L’inganno della tragedia

Non facciamoci illusioni: la vita è irrazionale e qui sta l’inganno. Se la filosofia occidentale da sempre pretende di definire il bene e il male, la tragedia greca da sempre ne sbriciola l’ambizione. 

Oreste (nell’Agamennone prima delle tragedie che compongono l’Orestea di Eschilo) disperato e con la spada in mano chiede all’amico Pilade:“cosa debbo fare ?” e questo grido risuona in tante altre tragedie della Grecia classica che sono sempre in bilico tra estreme passioni e gesti disperati.

Platone, seppure fosse affascinato dalla rappresentazione della tragedia, arrivò però ad affermare che nel suo ideale di polis ben governata simili opere non potevano trovare posto, in quanto producevano una distorta visione di quel che siamo.

È chiaro che tra filosofia e tragedia c’è un antico conflitto, ne era consapevole anche Nietzsche allorché pubblicò, nel 1872, La nascita della tragedia greca ove introduceva i concetti di “apollineo” e “dionisiaco” per tentare di tratteggiare il fondo oscuro dell’esistenza umana.

In un mondo caotico la filosofia ha l’ambizione di cercare di ricomporre l’armonia che sta dietro il caos. La realtà ha una sua intima struttura razionale (“Logos”) che è il senso di ordine comprensibile alla ragione. C’è un rapporto certo tra l’uomo e la realtà e solo ragionando correttamente e non per sole teorie si può arrivare a comprendere dove sta il bene e il male. È questa anche la premessa della religione: Dio è arbitro del bene e del male prima che creatore di tutte le cose. A pensarci bene tutti speriamo che possa essere così: ci deve essere un senso in quello che accade, ci deve essere un distinguo tra bene e male.

È su questo punto che la tragedia scombussola tutto e ci mette davanti ad un’altra realtà: non c’è alcun senso in ciò che avviene, siamo immersi in un universo che non possiamo comprendere se non in minima parte e che non è di per sé maligno ma è indifferente, un universo che non è fatto a nostra misura e noi ci siamo dentro per caso. È la condizione dell’Edipo Re di Sofocle che crede di poter tutto grazie alla sua intelligenza, ma poi si trova a brancolare nel buio senza poter far nulla. Alla fine però gli dei, lontani e silenti, lo salveranno (Edipo a Colono ancora di Sofocle). Perché?

Come si può trovare ordine in mezzo al caos? Forse con le parole? In fondo usando bene le parole si può dare senso a quello che ci circonda. Ma le parole sono ambigue e si prestano alla manipolazione e lo vediamo nell’Orestea di Eschilo: tutti parlano pensando e pretendendo di aver ragione e l’unico risultato cui si arriva è che Clitennestra, per vendicare Efigenia, ammazza il marito Agamennone e Oreste, per vendicare il padre, ammazza Clitennestra la madre, salvo poi impazzire per il peso di quello che ha fatto. Ma gli dei (Apollo e Atena) lo salvano. Perché?

E poi, basta un buon ragionamento per prevalere? Nelle Troiane di Euripide, Menelao riconosce la validità di quanto dice Ecuba ma, alla fine, ad essere salvata è Elena, perché in fondo il mondo è selvaggio e il potere della ragione è limitato e il confine tra male e bene è così sottile che spesso non si riesce a distinguerli.

Ma allora aveva ragione Platone: quelle della tragedia sono storie estreme che non danno una rappresentazione corretta della nostra situazione. Per il filosofo è facile dirlo perché lui conosce il bene, si sforza di perseguirlo ed allora il problema quasi non si pone. Non così nella tragedia, dove in un mondo opaco eroi incerti non sanno dove andare e cosa fare: “Che debbo fare?” è il grido che risuona. Fragili e vulnerabili gli eroi tragici alla fine agiscono, anche sbagliando, perché solo così possono dare un senso a quello che sono e rivendicare la loro umana dignità.

Polemizzando col pensiero classico, Nietzsche aveva capito questo dualismo anche se, in definitiva, in cuor suo sognava una Grecia ideale, capace di sublimare il senso dell’ esistenza in una forma d’arte: proprio la tragedia in cui il dolore (il dionisiaco) e la compostezza (l’apollineo) trovano un equilibrio. Gli sfugge, però, il senso della grandezza di Euripide, che lui ritiene responsabile della fine della tragedia greca, perché nella sua opera dava troppa importanza alla ragione illudendosi di poter così spiegare tutto. In questo modo però trascurava che Euripide, con le sue trame contorte, è forse quello che meglio di tutti ha saputo mostrarci l’assurdità della condizione umana. 

Davvero le storie di Euripide finiscono sempre in situazioni di stallo e sono necessari interventi mirabolanti ed inverosimili per trarre d’impaccio i personaggi; basti pensare a Medea che ammazza i figli e poi se ne va sul carro del sole. Non è detto però che Euripide non sapesse quello che stava facendo: quegli effetti speciali dimostrano quanto sia per lui infondato il desiderio di una ricomposizione delle umane vicende. Euripide non credeva agli dei, men che meno al loro possibile intervento nelle vicende umane; secondo lui le cose accadono perché debbono accadere e per gli uomini son del tutto incomprensibili. 

Non è che Sofocle o Eschilo siano meno enigmatici. In Eschilo Oreste verrà assolto dalla sua città, ma rimarrà per sempre l’assassino della madre e il traditore della memoria di Ifigenia. È questo il trionfo del bene? E davvero Antigone, così colma di rancoroso odio verso le leggi della sua città (Tebe) rappresenta la migliore delle coscienze civiche?

I poeti greci non raccontano, né vogliono raccontare, storie edificanti ma questa è la grandezza della tragedia classica: guardare in faccia alla realtà in tutta la sua sfuggente complessità. La tragedia è un inganno, ci mostra storie esagerate ed inverosimili ma è un inganno che è capace di liberarci dalle nostre illusioni moraleggianti, rivelandoci tutte le nostre miserie. È un inganno in cui chi inganna è più giusto dell’ingannato.