui saltano gli uccelli sbrigliati.

Non solo i francesi ma anche gli italiani si distinguono per una poetica che è affine al simbolismo, tra cui Giovanni Pascoli, Gabriele D’Annunzio e Dino Campana.

La-poesiaIn questi tre autori rintracciamo singoli aspetti o componimenti che si rifanno ai principi-guida del Simbolismo, come il primato attribuito all’intuizione, l’accurata elaborazione formale, soprattutto sul piano fonico-visivo, e la concezione della poesia come unico strumento capace di indagare una realtà “altra” e superiore rispetto a ciò che è più direttamente visibile ad occhio nudo.

Un’evasione, quella di Pascoli, che si distingue per un ripiegamento interiore e per la ricerca di una realtà semplice e personale. I simboli ricorrenti sono figure che appartengono al mondo campestre e contadino: il nido,l’orto , la siepe, gli uccelli, i fiori simboli delle angosce e ossessioni interiori del poeta.

L’assiuolo

Dov’era la luna? Ché il cielo
notava in un’alba di perla,
ed ergersi il mandorlo e il melo
parevano a meglio vederla.

Venivano soffi di lampi
da un nero di nubi laggiù:
veniva una voce dai campi:
chiù

Gabriele D’Annunzio coglie soprattutto la lezione stilistica del Simbolismo come risulta dall’abilità con cui il poeta usa una serie di procedimenti tecnici e retorici (enjambements, assonanze, giochi fonici, ricerca lessicale raffinata, capacità evocativa del linguaggio).

gabriele_dannunzio_16La pioggia nel pineto

Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.

Dino Campana, il poeta forse più vicino alla corrente simbolista, recupera nei suoi Canti Orfici il principio simbolista della parola poetica come istanza mistica e rivelatrice, capace di illuminare e al tempo stesso trasfigurare la realtà fenomenica.

Il messaggio della poesia si nasconde nel suono dei versi, nella loro musicalità e nel continuo passaggio dall’immagine alla sensazione come nei versi finali della poesia L’Invetriata


Le stelle sono bottoni di madreperla e la sera si veste di velluto:
E tremola la sera fatua: è fatua la sera e tremola ma c’è,
Nel cuore della sera c’è,
Sempre una piaga rossa languente.