-8 a Natale: in una casa della nobiltà svedese (1795)

Dai diari del Conte Hans Axel von Fersen

24 dicembre, mercoledì– Tempo grigio, neve, ma non abbastanza per andare con le slitte. Pranzo e cena in famiglia. Alla cena della vigilia eravamo molti, 24 persone a tavola, e rimanemmo insieme ancora fino alle 2 di notte. Giocammo alla lotteria, e ci fu un gran scambio di strenne. Non c’era nulla per me, né io del resto feci regali, tranne che alla figlia di mia sorella. Per lei avevo preparato ninnoli e giocattoli acquistati ai mercatini, per divertirla e rubarle una risata. A ciò ho aggiunto un taglio di stoffa pregiata. Tutti erano molto allegri, ma i miei pensieri vagavano ben lungi da qui.

25 dicembre, giovedì– Tempo grigio, freddo. Pranzo in famiglia, cena di gala dalla duchessa (1). Mia madre aveva a pranzo sette dei suoi nipoti. Il re e il duca erano ammalati, una sorta di epidemia, che si ripete spesso in questo periodo dell’anno, quando la temperatura va su e giù attorno allo zero. La si chiama “influenza”, si tratta di un’infreddatura seria, spesso seguita da febbre alta. La principessa e la duchessa avevano distribuito ai cortigiani bei regali natalizi, che in altre Corti però sarebbero stati terribilmente brutti, quelli del duca si dice fossero addirittura volgari. Il re non aveva preparato nulla per nessuno. È vero che le sue finanze versano in cattive acque, ci sono comunque alcune convenzioni sociali che si è tenuti ad osservare. È di certo bene che non sia uno scialacquatore, ma non bisognerebbe permettergli di diventare un re avaro, e deve imparare l’arte di donare. Il re ha a disposizione il denaro che serve per finanziare l’Opera. È una vergogna che quell’istituzione non riesca ad autofinanziarsi con i suoi proventi, ciò dipende in parte da una cattiva amministrazione, in parte dalla corruzione. Tutti coloro che vi sono impiegati si fanno pagare l’abitazione, i mobili, le carrozze, ecc. ecc. Del resto questa abitudine dilaga in tutte le nostre istituzioni. … omissis… Quanto più conosco del mio paese, tanto tanto più lo vedo cambiato e provo fastidio a vivere qui. Avrei voluto esser nato Inglese, quello è il paese dove si vive meglio. In questo invece si è tutti condizionati da ciò che gli altri fanno e permettono di fare. Inoltre non c’è nessuna vita di società.

26 dicembre, venerdì–Tempo non troppo freddo, ha nevicato. Pranzo in famiglia, cena di gala dal re. Tutti i presenti avevano un aspetto annoiato, nessuno proponeva argomenti di conversazione. Si è giocato, le dame erano impegnate in lavori femminili. È uno stile di vita triste, mi sono chiesto in quale imbarazzo mi sarei trovato se con me ci fosse stata Eleonore (2). In tal caso avrei potuto costruire una mia piccola corte di ministri stranieri e averli sempre attorno a me. Di certo però le dame di qui avrebbero trovato tutto ciò molto stravagante.

Durante gran parte del Settecento la famiglia von Fersen era stata una delle più influenti e ricche della Svezia. Questo è il racconto che il Conte trentanovenne ci ha lasciato, nei suoi diari, del primo Natale festeggiato con i suoi cari dopo più di vent’anni trascorsi quasi ininterrottamente all’estero.

Note

  1. moglie del principe Carl, reggente in luogo del re Gustav IV Adolf, minorenne 
  2. Eleonora Franchi, sposata Sullivan, era una donna esuberante, di origini pisane e plebee. Era stata amante del conte Fersen durante il periodo trascorso a Bruxelles, dove facevano parte di una comunità di agenti stranieri e di personalità fuoriuscite dalla Francia a causa della rivoluzione. Egli le aveva proposto di seguirlo, o almeno di raggiungerlo più tardi, a Stoccolma e diventare – famiglia di lui permettendo – sua moglie. Per diverso tempo i diari riportano la nostalgia per quella assenza femminile, che non avrebbe mai raggiunto il Conte Fersen, preferendogli lo scozzese Quentin Crawford, dotato di maggior equilibrio emotivo ed economico.