Il valore dell’Altra Visione

In questi mesi, una nota casa editrice di fumetti italiana è impegnata nel rinnovare l’immagine di uno dei suoi eroi che dal 1986 rappresenta un baluardo contro gli incubi e i mostri. L’editore sta chiedendo a tutti gli appassionati e i collezionisti del genere di sforzarsi di cambiare la propria visione, perché il fossilizzarsi per troppo tempo sull’abitudine poterebbe all’esaurimento del filone editoriale e alla conseguente scomparsa della collana.

Ovviamente, subendo questo cambiamento in qualità di collezionista, ho trovato molto interessante l’assonanza fra il fil-rouge del nostro anno e il nostro quotidiano.

Cambiare visione, avere un nuovo punto di vista, è vitale affinché non ci si trasformi in fossili: ricordi di esseri vivi, che anche se da un lato si possono conservare per millenni, dall’altro rimango immutati e morti.

Il cambiamento fa paura; ciò è fuori discussione. Cambiare vuol dire abbandonare la certezza del conosciuto e avvicinarsi a ciò che è sconosciuto, che potrebbe essere potenzialmente dannoso ma anche migliore di quanto già si conosce.

Una realtà come la nostra UNITRE deve essere uno stimolo al cambiamento della nostra visione personale e abitudinaria. Si deve prendere sempre una possibilità novità come uno stimolo per mettersi alla prova e per trovare forme nuove di conoscenza e di espressione. È bello sperimentare e i nostri laboratori sono un porto sicuro dove poter osare senza dover aver paura dei risultati. Se non si fosse mai osato non si sarebbe arrivati mai a quel livello di conoscenze e tecniche di cui possiamo godere oggi.

Uscire dalla propria zona di conforto, in cui possiamo cullarci nel rifare ciò che già conosciamo e occuparci in attività di cui possiamo prevedere il risultato, è senza dubbio confortante ma non ci permette di alzare lo sguardo e di vedere quello che non abbiamo ancora visto. La scoperta è sempre un grande valore. L’adrenalina del superare sé stessi non deve farci paura perché potremmo scoprire i nostri limiti ma deve sempre essere un’incentivo per fare di più e superarsi. Solo così possiamo essere sicuri di aver vissuto in pieno ogni possibilità e anche di poterci divertire.

La zona di conforto è pericolosa. Ci anestetizza e corriamo il rischio di fossilizzarci.

Uno stimolo molto importante è presente nel bel film “L’attimo fuggente”. Il grande Robin William, in una dei suoi personaggi migliori, ha qualcosa di molto importante da dirci in merito:

Ecologia e quattrini

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Risparmio energetico? Vi chiedete come mai è tanto d’attualità e se in concreto permette di risparmiare soldini?

Vi posso dire, per averlo verificato personalmente e conti alla mano, che non è un argomento alla moda, ma effettivamente conviene per migliorare confort abitativo ed avere un risparmio in denaro.

Supponiamo che abbiate dei soldi che volete investire. Una saggia norma dice di non mettere tutte le uova nello stesso paniere: quindi perché non pensare che si possono investire anche in ecologia? Come?  Ecco, in sintesi, quello che ho fatto ed il guadagno che ne ho tratto. Naturalmente non sono investimenti fatti tutti assieme: li ho diluiti su una ventina d’anni.

Dal 2000 sono proprietario di una villetta, che non aveva particolari prestazioni dal punto di vista energetico. Nel corso degli anni ho realizzato i seguenti miglioramenti per ec9e5d4418cddeb916f54861fa51abb5_XLclassificarla in classe D.

  1. Per prima cosa ho isolato il sottotetto, mettendo dei pannelli di polistirene sia sotto il tetto, bloccandoli con perlinature, che sul pavimento del sottotetto. Il risultato è stato un sensibile miglioramento della temperatura del secondo piano.
  2. Ho cambiato le finestre, che avevano i vetri doppi, mettendone altre ad alta efficienza.
  3. Nel 2007 ho sostituito la caldaia con un’altra a recupero di calore.
  4. Sempre nel 2007, ho messo un impianto solare sul tetto: d’estate faccio la doccia senza avviare il riscaldamento dell’acqua.
  5. Nel 2010 ho installato un impianto fotovoltaico da 3 kW.
  6. L’anno scorso ho fatto realizzare un “cappotto” termico.

Dopo il 2007 ho tenuto nota del risparmio sul riscaldamento rispetto a prima degli interventi da 1 a 4. In media il ritorno del mio investimento è stato del 3%.

Anche per l’impianto fotovoltaico ho tenuto conto del risparmio. Il risultato è che ho già recuperato tutto l’investimento: il ritorno è stato del 17%! Oggi l’impianto mi procura un reddito; ed anche per i prossimi 10 anni!

risparmio-energeticoIl “cappotto” che ho fatto mettere è una novità assoluta. Si tratta di un isolante di solo 4 mm di spessore che ha l’efficacia di un decimetro di polistirene! Con questo spessore minimo non è stato necessario modificare pesantemente la casa, come occorre fare con il polistirene: è come riverniciarla!

Per il “cappotto” è troppo presto per avere il consuntivo del risparmio sul gas di riscaldamento. Il mio preventivo è di recuperare l’investimento in 10 anni; cioè il 10% all’anno.

Questa estate la temperatura in casa non ha mai superato i 25 °C.

In conclusione, oggi non c’è nessun investimento che renda il 10%, per non parlare del 17%!

È da considerare che, per ciò che concerne il fotovoltaico, la situazione ad oggi è molto cambiata rispetto al 2010. Anzitutto i pannelli hanno quasi raddoppiato il rendimento; inoltre, il costo è calato notevolmente. D’altra parte, sono anche cambiate le leggi e il rimborso è diminuito. Conclusione: non credo che potrete spuntare il 17% dell’investimento; però credo che si possa ancora avere un rendimento a doppia cifra. Chi è interessato trova facilmente le offerte da diversi installatori.

Ultimo suggerimento: l’automobile. Con l’automobile si può risparmiare parecchio, oltre ad inquinare di meno. I suggerimenti fondamentali sono: marce alte, ridurre la velocità.

Le marce alte fanno risparmiare perché il rendimento del motore è al massimo. Per verificare quanto risparmiate, tenete d’occhio l’indicatore del consumo (ormai è disponibile su tutte le auto). A pari velocità, con la marcia alta risparmiate il 10 – 15% rispetto alla marcia più bassa, e scusate se è poco! Quindi, ai 2000 giri: marcia più alta, senza aumentare la velocità!

La riduzione di velocità fa consumare meno l’automobile. Dovete sapere che l’attrito dell’aria aumenta con il quadrato della velocità: a 130 km/h è il doppiodi 100 km/h! Naturalmente andare più adagio riduce anche la pericolosità della guida.

Conclusione: è proprio vero che l’ecologia conviene!

sostenibilita

“Misericordia” traccia un nuovo cammino

Nell’aria c’è profumo di cambiamento, solo chi non si espone all’Arte e alle sue molteplici espressioni non se ne sta rendendo conto.

L’opera “Misericordia” di Emma Dante è nuova anche se racconta una vecchia storia, che abbiamo già sentito negli ultimi trecento anni. Una storia di emarginazione, di povertà, di ignoranza e di esclusione sociale. Eppure quello spettacolo di un’ora (tanto intesa che ne vale tre, credetemi) materializza quel cambiamento che spesso è una pura e semplice percezione.

Da secoli, i più raffinati pensatori (e artisti) ci avvisano si far attenzione al linguaggio, che come ogni “oggetto” è fallace e non sempre veritiero. Magritte ci dipinge una pipa 38918(1)dicendoci che non è una pipa (quindi ciò che sembra essere), concetto non del tutto difficile se pensiamo alla psicanalisi. Il caro vecchio Freud ha passato tutta la sua vita tentando di spiegarci (e di spiegare a sé stesso!) che gli oggetti dei nostri sogni nascondo dei significati che non per forza sono legati all’oggetto stesso.

Per quanto riguarda il linguaggio, sono stati versati così tanti fiumi di inchiostri da riempire delle intere biblioteche su questo tema, sulla sua interpretazione e sulla sua nascita, sviluppo ed uso. Tutto questo mondo (che va sotto il nome di ermeneutica) può essere riassunto con le colorite parole di uno dei più grandi attori e filosofi del secolo scorso, Carmelo Bene:

Fate attenzione, il linguaggio vi fotte.

Emma Dante ci presenta un’opera che non nasce con il pretesto di raccontarci una storia ma di farci vivere delle emozioni vere, sincere e che disturbano. Volutamente, il linguaggio (le attrici parlano in siciliano) potrebbe rappresentare un limite per un pubblico che non conosce questa lingua ma la parola verbale non è il vero linguaggio usato nello spettacolo. Lo “sferruzzare” delle donne (che inizia a sentirsi ancor prima che si alzino le luci e si presentino gli artisti sul palco) è un linguaggio con la sua grammatica e le sue espressioni (una donna arrabbiata ha un ritmo ben diverso da chi si sta divertendo), il corpo in tutte le sue forme (anche quando è sformato) ci racconta una storia fatta di emozioni vere. Che le attrici parlino poco importa, quello che sin da subito ci rapisce è il loro essere vive.

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PROVE di Misericordia scritto e diretto da Emma Dante luci Cristian Zucaro con Italia Carroccio, Manuela Lo Sicco, Leonarda Saffi, Simone Zambelli coproduzione Piccolo Teatro di Milano– Teatro d’Europa, Atto Unico / Compagnia Sud Costa Occidentale, Teatro Biondo di Palermo. Foto © Masiar Pasquali

Il corpo ha preso il sopravvento. Al punto che la Dante chiede ad un ballerino di dar vita ad uno dei personaggi principali. Senza ombra di dubbio per Simone Zambelli il corpo è tutto, è il centro del suo essere Arte e lo studio fatto insieme alla Dante lo porta a deformarlo, renderlo inadatto al movimento. Trasformando il ballerino in un novello Pinocchio, goffo nei movimenti ma che non perde la capacità di farci sognare.

Un grande applauso va anche a Italia Carroccio, Manuela Lo Sicco e Leonarda Saffi, che con l’enorme lavoro svolto sotto la guida di Emma Dante hanno dato il loro corpo a tre donne che ci hanno gettato nella disperazione, nella speranza, nel sogno e tra l’immondizia della Vita.

Il teatro (come l’Arte in generale) è ad un punto di svolta e noi abbiamo la fortuna di poter essere testimoni di questo cambiamento. Gli oggetti sono stati allontanati da tutte le rappresentazioni, negli anni ’60 abbiamo tolto calore all’Arte per farla diventare un canale di trasmissione di idee e pensieri quanto più universali possibili. Oggi, nuovo sangue sta scorrendo nelle vene dell’Arte. Un sangue caldo, giovane e che non può raccontare molto perché ormai si è già visto tanto, un sangue che vuole infondere vita e sentimento ai temi più universali. Perché nessuno può più permettersi il rischio di rimanere impassibile e distaccato dalla Vita, nel bene e nel male.

L’Arte si sta ribellando alla freddezza della comunicazione tecnologica e dobbiamo prepararci a vivere l’Arte in modo diverso; da capire non c’è nulla (a stento si è capito qualcosa nel passato) ma siamo tutti qui per vivere (nel bene e nel male) ed è giusto che ci si predisponga prima possibile a non ragionare troppo sull’Arte ma a viverla, come ci ha chiesta Emma Dante con questo nuovo grande capolavoro.

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PROVE di Misericordia scritto e diretto da Emma Dante luci Cristian Zucaro con Italia Carroccio, Manuela Lo Sicco, Leonarda Saffi, Simone Zambelli coproduzione Piccolo Teatro di Milano– Teatro d’Europa, Atto Unico / Compagnia Sud Costa Occidentale, Teatro Biondo di Palermo. Foto © Masiar Pasquali

La “Misericordia” di Emma

Fiaba nera e contemporanea. Complessa storia familiare da cui emergono tre le figure di donne. Il teatro di Emma Dante è da sempre luogo di fantasmi, di creature fra i vivi e i morti chiusi in uno spazio da cui non possono uscire ma da cui parlano a chi abbia voglia di ascoltare. Denso e doloroso  Misericordia,con le sue tre donne tenute insieme non da un legame di sangue ma pur sempre familiare. Sedute sullo sfondo sferruzzano una maglia rabbiosa e quel rumore ritmato di ferri, con cui ciascuna pare voglia 18vis1apertura1576766093-misericordia-dasx-losiccosafficarrocciozambelli2-phmasiarpasqualisuperare le altre,   è già linguaggio, dice della loro litigiosa convivenza, non meno della babele delle lingue in cui battibeccano, un grammelot di suoni e gesti che esplica. In mezzo a loro il ragazzetto disadattato che altro non fa che muovere le braccia nell’aria, come a voler prendere il volo, di cui le tre donne, assolvendo una promessa, son madri putative.Gente povera, marginale: del resto questo è il mondo di cui ci vuole parlare Emma Dante ma non per rappresentarci la pietà, questa semmai è tutta nostra,  presi subito dall’incalzare di un senso di profondo disagio, che lei vuole provocare. Una umanità derelitta, che vive non solo nella povertà, ma, anche in un forte degrado morale. Eppure anche così si può non dimenticare di essere persone, di provare sentimenti, di avere affetti, di essere solidali con chi è più sfortunato di loro. Come Arturo, nato rovinato dalla violenza del padre già nel ventre della madre che invano cercava di difenderlo dalla furia dell’uomo e che le tre donne, morta l’amica, decidono di adottare sperando di potergli offrire un riparo da una vita amara e da una nascita ancor più terribile. Umanità al margine che vuole garantire al ragazzo un qualche futuro e l’unica cosa che possono fare è metterlo in un ospizio con una valigia che contiene le sue povere cose di bambino. E il piccolo si trasforma in allegoria di Pinocchio con tanto di musica nell’attesa della banda che dovrà passare. Torna la fiaba, tanto cara alla Dante, perché il ragazzino, di proposito legnoso nei movimenti, ha avuto un padre falegname che veniva chiamato Geppetto per via del berretto di lana che portava in testa. Insomma, siamo ancora dalle parti di Collodi. Ma la fiaba, lo sappiamo da tempo, ha sempre un fondo nero, crudo e violento. Qui la violenza è quella che il padre sfogava sulla moglie. Visto che parliamo di linguaggio, guardiamo allastrana parolaMisericordia”. Oggi, sia che derivi dalla sua intrecciata radice di cuore e sentimento o da una qualche confraternita, sembra fatta apposta per suscitare imbarazzo e disagio, se non proprio vergogna. Che è poi ciò, a cui ancora oggi, serve il teatro. Un Miserere, per la disturbante disarmonia di quei movimenti sgraziati e tuttavia, proprio per questo, emotivamente coinvolgenti. it_en-15-3397-misericordia-pha-masiarpasquali-original_originalMisericordiaper l’indecente parata notturna di quelle prostitute dalla doppia vita che vanno e indietro senza sosta, come l’onda di risacca che sempre lascia sulla sabbia qualche rifiuto. Tema non facile da maneggiare quella violenza. Ed infatti Emma Dante ci si sottrae con un colpo d’ala, fra un girotondo festoso e un esplodere di musica. Così il bimbo- burattino riprende coscienza del suo corpo in una scatenata danza acrobatica (l’interprete Simone Zambelli è un danzatore) per poi uscire dalla scena mimando gli strumenti della banda che passa per la strada e la prima parola che pronuncerà, sarà quella di tutti i bambini. Spettacolo duro, che non risparmia niente al pubblico. Valeva, però, la pena provarci.

Mitologia del Libro

I profeti biblici avevano un concerto del divino totalmente diverso da quello delle religioni naturali di stampo ellenistico. La mitologia ebraica rifiutò da subito, la visione di dei connaturati alle forze naturali (sole, mare, terra, fuoco ecc.) ponendo, in tal modo, le basi per un nuovo tipo di mitologia quella del DIO Unico, che esiste al di là del mondo, al di là della natura, del tutto svincolato dai ritmi naturali: “se a babilonia gli dei erano impegnati in una continua lotta contro le forze del caos, YHWH poteva semplicemente riposare il settimo giorno, con la sua opera completata”. Con Avraham (Abramo) il primo dei Patriarchi, l’ebraismo si affermerà come religione rigidamente monoteistica, da cui trarranno origine le tre grandi religioni che dal Libro derivano. Una religio nuova forgiata nella rigorosa ortodossia biblica e nella tradizione della originaria “berit”, l’alleanza tra YHWH (tradizionalmente il suo nome non viene pronunciato, ci si riferisce a Lui con Hashem che letteralmente si traduce con “il Nome”. Durante la preghiera il nome viene sostituito con Adonai “il mio Signore”) e il suo popolo. Se la mitologia ellenica apre la via all’archetipo dell’Io, inteso come individualità e quindi parzialità dell’uomo, il popolo del Libro fu il primo a recepire tremila e duecento anni fa, ossia mille e duecento anni prima dell’insegnamento di Gesù di Nazareth, Come-si-legge-la-Bibbial’attivazione dell’archetipo del Sé inteso come totalità  e appartenenza, guida alla realizzazione della propria completezza in una sintesi di valori formatisi e formulati nella dottrina del monoteismo. Dio è grande parte dell’ anima: “realizzare in ogni atto della propria quotidianità, la propria qualità divina significa integrare Dio”, fino a quando vi sarà una unica massa, un solo blocco, l’Età Messianica. Collaborare, integrare Dio nella continuità della creazione, il tutto permeato da un forte senso provvidenziale: “Il Signore è il mio pastore di nulla manco, a verdi pascoli Egli mi conduce, verso acque tranquille Egli mi muove” ( Davide- Salmo 22) Per questo la tradizione ebraica vuole conoscere sempre di più cosa Egli vuole dall’uomo, anela a comprendere il significato profondo dei precetti divini. Non basta quanto è scritto nella Tōrāh (תּוֹרָה‎), la Legge rivelata a Mosè, occorre arrivare a comprendere il significato profondo del Suo volere, interpretare, addirittura numericamente le parole scritte, per trarne nuove verità, al fine di evidenziare ciò che la kabbalah (קַבָּלָה “ricevuta”- “tradizione”) chiama la Tōrāh Celeste, seguendo la quale Egli creò il mondo. La Torah Celeste insieme alle interpretazioni talmudiche, contribuisce  a creare la Torah Orale ( tōrāh shebe’al peh – “tōrāh che è detta”) che ha lo stesso valore sacro di quella rivelata a Mosè chiamata la Torah Scritta (Tōrāh shebichtav תורה שבכתב‎ –  “tōrāh che è scritta”). Questo in estrema sintesi il processo di realizzazione del “Sé” e della propria completezza. Nella kabbalah è detto che esistono tanti volti di YHWH quanti sono gli uomini e ad ognuno Egli appare in modo differente: “Sussia chiese ad un maestro se YHWH lo avrebbe punito per non essere stato capace di esser come Mosè. Rispose il maestro: “un giorno Egli ti chiederà piuttosto  perché non sei riuscito ad essere Sussia”.

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Noi risparmiamo… energie: siamo in Classe A

Ormai lo sapete. La nostra UNITRE locale ha deciso di contribuire alla protezione dell’ambiente per trasmettere ai nostri nipoti un Pianeta Terra, se non proprio sano, almeno in convalescenza.

Questo contributo si esplica con l’accordo tra la nostra associazione ed Enea che è l’Agenzia Nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile.

Enea gestisce la Campagna Nazionale sull’efficienza energetica denominata “Italia in Classe A” per la quale la nostra Unitre è diventata “Opinion Leader”. Non intendo dilungarmi su spiegazioni burocratiche; tutti i particolari li trovate sul nostro sito e nelle newsletter.

Bonus-risparmio-energetico-2019A me preme cercare di soddisfare una domanda che senza dubbio frulla nella vostra mente: “Ma noi soci che cosa dobbiamo fare?”. Vi rispondo che formalmente, per ottemperare all’impegno preso, del tutto volontario, come nel nostro stile e secondo i nostri principi, dovete perlomeno impegnarvi a leggere le informazioni che vi mandiamo e che provengono da Enea. Sono informazioni sugli obiettivi che si possono raggiungere con un oculato risparmio delle energie che ogni giorno usiamo nelle nostre case, nei luoghi di lavoro, di studio e di svago: elettricità, acqua, calore. Un corretto uso e un’attenzione a non sprecarle sono comportamenti vitali per la salvaguardia dell’ambiente e anche per un risparmio di denaro, non solo pubblico, ma anche personale. Infatti, la Campagna prevede, tra le altre iniziative, una specifica informazione su come si possa ottenere uno sgravio fiscale in presenza di determinati accorgimenti per non sprecare energia.

E se vi sorge una seconda domanda, del tipo: “Come possiamo fare per non sprecare?” La risposta non è difficile perché Enea fornisce ad ogni Opinion Leader, e quindi anche a noi di UNITRE Sesto Calende-Ispra, documentazioni e prospetti per esaudire ogni richiesta di informazioni. Per sapere quale contributo ogni socio potrebbe dare per risparmiare energia e risparmiare anche per se stesso, occorre leggere con attenzione il Decalogo del consumo intelligente per un uso efficiente dell’energia a scuola e a casa. Vi trovate appunto dieci consigli per sensibilizzare comportamenti quotidiani atti a cambiare, forse, abitudini, spesso inconsapevoli delle conseguenze che possono avere sul dispendio di elettricità o sul consumo di energia per lavorare o riscaldare le nostre sedi domestiche o lavorative. Per esempio, chi di voi sa che una incertezza di 8 secondi davanti ad un frigorifero aperto per decidere cosa mangiare, può disperdere tutta l’aria all’interno dell’elettrodomestico?

Leggendo il Decalogo – che trovate cliccando qui  -vi accorgerete che è uno strumento informativo costruito pensando ai nostri soci che, in ottemperanza a quelle due paroline nella ragione sociale – Tre Età – appartengono ad una variegata diversità di classi di età. Scorrendo il Decalogo si nota che in esso possono trovare consigli chi è in età scolastica e di lavoro e quindi usa giornalmente le tecnologie e chi è in meritata età pensionistica acquisita e praticata ed è in cerca di stimoli per tenere mente e memoria risparmio-energeticoallenate. Ed è anche spesso alla ricerca di occasioni per rendersi utile, in famiglia e nella società; e qui il Decalogo può soddisfare l’esigenza. Infatti in presenza di nipoti si può pensare di assumere il compito di istruirli trasmettendo loro sensibilità verso l’ambiente dimostrando come piccole e all’apparenza insignificanti attenzioni, amplificate dal concorso di tutti, apportano migliore qualità di vita e contribuiscono a preservare l’integrità dell’ambiente.

E se poi vi ponete anche la domanda: “Ma perché la nostra sede ha deciso di essere Opinion Leader di Enea?”, ecco la motivazione. UNITRE Sesto Calende-Ispra ha aderito a “Italia in Classe A” con entusiasmo e con la convinzione che l’obiettivo principale della associazione di volontariato, la promozione sociale, si possa espletare anche con la sensibilità verso il risparmio delle energie e quindi verso la tutela dell’ambiente, con il supporto e la collaborazione di Enti Pubblici e Istituzioni, come Enea e il Ministero dello Sviluppo Economico.

Per ora è tutto, ma ci incontreremo ancora su questo argomento. Nel frattempo, procuratevi il materiale necessario per tenervi informati e soprattutto leggete il Decalogo e cercate di mettere in atto i suoi consigli.

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Weltanschauung… – Ultima puntata

And in the naked light I saw
Ten thousand people, maybe more
People talking without speaking
People hearing without listening
People writing songs that voices never share
No one dare
Distub the sound of silence

Come abbiamo visto negli scorsi articoli, la Weltanschauung non è una semplice visione (da realizzarsi con gli occhi o con la mente) ma ha una forza in più che porta alla creazione di un ordine. Attraverso la nostra “visione” tendiamo sempre a creare un nuovo mondo o migliorare quello che già esiste; senza essere megalomani pensando al pianeta terra e al sistema umanità, quasi quotidianamente applichiamo la nostra Weltanschauung nel nostro giardino piuttosto che nel nostro salone decorando e disponendo secondo la nostra visione personale.

Il noto filosofo e psichiatra Carl Jung sosteneva che l’unico modo affinché possa verificarsi una profonda trasformazione dell’individuo è quella di cambiare la Weltanschauung. In termini più banali, un po’ a tutti è capitato di sentirsi dire “non devi vederla così” quando qualcuno tenta di farci uscire da un momento difficile o da una situazione insostenibile. Nel caso ci si trovi in una condizione di particolare sofferenza psicologica, l’unico modo per poterne uscire e migliorare la nostra situazione è quello di cambiare la nostra Weltanschauung, altrimenti si è destinati a rimanere 8b94243d0eb30fc4b988c6545337f196ancora a quel mondo che ci è stato creato (o ci siamo creati) attorno.

Il cambiamento è un sempre un grande interrogativo e per il nostro cervello rappresenta anche un problema potenzialmente mortale. Nelle varie culture ha acquisito un valore simbolico molto forte, dal momento che unisce il lato che conosciamo con un lato sconosciuto, che potrebbe essere migliore o letale appunto. Se vogliamo, è un po’ lo stesso tema del viaggio, che è l’andare verso l’ignoto e dal quale si ritorna sempre profondamente cambiati.

Nella storia della cultura alcuni tra i più grandi artisti e dotti hanno creato mondi fedeli alle proprie Weltanschauung. Non possiamo dimenticare il lavoro magistrale di Tolkien che nel suo “Il Signore degli Anelli” ha creato un vero e proprio universo fantasy basato sulla sua concezione personale di ordine. La poco nota ai più Christine de Pizan è stata una donna fantastica. Oltre ad aver creato la sua utopica città delle donne, dove risiedono solo le più grandi personalità femminili della Storia, del Mito e della Tradizione; ha cambiato il mondo reale: è stata la prima donna (siamo nel Cinquecento!) ad aprire una scuola e ad avere uomini che la frequentassero per imparare da lei a leggere e a scrivere! In un’epoca diversa, in cui il mondo iniziava a perdere tutta la sua carica magica data dalla scarsa conoscenza scientifica (si sa che gli esseri umani quando non sanno, inventano…  non solo con riferimento alla cultura e alla scienza), troviamo il disperato tentativo di Jules Verne di ricreare un mondo in cui sopravvivesse la magia della scoperte. Le ricerche scientifiche si stavano avvalendo di dati sempre più precisi e di strumenti sempre più elaborati, si stava trovando una spiegazione scientifica per qualsiasi credenza mitologica (dall’unicorno alle sirene) e Verne si crea mondi inesplorati dove l’uomo poteva ancora sognare.

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Chi non ha avuto una vera e propria Weltanschauung sono stati gli Egizi e dopo di loro i Greci. I primi hanno tentato di spiegare con la logica e (una buona dose di fantasia) il mondo in cui vivevano e il mondo dell’Aldilà: dando tutta una serie di istruzioni su cosa fare, cosa dire e come comportarsi per poter passare al meglio tutte le prove. I greci, invece, hanno trovato tutte le giustificazione possibili alle abitudini e ai vizi umani, attribuendoli agli dei. I misteri, tutto ciò che non si riusciva a spiegare per mancanza di conoscenza, veniva speghiato con storie più o meno verosimili; così la caduta dei fulmini era attribuita a Zeus che li scagliava dal cielo dopo averli ricevuto dall’officina del suo fornitore ufficiale o le esondazioni del Nilo erano regali per la sopravvivenza.

A questo punto verrebbe da guardare a casa nostra e chiedersi: e Dante? Aveva una Weltanschauung da trasmetterci nella Commedia?
Ovviamente no. La sua opera magistrale non è il risultato di una vera e propria “visione” del mondo. La Commedia, infatti, sembra essere più un trattato di legislazione teologica: hai fatto questo tal peccato? Ti toccherà questa pena. Per l’altro peccato? Si va in quell’altro luogo e descrive la pena eterna. Anche qui siamo nell’ambito della spiegazione e non della creazione di un mondo.

Come si può cambiare la propria Weltanschauung? Eliminando i pregiudizi. Un esempio pratico: si ascolterebbe volentieri una canzone di questo cantante?

 

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David Drainman – Voce dei “Disturbed”

Il suo aspetto fisico risveglia un pregiudizio tale da indurci a pensare che canti quel genere di musica che oltre a non piacerci, alcuni possano anche definire non musica?

E se uccidendo il pregiudizio, aiutando a far germogliare una nuova Weltanschauung, potessimo pensare invece che sia uno dei pochi ad aver dato una nuova visione e una maggior carica emozionale alla famosissima canzone di Simon & Garfunkel con la quale abbiamo iniziato questa nostra chiacchierata?
Ha dell’impossibile? Cambiare “visione” vuol dire proprio non precludere alcuna possibilità a ciò che sembra incredibile o impossibile.

Salpare verso l’ignoto non è poi così male. Buon ascolto…

 

Weltanschauung… – Puntata 2

Because a vision softly creeping
Left its seeds while I was sleeping
And the visione that was planted in my brain
Still remains
Within the sound of silence

La “visione” intesa come  Weltanschauung non può essere fine a sé stessa, né tantomeno limitarsi all’aspetto visione (o visuale). Come suggerito nel testo di  Sound of silence essa lascia sempre un seme che si pianta nel nostro cervello. Come ben sappiamo, un seme o rimane inerme nel terreno e scompare o inizia a lavorare, a trasformarsi, sino a raggiungere una forma e una dimensione inaspettata.

La  Weltanschauung è un seme, che non può non lavorare e svilupparsi se trova terreno fertile, ovviamente.

Durante il lungo percorso della Storia delle Arti (che è poi la Storia umana) vi sono stati molti semi piantati un po’ ovunque e molti hanno dato frutti davvero inaspettati. Chi più di tutti ha dato un contributo enorme allo sviluppo dell’espressione umana attraverso molte forme dell’Arte è stato un uomo che difficilmente può essere catalogato in un movimento piuttosto che in  un altro; egli stesso rappresenta un vero e proprio movimento artistico: Paul Cézanne.

Avendo sperimentato molto, Cézanne ha avuto una grande visione e ha disseminato i suoi quadri di semi. La sua tanto amata montagna Sainte-Victorie è diventata

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Paul Cézanne – La montagna Sainte-Victoire (1905)

un’ossessione. Dipingeva non solo la sua presenza rocciosa e la sua forma costituita da sassi e pietre ma si è sforzato di dipingere anche la sua consistenza spirituale, egli ha voluto dipingere ciò che il suo sguardo poteva solo percepire e che riusciva ad osservare con il suo spirito. Cézanne è il padre di tutta quella pittura che si è sviluppata dalle sue idee, semplicemente abbozzate nelle sue tele, che hanno portato all’Arte astratta così come la conosciamo noi oggi.

Un altro grande “visionario” (sempre intesa come Weltanschauung) è stato Ludwig van BeethovenLa sua Arte corre spesso il rischio di rimanere incompresa perché si usa troppo spesso una chiave di lettura che non è quella giusta: chiave che entra nella serratura ma non riesce a farla scattare. Il problema più grande lo abbiamo ancora oggi con la Pastorale. Molti percepiscono quest’opera come una descrizione sonora della natura osservata dal grande compositore tedesco. In parte potrebbe essere anche giusto ma per colpa di questa interpretazione molte parti della sinfonia resterebbero incomprensibili.
Quello che realmente racconta Beethoven nella sua opera sono le sue sensazioni e i suoi pensieri difronte alla Natura. In questo modo tutto acquista un significato diverso, più ampio e coerente.

Grazie a questi due eccelsi maestri possiamo comprendere il grande potere della Weltanschauung, che è a disposizione e appartiene ad ognuno di noi: la possibilità di plasmare e modellare il mondo che ci circonda.
Mentre la visione è un’azione prevalentemente passiva e statica (vedo/osservo e tutto finisce lì), attraverso la Weltanschauung dò una forma diversa alla realtà, la forma che essa acquisisce attraverso la mia sensibilità e il mio modo di pensare e vedere le cose. Grazie ad essa ognuno di noi acquisisce il potere divino della creazione e come abbiamo visto queste “creazioni” possono essere tantissime, tutte valide e diverse le une dalle altre.

Il peggior nemico della Weltanschauung è il Pregiudizio. Egli riesce a bloccare la visione e la riduce ad una mera somma di morale, pensiero comune e a volte anche di perbenismo.
Un esempio? Osservando la foto di apertura di questo articolo, quanti si sentirebbero poco disturbati all’idea di ascoltare una canzone di quel gentile signore ritratto? Cosa potremmo aspettarci dal video di questa canzone? Come direbbe il più scontato dei presentatori: lo scopriremo nella prossima puntata…

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Weltanschauung… – Puntata 1

Vi prometto che entro la fine di questa serie di articoli, capirete il perché di questo ascolto…

Nell’affascinante mondo della visione, tema che quest’anno ci accompagnerà nelle più svariate attività culturali della nostra UNITRE, la Weltanschauung è forse uno degli aspetti superiori e più articolati.

La tendenza tipica della persona di media cultura è quella di usare più parole straniere possibili per potersi dare un tono e per creare quell’aurea di saggezza che fa presa durante una disquisizione. In questo caso, purtroppo, siamo costretti a lasciare la parola in tedesco; un’ipotetica traduzione potrebbe essere un banale “visione del mondo” ma come vedremo è una traduzione altamente infedele al significato che trova espressione solo in tedesco.

Il termine ha un ampio utilizzo, infatti lo troviamo in Filosofia, in Epistemologia (che è la filosofia sulle condizioni per la conoscenza scientifica) e la Storia dell’Arte. Ambiti affini che hanno l’arduo compito di scandagliare non solo la conoscenza ma anche i moti dello spirito umano.

La Weltaschauung sfugge ad una classificazione semplice, dal momento che può avere 31_italiaantica_ademattori diversi e interessi molto vari. Essa, infatti, può riferirsi ad una persona singola, ad un gruppo di persone o anche ad una cultura. Ciò ci mette davanti ad una difficoltà non banale: di Weltanschauung ne esistono davvero una moltitudine dal momento che può essere personale e di gruppo e non è detto che si annullino tra di loro. Vorrei chiarire un piccolo aspetto sulla Weltanschauung di una cultura.

La cultura che ha avuto una “visione” di una forza incredibile è stata quella dei Romani (quelli degli imperatori e di Giulio Cesare, per intenderci). A volte si fa un po’ di confusione ma dobbiamo ricordare che i Romani, di per sé, non sono stati una popolazione come possono essere stati i Celti, i Siculi o i Liguri (solo per fare qualche nome). Un bel giorno, un gruppo di persone tra cui i Sabini, i Latini, gli Etruschi e gli Umbri hanno deciso di riunirsi sotto la stessa insegna; si sono dati un nome (Romani, appunto) e hanno cambiato il mondo con la loro idea creando l’Impero Romano (forse una prima versione dell’Europa Unita, tristemente naufragata). Questo fenomeno si chiama Senocismo ed è una volontaria unione di persone con culture diverse unite da qualcosa che li accomuni.

Inizia a delinearsi una possibile spiegazione di questa parola tedesca di non facile traduzione. Essa è un vero e proprio indirizzo culturale o filosofico, che può anche interessare le istituzioni ideologiche, meglio dette le religioni (anche l’ateismo è di per sé una religione e quindi anche lui rientra in questo gioco). Dovremmo considerarla una sorta di seme che si impianta nella nostra mente e lì rimane, nel silenzio, ma porta tanti frutti e apre molte strade al sapere umano.

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LA VISIONE: Pensare per immaginare

Cos’è la Visione?  Tommaso d’Acquino dice che la vista  di tutti i nostri sensi è quella che serve per l’invenzione ed Aristotele sostiene che gli uomini desiderano conoscere e gradiscono soprattutto le sensazioni visive poiché la vista è, di tutti i nostri sensi, quella che ci fa acquisire più conoscenze. Il “vedere” può quindi diventare qualche cosa di più del guardare, può essere “visione”, percezione di qualche cosa che non appare ai sensi: Pensare – Immaginare.

L’immaginazione è da sempre una peculiare caratteristica umana, e l’immaginazione si Mos______Apertura_162668364fa racconto mitico, leggenda e la visione diviene manifestazione divina. I tanti dei dell’ Olimpo o il Dio Unico del Libro si sono manifestati nel racconto tramite visioni. Molte le visioni della Bibbia: con Abramo e poi Mosè a cui Dio sull’Horeb rivela la sua voce attraverso un roveto che arde senza consumarsi. Mosè avrà poi la visione dell’immagine di Dio ma senza poterne vedere il suo volto: “passerò davanti a te e mi potrai vedere da dietro”. Il Dio inesprimibile dalla parola umana apparirà in immensi cerchi di luce, così potenti da confondere la mente e il ricordo del profeta.

Nel clima culturale del VI secolo a.C. si sviluppa in Grecia una sorta di illuminismo primigenio, si fa avanti il concetto di “razionalità scientifica e filosofica”, ed inizia la contrapposizione tra Mithos e Logos. La ragione comincia ad imporre alla verità di rispondere sempre ai principi di “identità” e di “non contrapposizione”, con ciò condannando l’ambivalenza del linguaggio mitico, mimetico, mistico, immaginifico e simbolico. Non sarà facile: perché poi certi concetti che girano per la testa (il pensiero è anche immaginazione) com’è che li si può esprimere? Platone si rende partecipe di tale contrarietà ma, è proprio lui che, non volendo contraddirsi, cade in contraddizione dal momento che le sue opere, fortemente ispirate alla razionalità sono nel contempo ricche di narrazioni mimetiche (mimèsi: la maniera con cui entriamo in contatto ed esprimiamo la realtà attraverso il nostro personale e originale modo di sentire). Nella visione della sua “Repubblica” distingue il progetto educativo, che lui chiama “didakton”, e lo enuncia secondo i canoni di una rigorosa razionalità scientifica e filosofica, ma poi, per descrivere il disegno legislativo, “la giusta legge”, “la giustizia giusta” non può che utilizzare un linguaggio simbolico e lo va a chiamare  “Mythologhein” esponendo un modello quale mito di perfezione cui la realtà dovrebbe avvicinarsi. Anche Lucrezio nel “De rerum natura” supplisce alla mancanza di rigore argomentativo con la visione di un concetto astratto per descrivere “l’infinitamente piccolo” e “l’infinitamente grande” e compone un opera che muove sull’ambizione di una visione dell’ “infinito in versi”.

La stessa tensione mimetica la si trova, per far aderire l’espressione linguistica alle descrizioni, in tutta la Commedia dantesca. In particolare tutto nel Paradiso è “una ascesa del vedere” didascalica ed allegorica. La visione e la contemplazione di Dio e dell’unità dell’universo in Dio, in sé ineffabile (indescrivibile a parole) per l’insufficienza del linguaggio umano, giunge ad esprimere l’inesprimibile attraverso una visione dell’Eterno, dell’Assoluto e dell’Infinito che manca di immagine sensibile. Dante stesso dice che da qui in poi la sua visione sarà maggiore di quanto la sua parola possa esprimere, anche perché la memoria cede a tale eccesso. L’immagine di Dio è l’insieme delle immagini del mondo e di tutto ciò che nell’universo si “squaderna”. Nella profonda luce a Dante pare vedere tre cerchi di colore diverso che si rispecchiano l’uno nell’altro come i colori nell’arcobaleno e guardandoli vede un’immagine dalle sembianze umane. Una visione incomprensibile, che solo la Grazia che è premio della Fede permette a Dante di capire, ma senza poter comunicare a parole ciò che ha compreso e tutto  si chiude con la visione delle stelle e di Dante che viene avvolto nell’immagine stessa che sta guardando. Anche Mosè  come Dante ha visto l’immagine di un Dio inesprimibile totalmente rispecchiato nell’umano: Il Dio indescrivibile entro il cerchio della luce, l’immagine conclusa dell’uomo, la fine  che si congiunge al suo inizio. Bellezza estetica e pienezza spirituale, dimensione metafisica ed entità di natura puramente spirituale. “Itinerarium in mentis Deum”: l’estetico chiamato a trapassare nell’estatico.

Dante Paridiso Engraved by Gustave DoreIn Dante c’è poi una visione più terrena, la Commedia non è solo una delle più alte opere di poesia che siano mai state prodotte ma, è anche la prima opera letteraria scritta in una lingua moderna. Mentre il Medioevo in Europa volge al termine Dante abbandona il latino, lingua della “scrittura alta” e adotta l’italiano: una lingua che alla fine del ‘200 ancora quasi non esisteva se non come idioma volgare dell’uso parlato, povero nel lessico e privo di codificate regole grammaticali e sintattiche, e ne fa lo strumento linguistico cui affidare la sua grande opera. L’Era Moderna faticosamente si sta schiudendo e Dante riesce condensare nella sua opera la sintesi straordinaria della realtà storica e della cultura medioevale: quella che nell’arco di quasi un millennio aveva assimilato e adattato la cultura classica greca e latina, trasformandola nella nuova cultura moderna d’occidente.

Aveva vent’anni Giacomo Leopardi quando venne rapito dalla visione dell’infinito, non in un luogo straordinario ma a due passi da casa, nel suo “natio borgo selvaggio” di Recanati. Ai grandi non sono i luoghi a destare la grandezza, perché ce l’hanno dentro. Non c’è bisogno di espedienti straordinari per cogliere la “visione” dell’universo e il brivido spaesato davanti al suo spalancarsi. Ma noi che esperienza abbiamo dell’infinito? Facile dedurre che, presi come siamo dal simulacro d’infinito del web, dell’infinito metafisico ci importi poco o nulla. Rispetto a Leopardi abbiamo alle spalle due secoli di studi scientifici ed astrofisici, siamo immersi in un’epoca ad alta tecnologia e dell’infinito non abbiamo una idea più chiara e meno vertiginosa di quella sua. Siamo addirittura messi peggio, perché sottratti al romanticismo di quell’epoca, dell’infinito abbiamo una idea meno lirica e più angosciosa. Sulla “visione” dell’infinito di Leopardi sono stati scritti fiumi di parole, sono state invocate teorie filosofiche e teologiche, ma la verità è che la visione di Leopardi è meraviglia ma anche vuoto, brivido di rivelazione ma anche orrore, tremore di verità senza annuncio di salvezza. Non c’è speranza solo sgomento cui non resta che abbandonarsi senza grazia di redenzione. Anche per i greci l’infinito è dannazione, perdita di sé e del mondo, caos, hybris, crepa spaventosa nell’universo da cui tenersi lontani. Luis Borges dice : “c’è un concetto che altera tutti gli altri, non è il male il cui impero è limitato dall’etica: parlo dell’infinito” e Paolo Zellini nell’incipit del suo libro “Breve storia dell’infinito” avverte che: “Nulla è più pericoloso della perdita del limite e della misura”. Allora torniamo ai nostri rapporti con l’infinito,  per dire che forse non ne abbiamo, neppure più la visione leopardiana di spazi interminabili, di spaventoso silenzio e quiete; non né abbiamo neppure più la visione mistico-religiosa che nell’epoca di Leopardi, anche se non per lui, era ben presente. Oggi l’infinito è vissuto come negazione del limite, vertigine delle possibilità, libertà da tutto, desiderio di essere ciò che si vuole, eccedenza del possibile sul reale e rigetto del destino. E allora, l’infinito non è più “visione” diventa malattia, delirio d’onnipotenza, dolore d’impotenza, diventa l’hybris, la maledizione dei greci. Attenti a questa “visione” perché l’uomo vive in una condizione tragica: non può accettare la finitudine né concepire l’infinito; trova assurda la morte ma anche l’immortalità; non riesce a pensare che il tempo e lo spazio finiscano e neppure che non finiscano mai. L’uomo è inchiodato a questa alternativa, deve esistere dentro il limite e la “visione” può averla solo col pensiero o con  la fede. Robert Musil dice: “la felicità senza limiti non esiste, Il confine è l’arcano” . La perfezione è il “cerchio concluso” dove la fine si congiunge all’inizio. Questa è la “visione”, pensiero che si fa assoluto anelito alla vita, all’io che si ricongiunge al sé  e tocca il senso del limite.

Gli occhi sono capaci di guardare: ma non bastano per vedere.

Guardare è facile, spesso vedere non lo è.

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Auguro a tutti un anno di buone visioni!