Rocca di Angera e Lago Maggiore nella Giornata Mondiale della Poesia a Radio3

Pronto, Casimiro, sei sempre lì sulla tua panchina di fronte al lago?

Sì, Genoveffa, vuoi raggiungermi per una chiacchierata?

Ho poco tempo; ti telefono per condividere con te le emozioni che mi ha suscitato un programma radiofonico che ho ascoltato il 21 marzo, giorno dedicato in tutto il mondo alla Poesia.

E quale era l’argomento che ti ha colpita?

Ma la Poesia! Casimiro, non ricordi che nell’ultimo incontro mi hai convinta della sua importanza come guida interiore? Ebbene, per celebrarla  Radio3 ha mandato in onda per la serie Le Meraviglie, una conferenza in voce di un poeta che abbinava il nostro territorio con opere poetiche. Ma ti basta il titolo per capire, eccolo: “Rocca di Angera sul Lago Maggiore raccontata da Franco Buffoni”. Sai, lui è proprio un poeta vivente!

Certo, cara, come molti altri, la Poesia esiste ancora ed è praticata, occorre solo cercarla. Ma raccontami gli argomenti che ha esposto.

Ha illustrato brevemente la Rocca, ma principalmente ha costruito un percorso poetico, recitando anche alcuni versi di Vittorio Sereni e di altri poeti ispirati dall’ambiente del Lago Maggiore. E ha fatto anche un riferimento a Dante Alighieri! Ma è meglio che tu vada sul sito di Radio3 Rai e hai modo di ascoltare l’intera trasmissione e lasciarti guidare da Buffoni nella dimensione lirica che ha creato attorno al lago e sul territorio dominato dalla Rocca di Angera.

Lo farò senza dubbio. Ma ti sei accorta che abbiamo scambiato i ruoli? Ora sei tu che guidi le nostre conversazioni.

Non scherzare Casimiro, è che mi sentivo di condividere questa emozione culturale con te che mi aiuti a comprendere. A proposito volevo dirti che dalle nostre ultime conversazioni su Dante mi è rimasto in sospeso un argomento.

Dimmi pure, cara Genoveffa. 

Ecco, mi piacerebbe conoscere come una persona arriva alla Poesia, cioè come si accorge ad un tratto che sente di dover scrivere versi anziché romanzi o dipingere quadri.

In altre parole come una persona diventa un artista o comunque imbocca il percorso della creatività e della espressione del suo estro, comunicandolo poi con la scrittura di versi.

Tu hai sempre il modo di capire quello che cerco. Sì, è questo che vorrei conoscere.

Publio Virgilio Marone
Publio Virgilio Marone

Non è facile da spiegare in due parole, ma ti farò esempi esaurienti sulla fulminazione artistica. Il primo ci riconduce ancora a Dante. Ricordi che abbiamo parlato di Stazio?

Sì, il poeta che secondo Dante ha incontrato la Poesia, che lo ha ammaliato, leggendo i versi di Virgilio.

Bene, cara. Anche tu hai iniziato a leggere opere di poeti ed anche tu potresti, se lo “senti” dentro di te, come probabilmente lo ha sentito Stazio, iniziare a scrivere. È una scintilla che si accende avvicinandosi ad un fuoco che arde in eterno.

Adesso sei tu chi mi emozioni con le tue parole. Io scrivere poesie?

John Edward Williams

Vedrai che arriverà il momento. Come è arrivato per William Stoner, il protagonista del romanzo Stoner dello scrittore statunitense del Novecento John Williams: studente alla facoltà di Agraria, il protagonista del romanzo gestiva l’esame di letteratura inglese come i corsi scientifici, ma senza gli stessi risultati, finché il docente gli recitò durante una lezione il settantatreesimo sonetto di Shakespeare e gli chiese che cosa significassero quei versi di un poeta ormai morto. Il giovane ebbe in quel momento un travaglio interiore che si manifestò esteriormente con pulsazioni ed estraniamento dall’ambiente e dalle persone che aveva attorno. Era stato fulminato dai versi del sonetto che gli avevano “aperto” la via della sua vera vita. Abbandonò Agraria e si iscrisse alla facoltà di Letteratura Inglese; e l’evento interiore così intenso gli cambiò anche il modo di pensare e di vivere.

Come Stazio! Anche lui cambiò modo di vivere!

Certamente; è questa la potenza della Poesia. Ed ora ti parlerò di un altro  scrittore del Novecento che ha alcuni punti in comune con Dante: Pablo Neruda. Anch’egli poeta, anch’egli ha dovuto sperimentare il “sale” dell’esilio, anch’egli ha scritto un importante poema, ma laico, Canto Generale, dedicato all’intero continente dell’America Latina. Non è di quest’opera che intendo parlarti. Vorrei solo indicarti una poesia di Neruda in un’altra opera, dal semplice titolo La Poesia: è il “racconto” di come essa sia arrivata a lui e lo abbia illuminato e gli abbia aperto le strade della creatività:

Fu a quell’età …Venne la poesia
a cercarmi. Non so, non so da dove
uscì, dall’inverno o dal fiume.
non so come né quando,…

Neruda ci dice con questi versi che l’espressività artistica non la possiamo gestire, non sappiamo quando e come si manifesta, ci viene a cercare. E le conseguenze sono riassunte negli ultimi due versi:

… rotolai con le stelle,
si sciolse il mio cuore al vento.

E si può affermare che la Poesia non ha limiti temporali perché questi versi sono applicabili al momento in cui Stazio incontra Virgilio, cioè quando la Poesia andò a cercarlo “senti” nell’animo gli stessi impulsi di Neruda.

Che intensità in queste poche righe! Ho capito, caro Casimiro, occorre essere aperti di mente e di cuore e cogliere i segni quando arrivano; e questo vale anche per la vita, come l’esempio di Stoner.

E come Dante! Ritorniamo ancora al Sommo Poeta. Anche lui è stato illuminato dalla Poesia che ha simbolicamente rappresentato con Beatrice, che diventa poi anche il viatico verso la Filosofia. Ma questo è un altro argomento. A presto cara Genoveffa.


Consigli di lettura:

Delitto irrisolto: ovidio

Tutti noi abbiamo sentito parlare dell’alta poesia di Ovidio e dell’importanza delle sue parole. Non tutti ricordiamo che l’eccelso poeta latino è il protagonista di uno dei primi delitti irrisolti della Storia. Anzi, a dire il vero non sappiamo neanche se sia stato realmente colpevole o meno e non conosciamo nemmeno il reato che avrebbe commesso.

Andiamo con ordine. Ovidio è un personaggio che precorso i tempi con quasi 1800 anni d’anticipo rispetto agli altri; non male. La sua cultura è il risultato di lunghi viaggi di formazione nelle città simbolo della cultura, una sorta di Gran Tour. Nacque a Sulmona il 20 marzo 43 a.C. e a soli 12 anni lo troviamo già a Roma per completare i suoi studi, che verranno ulteriormente perfezionati viaggiando ad Atene, in Egitto e in Sicilia (dove rimarrà per un anno). Tradotto con termini attuali è come se avesse completato un percorso di studi con tanto di master e dottorato.

Un uomo dalla cultura così completa e complessa (non è un banale gioco di parole) non poteva sfuggire all’attento occhio di Mecenate; uno dei più influenti consiglieri e alleati dell’imperatore Augusto, nato ad Arezzo dove ancora oggi è possibile visitare la villa insieme ad un interessante museo nella zona archeologica della città etrusca.

Grazie al ricco Mecenate, la sua figura di protettore di artisti e studiosi ha lasciato così tanto il segno che oggi chiamiamo con il suo nome chi è impegnato nella stessa missione, Ovidio entra in contatto e conosce le più importanti personalità artistiche del suo tempo come Orazio, Properzio e per un breve periodo anche il mitico Virgilio. Questo momento della vita di Ovidio è molto felice e aspetto ancor più importante non si sente ingabbiato dalla politica, che anche in quest’epoca tentava in tutti i modi di piegare l’Arte a proprio interesse. Sarà proprio in questo momento estremamente positivo che la sua carriera prenderà il volo, portandolo a diventare uno dei poeti più importanti dell’Impero.

Forse ai più, oggi, può sembrare strano o esagerato ma Ovidio è stato un rivoluzionario. Di tutti i poeti elegiaci (l’elegia è un canto di lamento, non proprio una cosa piacevole) egli è il più giovane e come tutti i ragazzi teneva a bada a fatica la sua forza creatrice prorompente.

Pax augustea

Viene dato questo nome a quel periodo della Storia dell’Impero Romano in cui abbiamo avuto un vero e proprio rilassamento morale della società. In quest’epoca, e forse proprio a grazie a questo rilassamento dei costumi, le influenze ellenistiche hanno iniziato a circolare facilmente nella società romana.

È in quest’epoca così particolare dell’Impero Romano che Ovidio si impone sulla scena culturale. Egli rifiuta completamente la cosiddetta mors maior, in parole moderne potremmo renderla come tradizione degli avi. In poche parole, Ovidio fa esattamente ciò che tutti i grandi artisti hanno sempre fatto e sempre faranno: rompere con la tradizione.

La poesia di Ovidio si è aperta alle mode dell’epoca e ad un aspetto che fino ad allora era completamente ignorato: il gusto volubile del pubblico. Immaginate che “scandalo” in un’epoca in cui si parlava ancora di valore morale dell’Arte (valore che l’Arte non dovrebbe mai e poi mai avere in sé).

In amore è stato un po’ indeciso. Si è sposato ben 3 volte; i primi due matrimoni sono finiti in brevissimo tempo culminando con due bei divorzi. Delle due prime mogli conosciamo qualcosa di una certa Ovidia che oltre a dividere con lui il nome era anche una collega, essendo scrittrice. L’ultimo matrimonio invece durò a lungo e si celebrò con una certa Fabia che era vedova e con una figlia al seguito. La fedeltà di Ovidio per la donna fu encomiabile e in più opere ne parla e tesse le sue lodi.

Ma arriviamo al momento cruciale: l’8 dopo Cristo. È in questa data funesta che Ovidio cade in disgrazia. L’imperatore Augusto lo relega a Tomis (oggi si chiama Costanza e si trova sul Mar Nero) allontanandolo per sempre dai fasti della corte. Quello che nessuno sa è perché. Abbiamo un indizio da parte di Ovidio stesso ma non ci dice molto a dire il vero: carmen et error. Il motivo ha a che vedere con un carme e un errore… lanciamo nell’investigazione.

Ipotesi 1

Ovidio ha intrattenuto una relazione illecita con Giulia Maggiore. Costei era figlia di Augusto e moglie del futuro imperatore Tiberio. A sostegno di questa ipotesi ci sarebbe il fatto che la Corinna negli Amores sarebbe proprio Giulia Maggiore.

Conseguenza: non si intrattiene una relazione con la figlia dell’Imperatore già promessa ad un altro, quindi esilio.

Ipotesi 2

Ovidio intralcia la successione al trono imperiale. Tiberio è stato il successore di Augusto, secondo questa seconda ipotesi ad Ovidio non piaceva tanto questo nuovo imperatore e fece di tutto per intaccarne l’immagine pubblica.

Conseguenza: non si interferisce nella carriera del figlio dell’imperatore, quindi esilio.

Ipotesi 3

Questa ipotesi è un po’ più a luci rosse, attenzione. L’ipotesi sarebbe che il nostro Ovidio sia stato un complice di Decimo Giunio Silano, entrambi sarebbero stati gli amanti di Giulia Minore. La ragazza era la figlia di Giulia Maggiore, quindi nipote di Augusto e moglie di Lucio Emilio Paolo.

Conseguenza: non si intrattiene una relazione affollata con la nipote sposata dell’imperatore, quindi esilio.

Ipotesi 4

La quarta ipotesi sul campo propone un quadretto abbastanza comico: Ovidio sarebbe stato un guardone informato sui fatti. Sarebbe stato a conoscenza di alcuni rapporti illeciti di Augusto e anche delle abitudini libertine di Livia Drusilla (moglie di Augusto e mamma di TIberio). Una famiglia alquanto “aperta” a quanto pare.

Conseguenza: non si fa la spia e soprattutto non si deve sapere nulla della vita privata della coppia imperiale, quindi esilio.

Ipotesi 5

Qui entriamo nel campo della congiura. Ovidio avrebbe partecipato alla congiura di Agrippa Postumo contro Tiberio.

Conseguenza: non si congiura contro l’imperatore, quindi esilio.

Ipotesi 6

L’ultima ipotesi è la pià affascinante. Il reato senza perdono di Ovidio potrebbe riguardare il nome segreto di Roma, che sarebbe stato Maia (una delle Pleiadi, madre di Mercurio). Per questo reato si incorreva nella pena capitale ma essendo il preferito di Augusto la pena è stata commutata in un più leggero esilio. Tiberio, seguendo le orme paterne, confermerà la commutazione di pena quando salì al trono. Questa rivelazione sarebbe avvenuta in una delle sue poesie (carme).

Merope abbandona le Pleiadi
Adolphe Bouguereau (1884)

I nomi delle città romane

Tutte le città romane aveva tre nomi; il primo era quello sacrale, il secondo quello pubblico e il terzo era quello segreto (che non poteva essere rivelato per nessuna ragione al mondo).

I tre nomi di Roma:
pubblico: Roma (ovviamente)
sacrale: Flora
segreto: meglio non rivelarlo a quanto pare

Ipotesi negazionista

Ebbene sì, anche in questo ambito ci sono i negazionisti. Secondo Fitton Brown la relegatio di Ovidio è un falso storico. L’unica fonte sarebbero le parole dello stesso Ovidio e non ci sarebbero altri documenti che riporterebbero questo fatto storico.

Quello che è certo è che il povero Ovidio morirà in esilio tra il 17 e il 18 dopo Cristo.

Tutti parliamo dante

Quante volte ci siamo sentiti dire che la Commedia è il libro più importante della nostra Letteratura? Non so voi ma io ho perso il conto. A dire il vero credo che questa importanza non sia data dalle dotte disquisizioni dei letterati ma dalle reale influenza che l’opera di Dante ha avuto e ha sul nostro quotidiano.

La Divina Commedia illumina Firenze Domenico di Michelino (affresco - 1465)
La Divina Commedia illumina Firenze Domenico di Michelino (affresco – 1465)

Potremmo rimanere davvero stupiti da quante siano le espressioni presenti per la prima volta nei versi danteschi e rimaste nella nostra lingua, in questo breve articolo prendiamo in esame le dieci più comuni e la sorpresa è assicurata!

Fa tremar le vene e i polsi

Una delle prime espressioni di uso quotidiano ancora oggi presenti nella nostra lingua la possiamo trovare al verso 90 del Canto I dell’Inferno: ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi.

Dante si trova di fronte alla lupa. La sua paura è tangibile. Non a caso questa espressione oggi la usiamo per descrivere qualcosa che causa molta paura, quasi terrore.

Non mi tange

“Non m’importa” o “non m’interessa”. Queste sono solo dei tanti modi che abbiamo per esprimere la mancanza d’interesse per qualcosa o qualcuno.

Qui siamo di fronte ad una parola dall’eco latina e dal vago sapore evangelico (Noli me tangere) ma non dobbiamo pensare che possa essere in qualche modo una citazione, si tratta solo di un normale uso di una parola d’origine latina.

Ci troviamo al verso 92 del Canto II dell’Inferno: che la vostra miseria non mi tange. Queste parole sono pronunciate da Beatrice, quando incontra Virgilio per comunicargli che dovrà accompagnare Dante nel suo viaggio attraverso l’Inferno e il Purgatorio, e l’anima della donna tanto amata da Dante spiega come possa essere scesa negli Inferi per parlare con Virgilio seconda essere colpita dalla sofferenza che lì regna.

Lasciate ogni speranza voi ch’entrate

Questa celeberrima espressione compare al verso 9 del Canto III dell’Inferno. È l’iscrizione che le anime dei dannati possono leggere sulla porta del luogo della punizione e sofferenza eterna. Oggi, prevalentemente, questa espressione viene usata con toni scherzosi e spesso si riferisce a situazioni ostiche o ambienti disagiati.

Senza infamia e senza lode

Una lingua è un’entità viva, che cambia e si evolve. Questa frase oggi sta acquisendo la nuova versione: “Bene, ma non benissimo”. Si tratta della frase neutra per eccellenza per delineare qualcosa che non è degno di nota.

Possiamo trovare questa espressione nel verso 36 del Canto III dell’Inferno dantesco: che visser sanza infamia e sanza lodo. Qui incontriamo gli ignavi, quella folla di peccatori che non hanno mai preso una posizione chiara in vita.

Non ragioniam di loro, ma guarda e passa

Il girone degli ignavi è stato uno dei più prolifici per quanto riguarda le espressioni che sono rimaste vive nella nostra lingua. Come abbiamo visto parlando dell’espressione precedente, la condizione non degna di nota delle anime dei peccatori qui confinate, porta lo stesso Virgilio a pronunciare le seguenti parole nel verso 51: Non ragioniamo di loro, ma guarda e passa.

Inutile ricordarci, che sempre con una nota di ironia, nel caso si stia ragionando di una situazione, di persone o di cose per cui non vale la pena perder tempo, siamo portati a citare questo famoso verso dantesco.

Galeotto fu…

Questa frase non ha bisogno di presentazioni, come non ne hanno bisogno i due protagonisti di questa storia: Paolo e Francesca.

Dante ci racconta questa storia d’amore dannata nel Canto V dell’Inferno e il verso più famoso è senza dubbio il 37: Galeotto fu il libro e chi lo scrisse. Oggi tendiamo ad adattare questa frase in base alla necessità ma il suo significato originario non cambia, che sia un libro o qualsiasi altro oggetto (o situazione) per sottolinearne il ruolo di causa scatenante.

Una piccola precisazione: è Galeotto e non galeotto. Nel secondo caso stiamo parlando di un delinquente mentre nel primo caso ci riferiamo a Galehaut (tradotto in italiano come Galeotto), colui che è stato un intermediario tra l’amore di Lancillotto e Ginevra.

Fatti non foste a viver come bruti

Quando vogliamo incitare qualcuno a elevare la propria condizione di essere più umano e di essere meno bestia, in effetti usiamo ancora questa celebre espressione.

Siamo al canto XXVI ai versi il 119 e 120: Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza. A pronunciarla è il mitico Ulisse che esorta i suoi colleghi a seguirlo nell’ultimo folle viaggio della loro vita.

Cosa fatta capo ha

Questo detto è il risultato di un’inversione, nel verso 107 del Canto XXVIII dell’Inferno possiamo leggere: Capo ha cosa fatta. In effetti suona meglio grazie all’inversione.

In questo punto dell’Inferno viene citato Mosca dei Lamberti che secondo una diceria dell’epoca di Dante (quasi una leggenda) era stato lui ad incitare la famiglia degli Amidei a vendicarsi di Buondelmonto, creando così quella spaccatura che non verrà più sana tra Guelfi e Ghibellini.

Che l’impegno per la vendetta di Mosca dei Lamberti fosse completamente disinteressato non è certo. Non a cosa ancora oggi per significare che un’azione ha sempre un fine o uno scopo, utilizziamo questo verso dantesco.

Stai fresco

Il significato che oggi attribuiamo a questa espressione è duplice: “Andrà a finire male” o in modo ironico “Siamo a posto!”. Questa espressione proviene dal verso 117 del Canto XXXII dell’Inferno: là dove i peccatori stanno freschi.

Ci troviamo insieme a Dante e Virgilio sul lago di Cocito, dove le anime dei peccatori che qui sono punite sono costrette a rimanere conficcate nel ghiaccio, che si è creato a causa del movimento delle enormi ali di Lucifero che spostano un gran quantità d’aria gelata.

Non è strano? Nell’immaginario comune l’Inferno è un luogo avvolto nelle fiamme, per Dante invece è caratterizzato dal freddo e dal ghiaccio.

Il bel Paese

La nostra epoca, con questa espressione, ha creato un vero e proprio capolavoro, facendo diventare queste parole addirittura il nome di un prodotto caseario oggi passato di moda.

Tolto il nome proprio del formaggio, dobbiamo ricordarci che il mondo intero riconosce la nostra cara Italia con questo bel nome, che compare nel penultimo canto infernale (XXXIII) al verso 89: del bel paese là dove ‘l sì suona. Espressione usata anche da Petrarca nel suo Canzoniere, oltretutto.

Dante, nostro guru

Seconda PARTE

Salve Casimiro, come vedi ho mantenuto la promessa di incontrarti per continuare a parlare di Dante.

Non avevo dubbi, cara Genoveffa. Da dove riprendiamo il discorso?

Quando hai parlato di guide e della necessità di capire fino a dove seguirle, mi hai un poco confusa. Come sai sto seguendo un Guru indiano e mi soddisfa. Non vedo perché dovrei affidarmi ad altri.

Verrà il momento che sentirai invece…, ma Dante può aiutare a capire il ruolo del Maestro.

Ah, ricordo che le sue guide erano Virgilio e Beatrice nella Divina Commedia.

Luca Signorelli – Stazio

Certo, Genoveffa, ed altre due. Dante e Virgilio incontrano Stazio, poeta latino che li guiderà per l’ultimo tratto del Purgatorio. E qui c’è il dualismo guida-discepolo-guida. E c’è la potenza della poesia come strumento di comunicazione, linguaggio che unisce autore e lettore: è stata la forza comunicativa di alcuni versi di Virgilio a colpire la sensibilità di Stazio, stimolando in lui l’apertura di una dimensione interiore che si manifesterà, a sua volta, con opere poetiche. E questo ne influenzerà anche la vita: infatti Stazio abbandona una modalità esistenziale dissennata adottandone una etica ed equilibrata. Non è forse questo che tu cerchi dal tuo santone, migliorare la tua esistenza?

Certamente, Casimiro, e sono sulla strada giusta, almeno credo.

Il tuo santone direbbe che sei sulla via della illuminazione?

È proprio così che dice!

Cara, sai che parola Dante mette in bocca a Stazio quando costui si rivolge a Virgilio, suo Maestro di poesia e di vita? 

No, non ricordo.

M’illuminasti”! Dante ci offre una straordinaria definizione della persona che vuole o deve guidare altri, quando mette in bocca a Stazio che si rivolge a Virgilio: “Facesti come quei che va di notte che porta il lume dietro e sé non guida, ma dopo sé fa le persone dotte”. Se provi a pronunciarli a voce declamatoria ti accorgi che sono versi scorrevoli, come indicassero un percorso reso agile e sicuro. Anche qui ci sono “u”come nell’episodio di Ulisse, ma non inducono a pensare al rancore e all’egoismo: il doppio “sé” spiega l’altruismo della persona che assume la responsabilità di illuminare altre persone, che sono “dietro” di lui, verso l’evoluzione personale rendendole “dotte”, consapevoli, sicure del cammino che stanno intraprendendo, grate al “lume” offerto dalla guida.

Ti seguo Casimiro e sono affascinata dalla maestria poetica di Dante, ma nella pratica, nella vita come si pone il suo pensiero sulla guida, sul Guru, al di là degli intenti letterari.

Vedi cara Genoveffa, in questo episodio il Sommo Poeta definisce i vari aspetti della guida esteriore e ci dice anche che vi sono momenti in cui l’essere umano incontra la sua guida interiore.

Ecco, questo mi interessa perché il mio santone indiano dice che posso entrare in contatto con le mie guide interiori, ma non va oltre nel dire come. 

Bene! Andiamo con ordine. Dante nell’opera Il convivio afferma che la scrittura – quindi la poesia – può avere quattro significati. Applichiamo questa indicazione alla frase di Stazio  citata:“Facesti come quei che va.…”  perché può definire  i diversi contesti di chi guida altri.  In senso letterale è chi conosce la strada da percorrere e la indica: se vuoi imparare a sciare o a scalare montagne ti affidi ad un istruttore o capocordata. E chi porta dietro di sé il “lume”, affinché coloro che lo seguono vedano, potrebbe essere in senso figurato colui al quale ci affidiamo per la necessità di districarci da difficoltà momentanee (raffigurate dalla “notte”) riconoscendo in lui le capacità e le conoscenze per farlo:  non ti è mai capitato di aver bisogno o semplicemente di pensare di rivolgerti ad uno psicologo o medico specialistico?

Sì, penso che a chiunque capiti nella vita.

Bene. Un terzo significato  delinea la guida  che Dante definisce morale: se aderisco ad un credo, ad una ideologia, ad una filosofia di vita ho necessità di essere istruito, edotto come adepto per seguire comportamenti consoni alla adesione: cara Genoveffa, hai scelto una disciplina orientale e ne stai acquisendo le caratteristiche e i valori ascoltando e seguendo il Guru tua guida personale; le parole che ti dice le comprendi, mentre a chi è fuori dal tuo contesto non dicono nulla. Infine dalla frase possiamo estrapolare un significato universale: l’essere umano per definirsi tale ha necessità in tutte le epoche di essere cresciuto materialmente nei primi anni, come ha bisogno di essere formato, per affrontare la vita, da un percorso di evoluzione culturale, sociale, civile. Ed ha anche necessità di avere guide astratte come gli ideali o il carisma delle grandi personalità della storia dell’umanità per elevarlo spiritualmente. Avrai, cara, anche tu degli ideali.

Credo di capire a cosa ti riferisci, Casimiro. Ho dei riferimenti, ma penso che siano più terreni che spirituali. Però devo ammettere che mi piace leggere poesie, specialmente di autori che scrivono di sentimenti tra un uomo e una donna.

Ecco come si manifestano i tuoi ideali, le tue aspirazioni: immergendoti nei versi dei poeti a te cari – le tue guide spirituali – ti rendi consapevole che il tuo modo di vivere i sentimenti verso un’altra persona è sì personale, ma si identifica con il modo di sentire dei poeti che lo trascendono nell’universale e ti fanno comprendere che  tu appartieni alla totalità degli esseri umani.

Adesso capisco quel senso di star bene dentro di me che mi prende quando leggo poesie. A proposito, ma tu avevi detto che Dante ci indica anche l’esistenza di guide interiori, dentro di noi. Mi piace come argomento, caro Casimiro, parlamene.

Cara, mi dicesti che non capivi come si possa avere due o più Guru. Tu in questo momento della tua vita segui un Maestro in una disciplina orientale e contemporaneamente hai trovato un faro, una luce, un“lume” dantesco nelle poesie in cui ti immergi.

E sono loro le mie guide interiori?

Ne parliamo al prossimo incontro. Per ora medita sul coesistere di più guide o maestri, che agiscono dall’esterno. A presto, cara Genoveffa, io sono qui su questa panchina ad aspettarti, se vuoi continuare la conversazione.

Dante si prepara all’impresa

Dopo il momento di smarrimento nella Selva Oscura, il Sommo Poeta si riprende alla grande e decide di fare sul serio. La Storia ci ha raccontato che Dante non è stato solo ed esclusivamente un uomo di lettere ma è stato anche politico e valente soldato (non dimentichiamo la battaglia di Campaldino contro gli aretini). Nel secondo canto della Commedia, Dante sembra volerci ammonire: in questo suo viaggio egli è poeta, non più saggista né animatore politico.

Prima di buttarsi nell’impresa, si fa coraggio per intraprendere quello che sarà un altro grande viaggio per l’umanità invocando l’aiuto delle Muse, affinché le sue doti da letterato possano assolvere a pieno un compito che sarà tra i più ardui: raccontarci quello che vedrà e vivrà nel mondo delle anime. Un espediente decisamente classico per l’uomo medioevale che trovava queste invocazioni quasi quotidianamente nella letteratura greca, che era tornata in auge.

Esiodo e la Musa (1891)
Gustave Moreau
Museo d’Orsay

Questa invocazione iniziale fa riflettere. Se Dante avesse voluto offrirci un suo saggio come il De Monarchia, perché scomodare le Muse, che erano impegnate nella loro piacevole danza in compagnia di Apollo? Semplicemente perché il Sommo Poeta sta creando un’opera d’Arte. Dante non poteva saperlo ma le Muse lo ispireranno oltre ogni aspettativa, aiutandolo a creare una delle opere fondanti della cultura italiana. Non un saggio politico o teologico ma un’opera d’Arte, che come tale offre la possibilità di molteplici chiavi di lettura, senza escludere la possibilità di leggere l’opera anche con un’interpretazione morale o politica.

Il secondo canto dell’Inferno introduce anche le due grandi fonti di ispirazione di Dante, due persone che ha amato in modo diverso ma con eguale forza. L’angelica Beatrice e il marmoreo Virgilio.

Publio Virgilio Marone
Publio Virgilio Marone

Dante prova una vera e propria venerazione per il poeta mantovano e lo sceglie come sua guida personale per la maggior parte del suo viaggio ultraterreno. La scelta non è stata né casuale né dettata da un semplice trasporto momentaneo. Virgilio ha sempre goduto di alta considerazione nel mondo culturale e lo stesso Dante è rimasto più volte folgorato durante lo studio dei suoi testi.

L’aura quasi mistica di Virgilio ha radici già nel mondo classico, dal momento che il poeta godeva della considerazione di sapiente onnisciente oltre a quella di massimo autore latino; in poche parole l’uomo giusto per Dante che studiandone le opere ha potuto toccare con mano la sconfinata conoscenza del poeta mantovano, lasciandosi più volte ispirare da lui.

Principalmente sono tre i motivi che portarono Dante a scegliere Virgilio come guida nel suo viaggio iniziatico. La prima motivazione la troviamo nel Convivio, dove Dante lo definisce il modello poetico di “bello stile” ed eloquenza. Il secondo motivo è dato dal fatto che anche Virgilio ha scritto un’opera dedicata ad un viaggio, nella sua celeberrima Eneide Virgilio ci fa viaggiare insieme al fuggitivo Enea da Troia che terminerà il suo viaggio in Italia. Ultimo motivo e forse il più importante: Virgilio è stato il cantore dell’impero romano. Nel De Monarchia Dante spiega non solo il motivo per cui l’imperatore sia l’unico che possa garantire la miglior forma di governo ma spiega anche perché l’egemonia dell’Impero romano sul mondo conosciuto debba essere vista come una manifestazione del volere divino.

Dante ha eletto Virgilio a suo maestro nell’Arte; l’Arte è un viaggio iniziatico; Virgilio è l’unica persona che Dante ha voluto al fianco per iniziare questo viaggio iniziatico.

Vi è anche un altro aspetto molto interessante legato a Virgilio. Il poeta di Mantova si presenta nel primo canto dicendo di sé:

… Non omo, omo già fui,
e li parenti miei furon lombardi,
mantoani per patrïa ambedui.

In Italia si iniziò a parlare della regione Lombardia nel 1948 e fu istituita solo nel 1970, Virgilio però si presenta come lombardo. Ovviamente nella Storia d’Italia si parla di Longobardia (o Langobardia, in latino) facendo riferimento al territorio settentrionale sotto il dominio dei germanici Longobardi.

Le parole di Virgilio riportate nella Commedia acquistano un significato tutto particolare. Possiamo qui toccare con mano come l’Italia e le sue regioni non siano solamente delle entità geografiche o giuridiche ma siano una forma di pensiero; esse infatti sono vive nelle menti degli italiani ben prima della loro creazione ufficiale. Una testimonianza ce la offre il poeta Cecco Angiolieri, che scrive questo sonetto scherzoso a Dante:

Dante Alighier, s’i’ so bon begolardo,
tu mi tien’ bene la lancia a le reni,
s’eo desno con altrui, e tu vi ceni;
s’eo mordo ’l grasso, tu ne sugi ’l lardo;

s’eo cimo ’l panno, e tu vi freghi ’l cardo:
s’eo so discorso, e tu poco raffreni;
s’eo gentileggio, e tu misser t’avveni;
s’eo so fatto romano, e tu lombardo.

Sì che, laudato Deo, rimproverare
poco pò l’uno l’altro di noi due:
sventura o poco senno cel fa fare.

E se di questo vòi dicere piùe,
Dante Alighier, i’ t’averò a stancare;
ch’eo so lo pungiglion, e tu se’ ’l bue.

___
Parafrasi: Dante Alighieri, se io sono un bel buffone, tu viene subito dopo di me; se io mi procuro il desinare a spese d'altri, tu a spese d'altri ti procuri la cena; se io mordo il grasso, tu ne succhi il lardo; se io ho trasceso, tu certo non ti moderi molto; se io m'atteggio a nobile, anche tu ti atteggi a messere; e se io ho soggiornato a Roma, tu fai il parassita in Lombardia. Sicché, sia lode al cielo, ciascuno di noi due ben poco può rimproverare all'altro: poca fortuna o poco giudizio ci inducono a questo. E se vuoi continuare a discutere di ciò, Dante Alighieri, io ti stancherò, poiché io sono il tafano e tu sei il bue.

Quando Cecco scrive questo sonetto Dante è in esilio, quindi è stato scritto dopo il 1303 e qui vediamo già come la Lombardia sia una presenza ben concreta nella mentalità dell’epoca.

L’Italia non è ancora stata creata ma esiste già.

Inferno: gli ignavi (canto III)

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William Blake – La porta dell’Inferno

Varcata la porta con la celeberrima scritta:

Lasciate ogni speranza, voi ch’intrate

Dante e Virgilio si trovano nel vestibolo dell’Inferno; non si può non ricordare l’esperienza di Odisseo che riesce ad arrivare sino alla porta dell’Ade e a chiamare a sé gli spiriti dei morti senza superare la soglia. Dante lo fa e le parole che descrivono la porta sono di una bellezza senza eguali:

Per me si va ne la città dolente,
per me si va ne l’etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente.

Dante viene subito assalito da grida di lamento e di dolore, come è giusto che sia, trattandosi di un luogo di sofferenza eterna. A dire il vero non siamo ancora entrati nell’Inferno vero e proprio, siamo in quella zona chiamata vestibolo. Qui le anime entrano e si dirigeranno verso la sponda del fiume Acheronte per essere traghettati sull’altra sponda e non veder mai più le stelle tanto amate da Dante.

In questo vestibolo si trova il peggio del peggio. La loro sorte è addirittura più infima rispetto a quella di coloro che sono condannati a scontare la loro pena nel punto più stretto dell’Inferno; sono persone così insulse e prive di ogni decenza da non meritare non solo di andare in Paradiso o in Purgatorio ma neanche nell’Inferno, quindi vengono lasciati fuori, alla Porta.

Si tratta degli ignavi. Una gran brutta categoria, dal momento che sono tutte quelle persone e non (vengono puniti qui anche degli angeli, come vedremo) che non hanno mai preso una posizione e non si sono mai schierati né con il bene né con il male. Siccome nell’Inferno dantesco vige la regola del contrappasso, ovvero la colpa che ti viene assegnata è direttamente collegata e contraria al peccato che ti viene imputato, queste anime sono costrette a fare quello che non hanno mai fatto in vita loro.

Dante vede uno stendardo (una bandiera) che corre in questo enorme spazio e una moltitudine di gente è costretta a corriere dietro a questo vessillo. Non hanno mai preso posizione nella vita (la decisione è simboleggiata dalla bandiera), ora sono costretti a correre dietro ad una bandiera per sempre. Nel frattempo, giusto per farli penare maggiormente, vengono punti da vespe e da mosconi; dalle ferite che si procurano esce sangue che cola sino a terra dove viene mangiato dai vermi. Il sangue, la forza vitale di ognuno di noi, che esce dai corpi degli ignavi diventa cibo per i vermi; come se la loro vita non fosse altro che cibo per i lombrichi.

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Priamo della Quercia – Dante nel vestibolo dell’inferno (1403-1483 circa)

Dante è davvero duro con queste anime, tanto da non citare nessuno per nome, come se non meritassero neanche questo onore. Fra la moltitudine vede una serie di angeli, colpevoli di non aver preso una decisione da che parte stare durante la rivolta di Lucifero. Meglio sarebbe stato per loro prendere la decisione di far parte dei cattivi, sarebbero stati meno colpevoli, forse.

Viene indicata una persona, che Dante crede di intravvedere, e la descrive come colui che

fece per viltade il gran rifiuto

Essendo un’anima così vile, non viene neanche nominata e ciò dà adito a diverse interpretazioni.

Per alcuni l’anima vista da Dante è quella di Celestino V (al secolo: Pietro da Morrone), un eremita che venne eletto Papa nel 1294. La sua colpa (vedremo poi perché Dante non riesce a perdonarlo) è quella di non essersi sentito all’altezza del compito che gli veniva chiesto di assumere e decise di rinunciare all’investitura papale. A causa di questo suo rifiuto rivennero fatte le votazioni e fu eletto Papa Bonifacio VIII (la persona che meno di tutti Dante riusciva a sopportare).

Altri, invece, vedono in quest’anima quella di Esaù che barattò la sua primogenitura per un piatto di lenticchie. Essere primogeniti, per molto tempo, non voleva dire semplicemente essere nato per primo ma era un dovere di assumersi la responsabilità della famiglia ed Esaù ha preferito rinunciare per delle sane e buone lenticchie.

Altri ancora in questa figura ci vedono Ponzio Pilato, colui che non ha preso una decisione molte importante lavandosene le mani, facendo ricadere la colpa sugli altri.

Chiunque sia questa persona, la sua compagnia è fatta di anime di persone

che mai non fur vivi

e come tali non sono mai “esisti”, quindi continuano ad essere “ignoti” nell’aldilà.

L’unica città a cui si fa riferimento in questo terzo canto è Roma, capitale del potere papale.

Superata questa orda di esseri costretti a correre per l’eternità si arriva al fiume Acheronte e qui si avvicina Caronte sulla sua barca. Il traghettatore delle anime non è stato descritto per la prima volta da Dante, è una delle figure descritte da Virgilio nell’Eneide:

Caronte custodisce queste acque e il fiume e, orrendo nocchiero, a cui una larga canizie invade il mento, si sbarrano gli occhi di fiamma, sordido pende dagli omeri il mantello annodato.

Egli, vegliardo, ma dio di cruda e verde vecchiaia, spinge la zattera con una pertica e governa le vele e trasporta i corpi sulla barca di colore ferrigno.

Eneide VI

Una piccola curiosità: in epoca romana il Caronte era una vera e propria professione, era uno schiavo che aveva il compito di controllare che il gladiatore non graziato fosse effettivamente morto e se così non era, doveva infliggergli il colpo mortale.

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Gustave Doré – Caronte

Dante descrive con minuzia di particolari questa figura che è entrata ormai nell’immaginario collettivo. I versi dedicati alla descrizione di Caronte sono tra i più evocativi di questo canto.

Caronte ci viene presentato come un vecchio canuto:

Ed ecco verso noi venir per nave
un vecchio, bianco per antico pelo,
gridando: “Guai a voi, anime prave!

Inferno III, 82-84

Come un nocchiere con la barba e gli occhi di fuoco:

Quinci fuor quete le lanose gote
al nocchier de la livida palude,
che ’ntorno a li occhi avea di fiamme rote.

Inferno III, 97-99

I tre versi che lo rappresentano come un demonio dal carattere severo e sistematico sono forse i più belli da un punto di vista artistico:

Caron dimonio, con occhi di bragia
loro accennando, tutte le raccoglie;
batte col remo qualunque s’adagia

Inferno III, 109-111


Pubblicato su Latelier 91 il 15 aprile 2020 (https://latelier91.wordpress.com/2020/04/15/inferno-gli-ignavi-canto-iii/)

Inferno: la selva oscura (canto I)

In questa passeggiata insieme a Dante e Virgilio per l’Inferno, vedremo insieme la quantità impressionante di luoghi e personaggi citati dal poeta fiorentino durante il suo peregrinare nel sottosuolo. Nostri compagni di viaggio saranno anche Gustave Doré che ha tradotto nelle sue tavole il testo di Dante, in modo classico e William Blake che ha infuso un maggior spirito visionario ad un’opera che di per sé è già unica e visionaria nel suo genere.

Tutti noi consideriamo la Commedia il testo che ha unito la nostra Nazione nel linguaggio e nella cultura. Ma non solo, la Commedia è uno dei pochi testi nella nostra letteratura a citare la Storia del nostro Stato non ancora nato all’epoca e i suoi luoghi più belli. Una vera e propria apoteosi di italianità.

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Gustave Doré – Canto I dell’Inferno

Nella Commedia i primi passi della storia vengono mossi nella celeberrima selva oscura dove Dante si è perso. Nel canto I troviamo molti riferimenti alla cultura di Dante e alla forte influenza religiosa e filosofica della sua Commedia; non sempre è facile riuscire a decodificare tutti i simboli che ha voluto inserire e spesso si corre il rischio di vedere quello che magari Dante non ho neanche pensato.

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita.

Su quel “nostra” si è scritto così tanto che spesso gli studi e le ricerche hanno sconfinato nel ridicolo. Secondo alcuni, Dante ha usato il plurale per farci capire che tutti noi siamo coinvolti in questo percorso mentre per altri rappresenta la volontà di Dante di inserire la maggior parte dei riferimenti culturali che ci appartengono come comunità. Un semplice uso generico per riferirsi alle aspettative di vita dell’epoca con un plurale neutro, no?

L’ispirazione filosofica di Platone nella Commedia è lampante, provate a leggere nella Repubblica il Mito di Er e ci troveremo davvero molto del viaggio di Dante. Il richiamo alla religione, sin dall’inizio è evidente. Se prendiamo i primi versi di Dante e i versetti di Isaia (38, 10) ne possiamo avere un’idea chiara:

Io pensavo: nel mezzo dei miei giorni me ne andrò, alle porte degli inferi sarò trattenuto per il resto dei miei anni, non vedrò più il Signore nella terra dei vivi.

I personaggi che popolano la selva oscura o che vengono citati da Dante nel suo racconto sono molti. Mi permetto di metterli in ordine in un elenco, raccontando qualcosa di loro:

  • la lonza: una sorta di lince che nella simbologia dell’Arte rappresenta la lussuria;
  • il leone: simbolo quasi abusato nella Storia e nell’Arte, in questo caso rappresenta la superbia e la violenza;
  • la lupa: curioso come Dante abbia deciso di usare il femminile e non il maschile. Secondo alcuni questo riferimento è esplicito nei confronti della città di Roma, che come insegna ha la lupa dei due gemelli celeberrimi. Nella Commedia dobbiamo interpretare la sua presenza come simbolo della frode.
  • Virgil_
    Virgilio
  • Virgilio: il suo nome completo è Publio Virgilio Marone, per tutti noi noto con la forma abbreviata, però. Nacque il 15 ottobre 70 a.C. ad Andes (oggi nota come Mantova) e morì il 21 settembre 19 a.C. a Brindisi.La sua influenza sui poeti e gli uomini di cultura che lo seguirono è stata enorme, tanto che lo stesso Dante lo prende come guida per il suo viaggio.
  • il veltro: un altro passo divertente è la cosiddetta Profezia del Veltro, alcuni la intendono come un atto di cambiamento che viene messo in atto da Dio nell’umanità, altri la intendono da un punto di vista politico altri ancora si sono inventati spiegazioni decisamente fantasiose. Questa parola, nella nostra lingua, è caduta ormai in disuso ma era molto usata in epoca medioevale, indicava il cane da caccia tipo levriero.
  • Cesare: colui che transitò Roma dalla Repubblica all’Impero. È, senza ombra di dubbio, il personaggio più importante e influente di tutta la Storia; nato a Roma il 13 luglio 101 a.C. (o forse il 12 luglio 100 a.C.) e morto nella Città Eterna il 15 marzo 44 a.C. è stato un militare, console, dittatore, pontefice massimo, oratore e scrittore romano.
  • Augusto: il primo imperatore romano, che regnò dal 27 a.C. al 14 a.C. Attuò dei cambiamenti all’interno dell’Amministrazione di Roma ridando le cariche al Senato che in cambio lo riconobbe capo dell’esercito e del Senato stesso.
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    Paolo Farinati – Incendio di Troia: Enea e Anchise (1590 circa)
  • Enea: uno dei grandi eroi della mitologia greca e romana, che Dante conosceva e amava. Fu uno dei guerrieri più valorosi durante la guerra di Troia (combattere dalla parte di Priamo e dei Troiani) e fu secondo solo al valoroso Ettore. Il padre di Enea è Anchise e la madre la dea della bellezza (Afrodite/Venere).
  • Anchise: da giovane era bellissimo, tanto che fece innamorare anche Venere. Tanta bellezza però non gli servì a nulla contro la punizione di Zeus che lo rese zoppo, da lì il significato del “curvo”, “storto” (si pensi all’uso odierno della parola anchilosato). Celebre è il racconto della fuga dall’incendio di Troia sulle spalle del figlio.
  • Camilla: è uno dei personaggi dell’Eneide di Virgilio. La sua storia si intreccia con quella di Enea, stesso. Anche lei fu salvata dalla fuga, dal padre quando la piccola era ancora in fasce. Una ragazza valorosa in guerra e nell’uso delle armi, che sembrava preferire a qualsiasi forma di amore, ovviamente morirà vergine e sarà un simbolo importante nelle Arti e nella Poesia.
  • Eruialo e Niso: sono due giovani guerrieri presenti nell’Eneide di Virgilio, fuggiti da Troia. Il loro rapporto di amicizia è fortissimo e vengono presi come esempio della manifestazione di amicizia fraterna e affettuosità omoerotica.
  • Turno: bellissimo semidio re dei Rutuli (popolo che abitò l’Italia prima dei romani nella zona dell’attuale Lazio); nell’Eneide di Virgilio è l’antagonista di Enea.

Le città citate in questo primo canto sono Mantova, Roma, Troia e in generale la nostra cara (e non molto vecchia) Italia.

Blake_Dante_Inferno_I
William Blake – Inferno, Canto I


Pubblicato su Latelier 91 il 6 aprile 2020 (https://latelier91.wordpress.com/2020/04/06/inferno-la-selva-oscura-canto-i/)